Emanuela Malavisi

alpi fashion agenzia moda

L’immagine non è mai solo immagine.

Può essere una corazza, una richiesta di attenzione, una forma di difesa. Può essere il modo in cui una donna prova a restare in piedi quando dentro qualcosa si è incrinato. Ma può diventare anche altro. Può diventare scelta. Presenza. Riconciliazione. Un modo per smettere di chiedere permesso e tornare ad abitare se stesse.

Con Emanuela Malavisi il discorso sull’immagine esce subito dalla superficie. Non riguarda semplicemente cosa indossiamo, come ci mostriamo, quale stile scegliamo. Riguarda il rapporto che una donna costruisce con il proprio corpo, con il tempo che passa, con lo sguardo degli altri, con le fratture che la vita lascia addosso e con quella parte di sé che, a un certo punto, chiede solo di essere ripresa per mano.

La sua forza non sta nell’aver imparato a mostrarsi. Sta nell’aver compreso che mostrarsi non basta, se prima non ci si riconosce.

In questa intervista Emanuela parla di donne, corpo, maternità, giudizio, eleganza, autostima, social, trauma affettivo e ritorni interiori. Ma soprattutto parla di consapevolezza. Quella consapevolezza che non arriva quando tutto è perfetto, ma quando si smette di combattere contro la propria storia.

Perché una donna consapevole non è una donna che non ha più ferite.

È una donna che ha smesso di lasciarle decidere al posto suo.

Emanuela Malavisi

Quando una donna dice “voglio cambiare immagine”, secondo te sta davvero parlando di vestiti o sta chiedendo a qualcuno di aiutarla a ritrovarsi senza doverlo confessare?

Facci caso. Quando una donna chiude una relazione, spesso cambia taglio, colore, modo di vestirsi. Non lo fa per vanità. Lo fa perché dentro qualcosa si è spostato e ha bisogno di vedere, anche fuori, una versione diversa di sé.

È come se il cambiamento estetico arrivasse dopo una frattura interiore. Prima succede qualcosa dentro, poi il corpo, i capelli, l’immagine provano a raccontarlo.

Per questo, quando una donna dice “voglio cambiare immagine”, io non penso subito ai vestiti. Penso a una donna che forse sta cercando di ritrovarsi, ma non ha ancora trovato le parole per dirlo. L’immagine diventa il primo linguaggio possibile. Prima ancora della consapevolezza.

Ti è mai capitato di guardare una donna molto curata e sentire che, dietro quell’’eleganza, c’era una parte di lei che stava ancora cercando il permesso di esistere?

No, a dire il vero no.

Quando vedo una donna che si prende cura di sé, che dedica tempo al proprio corpo, alla propria immagine, al modo in cui si presenta al mondo, non mi nasce quel pensiero. Anzi, vedo una forma di rispetto. Vedo una donna che tratta il proprio corpo come qualcosa di prezioso, quasi come un tempio.

Quel pensiero mi nasce più facilmente davanti alle donne che si sono lasciate andare. Non in senso giudicante, ma umano. Donne che sembrano voler sparire in mezzo agli altri, che fanno di tutto per non essere notate, che hanno spento la propria presenza prima ancora della propria immagine.

Lì sento che manca qualcosa. Non bellezza, ma consapevolezza. Non abiti, ma strumenti. Perché molte donne non hanno ancora visto davvero il proprio potenziale. E finché non lo vedono, non possono nemmeno imparare a usarlo.

Emanuela Malavisi

Quanto dolore può nascondersi dentro una frase apparentemente semplice come “non mi vedo più”?

Tantissimo.

Ho ricevuto molti messaggi da donne che mi hanno scritto proprio così, soprattutto dopo una gravidanza. “Non mi vedo più”. Una frase breve, ma piena di dolore.

Il corpo cambia. Cambia anatomicamente. Dopo il parto non torna semplicemente quello di prima, perché qualcosa è realmente accaduto. Molte donne continuano ad avere in testa il riflesso di com’erano prima, e quando si guardano allo specchio trovano un corpo diverso. Non sempre riescono ad accoglierlo.

Eppure un bacino più largo non è un difetto. È il segno di un’anatomia perfetta, pensata per accogliere e ospitare un figlio. È un dono. E alcune trasformazioni resteranno, perché fanno parte di quella storia.

Poi ci sono altre cose: la diastasi, la pancia, i chili in più. Quelle sono dimensioni su cui si può lavorare, ma servono tempo, costanza e cura. Il punto è che quando arriva un figlio, tutte le priorità si spostano su di lui. E spesso la donna, senza nemmeno accorgersene, smette di essere una priorità per se stessa.

Secondo te, una donna quando smette di vestirsi per essere scelta e comincia a vestirsi per scegliersi?

Amo questa domanda.

Io mi sono sempre vestita per esprimere qualcosa. Per dare spazio al mio estro, alla mia creatività, a quella parte di me che aveva bisogno di uscire e prendere forma. Però, per molto tempo, non ero ancora pienamente consapevole del mio potenziale.

Credo che una donna cominci a vestirsi per se stessa quando inizia davvero a conoscersi. Quando smette di combattere contro il proprio corpo. Quando fa pace con ciò che è, con ciò che non è più, con ciò che sta diventando.

Da quel momento il vestito non serve più a farsi scegliere. Serve a riconoscersi. A dire: questa sono io. Non per piacere a tutti, ma per non tradirmi più.

C’è un momento in cui lo specchio smette di restituire un’immagine e comincia a restituire una verità che non si può più evitare?

Sì. Succede quando smettiamo di inseguire la perfezione come se fosse una meta possibile.

Per anni una donna può guardarsi allo specchio cercando solo ciò che manca, ciò che non va, ciò che dovrebbe essere diverso. Poi, a un certo punto, se ha il coraggio di fermarsi, lo specchio smette di essere un giudice e diventa qualcosa di più vero.

Comincia a restituire la realtà. Non quella crudele, ma quella inevitabile. Il corpo che c’è. Il volto che c’è. Le forme che ci sono. La storia che c’è.

Accade quando smetti di paragonarti. Quando inizi ad accettare i difetti senza farli diventare una condanna. Quando impari a vedere anche i pregi. Quando, finalmente, inizi a parlarti con dolcezza.

Nella tua esperienza, quante donne non cercano davvero un nuovo stile, ma un modo meno doloroso di abitare il proprio corpo?

Credo tantissime. Direi un buon ottanta per cento.

Noi donne siamo spesso troppo dure con noi stesse. Troppo critiche, troppo severe, troppo poco capaci di piacerci davvero. Ci osserviamo con uno sguardo che a volte non useremmo mai con nessun’altra persona.

E poi il corpo femminile cambia continuamente. Gli alti e bassi ormonali non aiutano. Il post gravidanza nemmeno. La menopausa, ancora di più. Ogni fase porta un corpo nuovo da comprendere, da accettare, da abitare.

Per questo molte donne non stanno cercando solo un nuovo stile. Stanno cercando un modo meno doloroso di stare dentro se stesse. E questo non si risolve con un abito. L’abito può aiutare, può accompagnare, può aprire una porta. Ma il lavoro vero è più profondo. Va affrontato con cura, pazienza e verità.

Tu hai conosciuto lo sguardo pubblico. Cosa resta di una persona quando viene osservata da molti, ma compresa davvero da pochi?

Dipende da quanto una persona è solida dentro.

Se hai una buona autostima, se hai una personalità costruita, se sai chi sei, anche quando vieni osservata da molti e compresa da pochi, resta la convinzione del tuo Io. Puoi soffrire, puoi metterti in discussione, puoi attraversare momenti di introspezione, riflessione, autoanalisi. Ma non vieni distrutta.

Per me è stato così. Prima di dire o fare qualcosa, io ho già passato ore, giornate intere, dentro i miei pensieri. Ho già analizzato, sviscerato, messo in discussione. Quindi, quando arrivo a una scelta o a una parola, dietro c’è un processo profondo. Restano la mia personalità, il mio pensiero, i valori con cui sono cresciuta.

Se invece una persona non ha una buona struttura interna, se non ha autostima, se non ha una personalità abbastanza forte, allora lo sguardo collettivo può fare molto male. Le critiche, il giudizio, la mancata comprensione degli altri possono lasciare davvero le ossa rotte.

Quanto è sottile il confine tra voler piacere e avere paura di non valere abbastanza se nessuno ci guarda?

Voler piacere, in fondo, è umano. Credo sia quasi un bisogno primordiale. Abbiamo bisogno dello sguardo degli altri anche per vivere nel collettivo, per sentirci parte di qualcosa, per essere riconosciuti.

Diverso è sentire di non valere abbastanza se nessuno ci guarda.

Lì non siamo più nel desiderio naturale di piacere. Siamo dentro qualcosa di più antico. Qualcosa che va cercato nel nostro passato, nel nostro bambino interiore, nei rapporti con i genitori, nelle ferite che ci hanno insegnato a misurare il valore personale attraverso l’approvazione.

Il non sentirsi abbastanza è spesso solo la punta visibile di un iceberg molto più profondo. Un iceberg che si chiama trauma affettivo.

Oggi poi c’è anche il tema dei social. Viviamo dentro una vetrina aperta ventiquattro ore su ventiquattro, dove like, visualizzazioni e follower sembrano dire continuamente quanto vali, quanto piaci, quanto esisti.

Per chi ci lavora, leggere gli insight ha senso. Fa parte di una strategia. Ma per chi vive i social come passatempo, sarebbe importante ricordarsi che dovrebbero restare un diario di ricordi, non un tribunale del proprio valore.

Emanuela Malavisi

C’è una forma di eleganza che nasce solo dopo aver smesso di chiedere scusa per ciò che si è diventate?

Certo. E si vede lontano un miglio.

Quando una persona smette di chiedere scusa per ciò che è diventata, cambia tutto. Cambia lo sguardo. Cambia la postura. Cambia il modo in cui entra in una stanza.

C’è luce negli occhi. C’è fierezza. La testa si alza come se non sentisse più il peso della gravità. Le spalle si aprono perché hanno già portato il peso delle critiche, delle attese, dei giudizi, delle frasi non dette e di quelle ricevute troppo forte.

E poi cambia il passo. Diventa più deciso. È il passo di chi sa dove andare e non ha più bisogno di chiedere indicazioni a chi non ha mai conosciuto la sua strada.

Se l’immagine fosse una forma di ritorno a casa, oggi tu dove sei tornata?

Io sono tornata a casa a Force.

Sono tornata a riprendere la mia bambina. Quella che avevo lasciato lì, da sola, in balia di se stessa. L’ho ritrovata, l’ho guardata, l’ho presa per mano e l’ho portata con me.

Adesso vive nella mia nuova casa. Ma soprattutto vive con me. La porto ovunque. Non la lascio più indietro.

Le ho detto che adesso ci sono io a prendermi cura di lei. Che non sarà più sola. Che per me è importantissima. Che nessuno dovrà più convincerla di non valere abbastanza.

Questa domanda mi ha toccata più di tutte. Ti rispondo con il nodo in gola e gli occhi pieni di lacrime.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

alpi fashion agenzia moda

Qual è la tua reazione?

emozionato
0
Felice
0
Amore
0
Non saprei
0
Divertente
0
Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

More in:Interviste