Intervista di: Gabriele Vinciguerra
Emma Dalla Benetta ha il dono di raccontare la vita con una sincerità che arriva dritta al cuore. Non cerca di impressionare, né di indorare la realtà: la osserva, la vive, e poi la restituisce con parole che sembrano fatte apposta per fermarti un attimo e farti pensare.
C’è qualcosa di speciale nel modo in cui riesce a trovare bellezza e significato anche nelle cose più semplici, quelle che spesso passano inosservate.
Emma ci porta dentro momenti e riflessioni che parlano di autenticità, di crescita e di quelle piccole grandi scoperte che danno senso alla vita. Non è solo una storia personale, ma un’occasione per guardare anche dentro di noi.
Qual è il complimento che hai ricevuto e che ricordi ancora, perché ti ha fatto sentire veramente capita?
Non è stato un complimento diretto, ma uno indiretto, ed è per questo che mi è rimasto così impresso.
Lo disse la mia professoressa di lettere, durante un colloquio con mia madre al liceo: “Ha una profonda capacità d’amare”. Quelle parole mi colpirono come una rivelazione. Non parlavano di amore romantico, ma di qualcosa di più ampio e universale: un modo di sentire, di vedere e raccontare gli altri e il mondo.
Mi fece sentire profondamente capita, perché coglieva qualcosa di intimo e autentico di me, che forse emergeva nei temi che scrivevo o nei pensieri che condividevo. Mi sentii lusingata e, allo stesso tempo, vista in una maniera che non mi aspettavo.
Era bello sapere che, in quei cinque anni, qualcuno aveva intravisto un tratto di me che consideravo prezioso.
In famiglia, però, non era sempre così semplice sentirmi valorizzata. Mio padre, con una visione rigida e pratica della vita, non pensava che studiare o inseguire sogni fosse essenziale.
“Trova un lavoro, magari un uomo, e basta,” sembrava essere il suo mantra. Ma io ho fatto tutto il contrario, seguendo la mia strada e la mia volontà, anche se il suo giudizio ha pesato.
Col tempo, però, anche lui è cambiato. Dopo un grave incidente, ha lasciato cadere alcune rigidità, e qualcosa nel nostro rapporto si è trasformato.
Quelle parole della mia professoressa, però, erano già lì, come un faro. Mi avevano insegnato a vedere la mia sensibilità non come una debolezza, ma come la mia forza più grande.
Ti piacerebbe lasciare un messaggio a chi sogna di conciliare tante passioni? Che consiglio daresti al tuo ‘io’ di 20 anni?
Se sogni di conciliare tante passioni, il mio messaggio è questo: segui ciò che ti fa vibrare, ma fallo con consapevolezza.
È vero, per eccellere in qualcosa spesso bisogna viverla con un’intensità quasi ossessiva, come fanno gli atleti. Disciplina, abnegazione, una dedizione che sfiora il militaresco: questo può portarti a diventare il numero uno in un campo.
Ma non tutti i percorsi devono essere così. Non siamo fatti per incasellarci in un solo ruolo o una sola identità. L’idea che una persona debba essere solo “questo” o solo “quello” mi ha sempre urtato. Siamo esseri complessi, sfaccettati, e questa complessità è una ricchezza, non un limite.
A vent’anni avrei detto a me stessa di ascoltare di più il cuore e meno le aspettative altrui. È difficile fare tutto bene – siamo umani, con giornate di 24 ore e un corpo che ha bisogno di riposo.
Ma con sacrificio, con equilibrio e tanta voglia di imparare, si può conciliare tanto. Non serve essere perfetti in tutto; a volte, è più importante ampliare i propri orizzonti, perché ogni esperienza ti arricchisce e, in modi che magari non ti aspetti, può tornarti utile in altri ambiti della vita.
Io l’ho visto nella mia esperienza: tutte le cose che ho fatto fuori dal mio lavoro principale mi hanno reso una persona migliore e più completa.
Mi hanno dato strumenti, storie, esempi che poi ho potuto portare agli altri. È un circolo virtuoso: più esplori, più cresci, e questa crescita si riflette su tutto ciò che fai.
Se senti che qualcosa ti chiama, prova. Non lasciare che siano gli stereotipi o le paure a decidere per te. Certo, c’è bisogno di etica e di rispetto, verso te stesso e gli altri, ma non c’è bisogno di limitarsi.
La vita non è fatta per essere incasellata. Se il tuo cuore ti dice che puoi essere molte cose, allora sii tutto ciò che desideri, con il coraggio di abbracciare ogni sfumatura di te stesso.

La tua terra, il Veneto, ha influenzato il tuo modo di essere? In che modo ti porti dentro le tue origini?
Il Veneto è una parte di me, anche se non per la mia passione per gli alcolici – e qui sorrido, perché quando dici di essere astemia in questa terra, ti guardano come se avessi detto di non credere nella gravità.
“Ma sei veneta, come fai a non bere?” scherzano. Eppure, nonostante abbia persino fatto un corso da sommelier, ho capito che certe cose, anche se le apprezzi, non sono fatte per te.
Per me, il Veneto è molto più di uno spritz o di una tradizione culinaria: è la varietà, la storia, l’identità che porto dentro.
Questa terra è unica per la sua geografia, che sembra racchiudere tutto: mare, montagne, laghi, pianure, colline, valli. È un mosaico che rispecchia, in qualche modo, anche il mio modo di essere.
Qui ci sono città piene di storia e tradizioni che sento ancora fortemente radicate, come quel dialetto che ho imparato da mia nonna e che mi fa sentire orgogliosamente veneta.
Ma non solo: mi sento anche italiana, e, oltre tutto, cittadina del mondo. Non ho mai visto l’altro come qualcosa di troppo distante da me, anzi, la diversità mi incuriosisce, mi arricchisce.
Eppure, non rinnego le mie origini. Nonostante brevi periodi vissuti altrove – a Milano, a Bologna – il Veneto è sempre stato la mia casa. C’è un senso di appartenenza qui, qualcosa che ti lega senza chiedere il permesso.
Se devo essere onesta, un piccolo rimpianto c’è: forse, a vent’anni, avrei potuto scegliere di restare a Milano, provare a costruire una carriera lì, dove il “campo da gioco” è più grande, dove le opportunità sono diverse.
Mi sono chiesta tante volte come sarebbe andata. Ma alla fine, il mio cuore è sempre tornato qui, dove tutto per me ha avuto inizio.
Abito Marta Jane alesiani
Nel mondo della moda si parla spesso di apparire. Tu invece hai sempre dato importanza al contenuto: qual è il messaggio più forte che vuoi trasmettere attraverso la tua immagine
Il messaggio più forte che voglio trasmettere attraverso la mia immagine è che l’equilibrio tra ciò che si vede e ciò che si è, sia fondamentale.
Non posso negare che l’apparenza abbia un ruolo centrale, soprattutto nel mondo della moda. Il contenitore è spesso il primo biglietto da visita, la porta d’accesso a opportunità e relazioni, e non riconoscerlo sarebbe ipocrita.
Ma questo non significa che debba essere vuoto: ciò che fa davvero la differenza, ciò che rimane, è il contenuto.
Non credo nel mito della bellezza che riflette automaticamente un’anima bella, ma penso che prendersi cura di sé, del corpo e della mente, sia una forma di rispetto per la vita e per gli altri.
Curare il proprio aspetto non è solo vanità: è anche un modo per dirsi “io valgo”, per comunicare agli altri la propria energia, il proprio stato d’animo, la propria disciplina.
Non è semplice, soprattutto in un settore dove gli standard sono spesso irragionevoli, ma credo che il vero obiettivo non debba essere la perfezione estetica. Deve essere la salute, l’equilibrio, la consapevolezza di sé.
La disciplina gioca un ruolo cruciale. Vivere bene significa fare scelte che nutrono, non solo il corpo ma anche la mente: un’alimentazione sana, un’attività fisica regolare, evitare eccessi.
È una strada impegnativa, certo, fatta di sacrifici e costanza, ma è una strada che ti costruisce, ti fortifica e ti prepara ad affrontare la vita. Perché, alla fine, le abitudini quotidiane sono quelle che ci definiscono davvero.
Possiamo dimenticare tanto, ma non ciò che scegliamo di fare ogni giorno. Quello diventa parte di noi.
E poi c’è il contenuto, il vero cuore di una persona. La cultura, la curiosità, la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera autentica sono ciò che trasformano l’apparenza in qualcosa di significativo.
Sapersi muovere in contesti diversi, essere rispettosi, portare valore in una conversazione o in una relazione: queste sono le cose che lasciano un segno. Credo che l’educazione, nel senso più ampio del termine, sia un valore che non passa mai di moda.
È ciò che ti permette di essere a tuo agio ovunque e di connetterti con chiunque.
Il mio messaggio, quindi, è che apparire e essere non sono due mondi separati, ma due aspetti che devono parlarsi e completarsi.
Il contenitore può attirare l’attenzione, ma è il contenuto che fa restare le persone. E coltivare entrambi, con autenticità e impegno, è la chiave per costruire un’immagine che non sia solo estetica, ma che parli di chi sei e di ciò che vuoi lasciare nel mondo.
Per me, questo è il vero significato di bellezza: qualcosa che si vede, si sente e si vive.
Cosa significa per te la bellezza oggi? E come pensi che possa essere un linguaggio per cambiare il modo in cui le donne si raccontano
Per me, la bellezza oggi è molto più di un ideale estetico: è un linguaggio che parla di chi siamo, di come viviamo e di cosa scegliamo di portare nel mondo.
C’è la bellezza canonica, quella che segue proporzioni perfette, stereotipi e standard imposti dai media. È quella bellezza che cattura l’occhio in un istante, che colpisce ma che, spesso, resta sulla superficie.
Non possiamo ignorarla, perché fa parte della nostra cultura visiva, ma credo che non sia lì che si giochi il vero significato della bellezza.
Poi c’è un’altra bellezza, quella vissuta, che si sente e si percepisce a livello più profondo. È la bellezza che emerge dal carisma, dalla personalità, dal modo in cui una persona si muove, sorride, gesticola, parla o si pone.
È quella scintilla unica che rende qualcuno indimenticabile, anche se non corrisponde a nessun canone prestabilito.
È la bellezza che comunica qualcosa di autentico, che lascia un’impronta e che ti fa ricordare una persona non per il suo aspetto, ma per come ti ha fatto sentire o per il messaggio che ha trasmesso.
Questa bellezza è molto legata alla sicurezza in sé stessi, una sicurezza che, nella maggior parte dei casi, non nasce dalla facilità o dal privilegio, ma dalle difficoltà e dalle esperienze.
Credo che il carattere, e quindi la bellezza autentica, si forgi anche attraverso le sfide, le cadute e le rinascite. È qualcosa che cresce con la maturità, che non si consuma con l’età, ma che si arricchisce.
È una bellezza che si porta nei propri occhi, nel proprio modo di stare al mondo, nella capacità di accettare sé stessi e di irradiare quella forza verso gli altri.
Per le donne, la bellezza può essere un linguaggio potente per riscrivere il loro racconto. Non è necessario aderire ai modelli imposti o conformarsi a un’immagine prefabbricata.
È più importante trovare la propria identità e portarla con fierezza, senza paura di essere diverse. Questa unicità non è solo un atto di ribellione contro gli standard, ma anche un modo per dire al mondo: “Io sono così, e va bene così.
” È una forma di libertà, di potere, di orgoglio.
E questa bellezza non è esclusiva delle donne. Credo che anche gli uomini abbiano bisogno di esplorare il lato più “femminile” della bellezza: la sensibilità, l’empatia, la capacità di accogliere.
Non c’è niente di debole in questo, anzi, è una forza che spesso viene trascurata ma che potrebbe arricchire tutti.
La bellezza autentica non ha genere, è universale, e risiede nel modo in cui ognuno di noi sceglie di vivere, di amare, di relazionarsi con gli altri.
Se devo sintetizzare, per me la bellezza non è solo un tratto estetico, ma un messaggio che racchiude forza, autenticità e consapevolezza.
È la capacità di sentirsi bene nei propri panni, di riconoscere il proprio valore e di condividerlo con il mondo. È una bellezza che supera il tempo, le mode e i canoni, perché è radicata nella verità di chi siamo.
Ed è questo che, alla fine, rimane e ci rende indimenticabili.

In un mondo dove l’apparenza domina, come trovi il modo di essere autentica e di ispirare autenticità negli altri?
In un mondo dominato dall’apparenza, l’autenticità per me è un atto di ascolto profondo verso sé stessi. È rimanere fedeli a quella voce interiore che ci guida, che ci dice cosa è giusto e cosa no, senza tradirla per adattarci a ciò che gli altri si aspettano.
Questo non significa essere sempre uguali a sé stessi, perché cambiare è naturale. Siamo esseri in continua evoluzione, capaci di adattarci ai contesti e alle situazioni, ma questo non ci rende meno autentici se il nostro nucleo, i nostri valori più profondi, rimangono saldi.
Mi piace immaginare l’autenticità come una struttura fatta di due parti: una solida e una flessibile. La parte solida è il nostro sistema di valori e principi, la base di ciò che siamo e che non deve mai essere messo in discussione.
È quella che ci tiene ancorati, che ci dà identità e forza. Poi c’è la parte flessibile, più morbida, che ci permette di adattarci, di accogliere il cambiamento, di incontrare gli altri a metà strada senza sentirci minacciati.
È in questo equilibrio che l’autenticità trova il suo spazio.
Essere autentici, però, non è sempre facile. Significa essere disposti a mostrarsi per ciò che si è davvero, con le proprie complessità e imperfezioni. Significa vivere secondo i propri valori, anche quando è scomodo, anche quando richiede coraggio.
E in un mondo che premia spesso ciò che appare piuttosto che ciò che è, questa scelta diventa un gesto di forza e libertà.
Per ispirare autenticità negli altri, credo che la cosa più importante sia viverla. Quando scegli di essere te stesso, invii un messaggio potente: “Anche tu puoi essere chi sei.
” Non serve compiacere, non serve aderire a modelli preconfezionati. La vera bellezza, quella che lascia il segno, nasce dal vivere in armonia con la propria verità.

Hai mai pensato di usare il tuo ruolo pubblico per promuovere cause educative o sociali che ti stanno particolarmente a cuore?
Sì, ci penso spesso. Perché avere una voce pubblica, anche solo per un istante, ti mette davanti a una scelta: usarla per qualcosa che conta o lasciarla svanire nel rumore.
Non è una questione di grandi gesti o eroismi, ma di significato. E per me, il significato è sempre stato legato alle persone, alle loro storie, ai diritti che troppo spesso vengono negati.
Ho avuto l’occasione di essere parte di progetti dedicati all’inclusione sociale, di parlare di violenza contro le donne, di sostenere realtà che lavorano per dare dignità a chi non ce l’ha.
E ogni volta mi sono sentita toccata nel profondo, perché non c’è niente di più potente di vedere da vicino l’impatto che un piccolo gesto può avere. Non sono solo cause astratte o statistiche: sono vite, volti, mani che cercano di aggrapparsi a qualcosa.
Non riesco a scegliere una causa sopra le altre, perché ogni battaglia per i diritti è intrecciata. La lotta per l’inclusione delle persone con disabilità, il sostegno alla comunità LGBTQ+, la difesa dell’ambiente, la denuncia della violenza di genere: tutto questo parla di libertà, di rispetto, di umanità.
E per me, ogni violazione di questi principi è come un nodo allo stomaco. Non posso fare finta di niente.
Se avessi i mezzi, il tempo, le risorse, mi piacerebbe dedicarmi completamente a questo. Sogno di essere una di quelle persone che non si fermano mai, che vanno dove c’è bisogno, che accendono riflettori su chi vive nell’ombra.
Non perché voglio essere ammirata, ma perché credo che non ci sia un modo più bello per dare un senso alla propria vita.
Anche senza grandi palcoscenici, penso che ognuno possa fare qualcosa. Si può ascoltare, si può parlare, si può scegliere di stare dalla parte giusta, anche nei piccoli gesti di ogni giorno.
Non è una questione di cambiare il mondo, ma di fare in modo che il mondo di qualcuno, anche solo per un attimo, diventi un posto più giusto.
E forse è questo che voglio fare: usare quel poco che ho per creare connessioni, per ispirare chi mi ascolta a guardare oltre le apparenze e chiedersi cosa può fare, qui e ora, per rendere tutto un po’ più umano.
Non so se ci riuscirò, ma so che vale la pena provarci. Perché le parole svaniscono, ma gli atti di coraggio, anche piccoli, restano. E costruiscono qualcosa che dura.

Se oggi dovessi scrivere una lettera a te stessa di dieci anni fa, cosa le diresti? Quali sono le lezioni più belle che hai imparato?
Se oggi dovessi scrivere una lettera a me stessa di dieci anni fa, inizierei con una cosa semplice, ma difficile da comprendere davvero: “Non sei obbligata a trattenere ciò che ti fa male.”
So quanto hai sempre lottato per mantenere vicine persone che, in fondo, non ti hanno mai scelto davvero. Quanto hai temuto l’idea dell’abbandono, anche quando sapevi che quelle presenze ti stavano consumando. Lascia andare.
Fallo prima, fallo senza esitazione. Capirai che liberarti non è una perdita, ma un atto d’amore verso te stessa. Non stai tradendo nessuno, stai scegliendo te. E questa è la scelta più importante che potrai mai fare.
Ti direi anche: smetti di inseguire quella felicità idealizzata, perfetta, che sembra sempre a un passo da te, ma che non riesci mai a raggiungere.
Non esiste, e il tempo ti insegnerà che non è quella la meta. La felicità non è una destinazione, ma la capacità di trovare pace nei momenti semplici, di riconoscere quando sei in equilibrio con te stessa.
La felicità non è l’euforia di un traguardo, è l’assenza di ciò che ti ferisce. E questa è una lezione che solo il tempo può farti davvero comprendere.
Ti parlerò anche del dolore, perché so che cerchi di evitarlo, ma non puoi. Non c’è modo di crescere senza passare attraverso qualche crepa. Ogni sofferenza che oggi ti sembra insormontabile sarà un mattone nel muro della tua forza.
Ogni errore, ogni delusione, ogni “non ce la faccio” sarà una lezione che un giorno amerai. Ma sappi questo: non devi affezionarti alla sofferenza. Non credere che devi attraversare mille tormenti per meritarti la pace. Impara a distinguere: alcune battaglie sono necessarie, altre no.
Alcune persone valgono la lotta, altre sono solo zavorre da lasciare indietro. Sapere cosa lasciare andare sarà una delle lezioni più preziose che imparerai.
Ti direi di avere pazienza con te stessa, perché so quanto spesso ti giudichi, quanto desideri essere sempre migliore, più forte, più tutto. La verità è che non hai bisogno di rincorrere nessuno, nemmeno te stessa. Ogni cosa arriverà al momento giusto. Non bruciare le tappe, non cercare risposte dove ancora non sei pronta a trovarle.
Concediti il lusso di essere imperfetta, di sbagliare, di cambiare idea. Perché la vera forza non sta nel non cadere mai, ma nel saper guardare le proprie cicatrici senza vergogna.
E infine, ti direi una cosa che ho imparato nel tempo: non temere di essere sola. La solitudine non è un vuoto, è uno spazio prezioso dove puoi ascoltare chi sei, dove puoi costruire la tua identità senza il rumore degli altri.
Non dipendere mai da qualcuno per sentirti completa. Sei intera già da sola. L’amore che ti meriti arriverà, ma prima di tutto devi imparare ad amare te stessa.
Ricorda sempre questo: la vita non è una linea retta. Ti toglierà, ti spezzerà, ti porterà dove non pensavi di poter arrivare. Ma se avrai il coraggio di fidarti di lei, scoprirai che ogni deviazione, ogni inciampo, è lì per insegnarti qualcosa.
E quando guarderai indietro, vedrai che non c’è stato un solo momento in cui non stavi costruendo la persona che oggi sei diventata. E credimi, vale la pena arrivarci.

Hai un rituale o un’abitudine segreta che ti aiuta a sentirti bene con te stessa ogni giorno?
Il mio rituale segreto, se così si può chiamare: è scrivere. Ma non è solo un’abitudine: è una forma di dialogo con me stessa, un luogo sicuro dove posso ordinare il caos e, a volte, trovare le risposte.
Scrivere per me è un bisogno primario, quasi viscerale, che mi accompagna da sempre. Nei momenti più difficili, quando la stanchezza mentale prende il sopravvento o quando sento che sto perdendo il controllo su tutto, scrivere diventa il modo più efficace per riprendermi.
È come se, mettendo le cose nero su bianco, riuscissi a togliere peso alla mente e a rimettere ordine nelle mie giornate.
All’inizio era qualcosa di pratico. Mi trovavo spesso sommersa da mille cose da fare, da pensieri che si accavallavano. Così ho cominciato a pianificare, a organizzare.
Ma pianificare, per me, non è mai stato solo un atto funzionale. È diventato un rituale a tutti gli effetti: uso penne di colori diversi, righelli per segnare le righe, creo schemi, liste, programmi giornalieri, settimanali, e a volte persino suddivido le attività a intervalli di mezz’ora.
Mi rendo conto che può sembrare eccessivo, quasi maniacale. Non sono una persona che deve gestire il destino di una nazione, ma nella mia semplicità, scrivere tutto, pianificare ogni dettaglio, è ciò che mi permette di non perdermi. Mi fa respirare, mi libera.
Ma c’è anche un lato più profondo e intimo della scrittura, un lato che per me è quasi sacro. Scrivere è il mio modo di esplorare chi sono. Quando ero bambina, scrivevo storie, poesie, pagine e pagine di riflessioni.
Vincevo qualche concorso, sì, ma la verità è che non lo facevo per il riconoscimento. Scrivevo perché ne avevo bisogno, perché era il mio modo di dare forma a ciò che non sapevo dire ad alta voce.
Ancora oggi, quando prendo una penna o mi siedo davanti a una tastiera, sento quella stessa magia: una connessione diretta con me stessa, con ciò che penso e provo, ma che spesso resta nascosto nella frenesia del quotidiano.
Scrivere mi dà pace. È un atto semplice, ma potente: mi permette di liberarmi dai pesi che porto dentro, di mettere ordine nel disordine, di lasciare andare pensieri inutili e di dare spazio a ciò che conta davvero.
È come avere un piccolo rifugio, un luogo intoccabile dove posso essere completamente me stessa, senza filtri, senza aspettative.
E forse è proprio questo che rende la scrittura così importante per me: non è solo uno strumento, è una parte di ciò che sono. È il modo in cui affronto la vita, il modo in cui trovo un equilibrio tra il caos e la calma.
E ogni giorno, anche solo per un momento, mi ricorda chi sono e dove sto andando. Scrivere non è solo un’abitudine: è il mio rituale per tornare a me stessa, per ritrovare il senso delle cose, per sentirmi viva.
C’è un momento della tua carriera o della tua vita in cui hai pensato: ‘Questo è ciò per cui vale la pena tutto’? Ce lo racconti?
Sì, ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho pensato: “Ecco, questo è ciò per cui vale tutto.” Non erano necessariamente momenti grandiosi o straordinari, ma istanti in cui mi sono sentita completamente presente, immersa nel momento, senza pensare a quello che c’era prima o a quello che sarebbe venuto dopo.
È quella sensazione rara in cui ti dimentichi persino di guardare l’orologio, perché sei totalmente assorbito da ciò che stai vivendo.
Non è un effetto dell’adrenalina, non è qualcosa che accade solo quando fai qualcosa di estremo o spaventoso. Ho fatto lanci col paracadute e, anche se pensi che dovrei essermi sentita così, in realtà avevo la mente altrove.
Per me, quei momenti di flow, come si dice, arrivano quando sto facendo qualcosa che sento profondamente affine a me, qualcosa che mi appaga in modo autentico.
Li ho trovati in situazioni diverse, a volte inaspettate. Mi è capitato di sentirmi così durante una sfilata, quando camminavo sulla passerella e tutto il resto sembrava svanire.
Altre volte, era quando presentavo un evento o ero sul palco, magari davanti a un pubblico, con l’energia che fluiva tra me e loro, creando un momento unico e irripetibile.
E poi ci sono state quelle volte in cui ero spettatrice, immersa in un concerto, completamente rapita da un pianista o da una melodia. In quei momenti, il tempo si ferma. Non c’è niente da raggiungere, niente da aggiungere: c’è solo il momento, perfetto così com’è.
Penso che siano questi gli attimi che ricorderò alla fine, quando dicono che la vita ti scorre davanti in un istante. Non saranno i giorni di routine o i traguardi pianificati, ma questi frammenti di pura presenza, in cui ero davvero lì, con il cuore e l’anima.
Perché alla fine, non è la grandezza dell’evento che conta, ma il fatto che in quei momenti hai sentito di essere esattamente dove dovevi essere, completamente viva e parte di qualcosa di più grande.
















