Prima di essere una gara, un Ironman è una storia umana. È fatta di uomini, di corpi messi alla prova, di conoscenza conquistata con gli anni, di errori trasformati in esperienza. È fatta di giornate nelle quali la motivazione non basta, di allenamenti compiuti nel silenzio, di rinunce che nessuno vedrà e di una dedizione che continua anche quando la fatica entra nella vita e chiede il conto.
Valerio Doni sarà l’uomo sulla linea di partenza, ma dentro ogni suo passo ci sarà il lavoro di altri uomini. Ci sarà il sapere di Mattia Sergi, triathlon coach, chiamato a leggere i numeri senza perdere di vista la persona. Ci sarà l’esperienza di Marco Merolli, preparatore atletico, che lavora sul corpo affinché possa reggere quando la volontà vorrebbe chiedergli ancora di più. Ci sarà la cura di Davide Lanzillotta, nutrizionista, che trasforma l’alimentazione in energia, equilibrio e possibilità.
Valerio porterà tutto questo con sé. Perché al traguardo arriverà un solo atleta, ma quell’impresa apparterrà anche a chi, con competenza, sacrificio e responsabilità, avrà contribuito a renderla possibile.
Un Ironman è una domanda
Valerio, perché continui a tornare verso una prova così impegnativa?
Valerio Doni. Per me l’Ironman non è una gara, è una domanda. Ogni volta che parto mi chiedo chi sarò quando arriverò dall’altra parte. Non torno perché mi piace soffrire o perché cerco un applauso. Torno perché ogni Ironman mi porta in territori di me stesso che ancora non conosco, dentro i miei limiti e dentro le possibilità che devo ancora esplorare.
Quanto è diventato importante nella definizione che hai di te stesso? Riesci ancora a distinguere Valerio dall’atleta?
Valerio Doni. Non riesco a separarli completamente. L’Ironman non è soltanto qualcosa che faccio, è diventato parte del modo in cui vivo. Questo sport mi ha aiutato a crescere come uomo e, nello stesso tempo, l’uomo che sono, con i suoi valori e le sue esperienze, ha costruito l’atleta. Le due parti si alimentano a vicenda.
Durante gli allenamenti più lunghi rimani per ore con te stesso. Che cosa succede mentalmente?
Valerio Doni. Succede qualcosa di raro: resto solo con me stesso. All’inizio ci sono il ritmo, i numeri e la fatica. Poi tutto si semplifica. Restano i pensieri, le domande, la disciplina. Mi piace perché posso ascoltarmi davvero e capire quando spingere e quando, invece, serve intelligenza per arrivare fino in fondo.
Prima dei numeri viene la persona
Mattia, quanto devi conoscere Valerio come persona per programmare bene il lavoro dell’atleta?
Mattia Sergi. Moltissimo. Soglie, potenza, frequenza cardiaca e passo mi dicono quale stimolo serve, ma devo capire quanto Valerio possa realmente assorbirne. Lavoro, famiglia, sonno, stress e recupero fanno parte dell’allenamento quanto nuoto, bici e corsa. Non cerco il massimo carico possibile, ma quello che può sostenere, recuperare e trasformare in adattamento. Programmo, osservo la risposta e modifico il lavoro quando serve.
Marco, che cosa cerchi nel corpo di un atleta Ironman prima di iniziare a lavorare?
Marco Merolli. Non guardo soltanto quanto sia forte. Valuto come si muove, come tollera i carichi e dove potrebbero trovarsi i punti deboli. Parto dall’anamnesi sportiva, dagli infortuni, dal sonno, dal recupero e dallo stress. Poi osservo postura, controllo motorio, mobilità, capacità del core di trasmettere forza e possibili asimmetrie che potrebbero provocare perdita di controllo o dolore.
Davide, quanto conta conoscere la persona e il suo rapporto con il cibo oltre ai fabbisogni nutrizionali?
Davide Lanzillotta. È la cosa più importante. Bisogna conoscere l’aspetto mentale e il rapporto con il cibo, non soltanto ciò che serve nutrizionalmente. Occorre immedesimarsi e aiutare l’atleta a raggiungere il proprio fabbisogno nel modo più sostenibile possibile.
Costruire un corpo che regga
Marco, da dove siete partiti e che cosa deve costruire la palestra che nuoto, bicicletta e corsa non possono dare nello stesso modo?
Marco Merolli. Valerio cercava una struttura nella quale recuperare dopo un’operazione al legamento crociato. Abbiamo iniziato con esercitazioni riabilitative e funzionali e ho visto subito la sua predisposizione ad affrontare i protocolli in modo metodico. Da lì abbiamo lavorato per renderlo resistente ed efficiente, capace di sostenere quantità di lavoro enormi. La palestra non sostituisce l’outdoor. Costruisce forza neuromuscolare, resistenza dei tessuti, stabilità del bacino e del tronco, controllo monopodalico, mobilità, postura e potenza. Corregge le debolezze individuali, aiuta a conservare massa muscolare durante il lavoro aerobico e contribuisce alla prevenzione degli infortuni. Lo scopo è rendere il gesto meno costoso e sopportabile più a lungo.
Mattia, come decidi quando chiedere qualcosa in più e quando rallentare? E che peso hanno le sensazioni di Valerio rispetto ai dati?
Mattia Sergi. Guardo potenza e passo a parità di frequenza cardiaca, intensità sostenute, recupero e percezione della fatica. Se completa il lavoro con margine e recupera bene, aumento lo stimolo. Se il peggioramento persiste, modifico il programma. In questa fase do più peso ai dati, perché Valerio sta ancora costruendo esperienza sulla distanza Ironman. Le sensazioni sono importanti, ma possono ingannare: può sentirsi bene mentre va troppo forte o leggere una normale fatica come un segnale negativo. Quando numeri e percezione non coincidono, cerco la ragione della discrepanza. Anche questo lo aiuta a conoscere meglio il proprio corpo.
Valerio, come distingui un limite che puoi attraversare da un segnale che devi rispettare?
Valerio Doni. Molto meglio di qualche anno fa. All’inizio interpretavo quasi ogni segnale come qualcosa da superare. Ora so che non tutta la sofferenza ha lo stesso significato. L’ego ti dice di ignorare tutto, la maturità ti insegna ad ascoltare. La mente non deve dominare il corpo, ma interpretarlo. Se il corpo non risponde, la prima reazione può essere la frustrazione, poi cerco di trasformarla in un’informazione. Il corpo non tradisce, comunica. La performance, alla fine, è una conseguenza della cura.
Ti è mai capitato che la testa volesse continuare mentre il corpo chiedeva altro?
Valerio Doni. Molte volte. In quei momenti la mente è fondamentale, non perché debba imporsi sul corpo, ma perché deve interpretarlo e guidarlo. Ho sempre ammirato la capacità di alcuni maestri orientali di governare se stessi attraverso la disciplina mentale. Il corpo ha una voce e la mente ha il compito di ascoltarla. Per questo non separo la prestazione dalla cura: non esiste una grande prestazione senza un corpo sano e non esiste un corpo sano se non si impara a rispettarlo ogni giorno.
Anche l’alimentazione si allena
Davide, quanto pesa l’aspetto psicologico e come cambia la strategia nutrizionale durante la preparazione?
Davide Lanzillotta. Pesa tantissimo. I carichi sono fuori dall’ordinario ed è facile commettere errori anche lontano dall’allenamento. Proteine e grassi rimangono quasi invariati, mentre aumentano le porzioni di carboidrati nelle fasi di maggior volume e i gel negli allenamenti di fondo. È il gut training: si abitua l’intestino ad assumere carboidrati durante lo sforzo, così da sostenere prima l’allenamento e poi la gara.
Oltre alla disponibilità energetica, che cosa cercate di proteggere nel rapporto quotidiano con il piano alimentare?
Davide Lanzillotta. Cerchiamo di evitare che Valerio si stanchi dell’alimentazione o arrivi a odiare il proprio piano. La vera battaglia continua anche fuori dall’allenamento e, in questo sport, la testa conta più delle gambe. Il piano deve adattarsi il meglio possibile alle richieste della preparazione e alle sue esigenze reali, così da poter essere seguito anche quando i carichi diventano più impegnativi.
Quanto deve essere sperimentata la strategia alimentare prima della gara e dove finisce la disciplina utile?
Davide Lanzillotta. Non si può improvvisare. Quantità e tempi devono essere provati per non destabilizzare l’organismo il giorno dell’Ironman. Ma attenzione non significa rigidità. Non ha senso rinunciare a un po’ di pasta quando si è stanchi e affamati per poi cercare uno sfogo negli eccessi. Ogni tanto anche il cervello ne ha bisogno. Il corpo va ascoltato senza perdere equilibrio.
Fidarsi senza smettere di capire
Valerio, quanto è difficile affidare parti decisive della tua preparazione alle scelte di altre persone?
Valerio Doni. Non è stato semplice. Sono abituato a costruire tutto con le mie mani, ma crescere significa anche riconoscere quando qualcun altro vede qualcosa che tu non riesci a vedere. La fiducia non è rinunciare alla responsabilità. È condividere un obiettivo con persone competenti. Mi fido, ma ho bisogno di comprendere. Non per mettere in discussione chi mi segue: conoscere la logica di una scelta mi permette di applicarla con maggiore convinzione.
Marco e Davide, come vive le correzioni e le indicazioni che riceve?
Marco Merolli. Il nostro è sempre stato un rapporto di fiducia. Valerio vive una correzione come un’occasione per migliorarsi.
Davide Lanzillotta. Comprendere il motivo delle indicazioni è fondamentale. Valerio capisce subito, si fida ed esegue. Questo facilita anche i cambiamenti necessari quando la preparazione e i carichi vengono modificati.
Disciplina, recupero, coordinamento
Mattia, che cosa succede quando manca la motivazione? E quando, invece, la determinazione diventa troppa?
Mattia Sergi. Con Valerio il problema è spesso l’opposto: devo frenarlo e inserire giorni di recupero obbligatori. Lo stimolo crea fatica, ma l’adattamento avviene durante il recupero. In una preparazione Ironman non si può dipendere dalla motivazione, che cambia. La disciplina porta al risultato, purché non diventi rigidità. Essere disciplinati significa fare ciò che serve, anche recuperare o modificare un allenamento. Il programma deve essere al servizio dell’atleta, non il contrario.
Valerio, quanto sei flessibile quando qualcosa impedisce di rispettare il programma?
Valerio Doni. Mi piace avere il controllo, ma ho imparato che il controllo non significa rigidità. Quando qualcosa cambia non lo vivo come un problema, ma come una nuova sfida. È nei momenti imprevisti che spesso emergono le soluzioni migliori. Posso cambiare il percorso, ma non la direzione. L’obiettivo resta lo stesso.
Che cosa avete imparato del suo carattere e quale qualità può trasformarsi in un limite?
Marco Merolli. Ho visto caparbietà, costanza e dedizione. Se un esercizio non riesce, lo ripete finché non gli riesce. Non ho dovuto proteggerlo dalla sua determinazione, perché abbiamo sempre parlato della sua condizione e concordato metodi e recuperi. Si è messo completamente a disposizione: la sua forza è fare ciò che serve per arrivare.
Mattia Sergi. Organizzazione e dedizione mi permettono di programmare sapendo che non cercherà scorciatoie. La stessa dedizione può diventare un limite quando vorrebbe fare sempre qualcosa in più. Recuperare non significa perdere un allenamento, ma permettere a quello già fatto di produrre adattamento. La continuità di settimane e mesi è ciò che mi dà più fiducia nel percorso verso Cervia.
Davide Lanzillotta. La disciplina facilita il mio lavoro. L’ossessione per il risultato, invece, qualche volta potrebbe impedirgli di ascoltare il proprio corpo.
Valerio, la capacità di non mollare ti ha mai creato difficoltà?
Valerio Doni. Sì. Mi rende adatto a questo sport, perché voglio capire fin dove posso arrivare, ma la ricerca continua del miglioramento può farmi diventare troppo esigente. Mi accompagna la regola dei cinque secondi di Alex Zanardi: “Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più.” Per me rappresenta la differenza tra fermarsi e scoprire di avere ancora qualcosa da dare. Ho imparato che crescere non significa pretendere la perfezione, anche se continuo a inseguirla e accontentarmi continua a non appartenermi.
Come fate a impedire che preparazione outdoor, palestra e nutrizione diventino tre percorsi separati?
Mattia Sergi. Il lavoro in palestra deve conoscere carichi, volumi e obiettivi del piano endurance e sostenere forza funzionale, stabilità e prevenzione. Anche la nutrizione deve conoscere sedute chiave e richieste fisiologiche per modulare energia, carboidrati e recupero. Tutto deve servire la preparazione Ironman.
Marco Merolli. L’outdoor occupa la maggior parte del tempo. In base a quei giorni e ai recuperi costruiamo in palestra forza, core, stabilità, controllo motorio, postura, equilibrio e resistenza. Nulla procede separatamente.
Davide Lanzillotta. Ho bisogno di conoscere durata, intensità e carichi dei diversi periodi per stabilire quantità e tempi dei pasti. Più il lavoro è sinergico, più diventa efficace.
Quando il piano smette di funzionare
Valerio, come vivi ciò che non puoi controllare e che cosa succede quando la gara non corrisponde più a quella immaginata?
Valerio Doni. L’Ironman insegna che il risultato nasce dall’incontro tra preparazione e imprevisto. Controllo ciò che posso, provo a migliorare ciò che dipende da me e accetto il resto. Quando i piani saltano inizia la vera sfida. Cerco di non sprecare energie rimpiangendo la gara che avevo immaginato. Mi piace avere il controllo, ma ho imparato che controllo non significa rigidità: posso cambiare il percorso senza cambiare direzione.
Mattia, si può allenare la capacità di reagire a una crisi senza considerare compromessa l’intera gara?
Mattia Sergi. Sì. In un Ironman è quasi impossibile controllare tutto. Si espone gradualmente l’atleta alla fatica accumulata, a condizioni meteorologiche diverse e a piccoli problemi da risolvere senza perdere lucidità. Non possiamo prevedere ogni imprevisto, ma possiamo prepararlo a decidere quando il piano A non funziona più. Valerio ha una resilienza naturale: tende ad adattarsi e andare avanti. Una crisi momentanea non compromette necessariamente la gara. Spesso il danno nasce dal modo in cui si reagisce alla difficoltà, non dalla difficoltà stessa.
Valerio, come parli a te stesso in quei momenti?
Valerio Doni. Cerco di essere lucido e onesto. Non mi racconto favole e non cerco scuse. Mi ricordo che la fatica è temporanea e che spesso siamo capaci di molto più di quanto crediamo. Poi mi dico di andare avanti, un passo alla volta.
Una prestazione non è una persona
Valerio, quanto riesci a separare il risultato dal giudizio che dai di te stesso?
Valerio Doni. Una gara misura una prestazione, non il valore di una persona. Se confondiamo le due cose diventiamo prigionieri del risultato. Per me il vero fallimento è non impegnarsi. Una prestazione negativa va analizzata. Non è piacevole, ma gli errori mi hanno insegnato più delle vittorie. Le vittorie danno fiducia, le difficoltà danno consapevolezza.
Come trasformate un errore in informazione senza farlo diventare un giudizio sull’atleta?
Mattia Sergi. Lo analizzo in modo oggettivo. Cerchiamo che cosa non ha funzionato tra preparazione, passo, nutrizione, recupero e gestione della gara, poi correggiamo il percorso. Nell’endurance gli errori fanno parte dell’allenamento e diventano un problema soltanto se non impariamo nulla.
Marco Merolli. Ogni allenamento deve portare qualcosa di nuovo e aumentare l’esperienza, così da affrontare le situazioni successive con maggiore coscienza.
Davide Lanzillotta. Quando si lavora a questo livello non sempre è semplice distinguere ciò che va corretto dalla normale variabilità della risposta. Serve fiducia totale. Dove la scienza non arriva da sola, deve arrivare anche il lato umano.
Il costo che non si vede
Valerio, che cosa costa davvero preparare un Ironman?
Valerio Doni. Costa tempo, la risorsa più preziosa. Ogni allenamento è una scelta che fai rinunciando a qualcos’altro, perciò non do per scontato il sostegno di chi mi sta accanto. La rinuncia più grande è la comodità. Per mesi scegli la strada più difficile invece di riposare, trovare una scusa o rimandare. Non mi sono mai chiesto se ne valesse la pena. Mettermi alla prova è una necessità prima ancora che una passione e spero di trasmettere questo valore anche ai miei figli.
La linea di partenza
Che cosa vorreste consegnare a Valerio sulla linea di partenza?
Mattia Sergi. Un atleta consapevole, disciplinato e sicuro del lavoro fatto. Deve conoscere limiti e capacità, senza sentire il bisogno di dimostrare nulla nei primi chilometri. La forma fisica è fondamentale, ma servono pazienza e lucidità. La vera gara comincia quando arriva la fatica.
Marco Merolli. Un corpo più performante, capace di sostenere il lavoro fino alla fine. Il team ha lavorato con lui e per lui, ma saranno determinanti anche la sua motivazione e la capacità mentale di affrontare la fatica.
Davide Lanzillotta. Vorrei che capisse che seguire un piano completo, come sta già facendo, può portarlo a un livello superiore. Ma soprattutto che l’alimentazione è un alleato, non un nemico da affrontare ogni giorno. Vorrei che arrivasse alla gara potendo dire: ho fatto tutto quello che c’era da fare. Nessun rimpianto, soltanto voglia di fare bene. Let go!
Valerio, quanto dura la soddisfazione dopo un traguardo e che cosa cerchi in quello successivo?
Valerio Doni. Meno di quanto si possa immaginare. Il traguardo dura pochi istanti, la persona che sei diventato per raggiungerlo dura molto più a lungo. Non cerco una medaglia diversa, ma una versione migliore di me stesso. Avere una direzione mi costringe a crescere e a non smettere di costruire qualcosa.
Il bisogno di pensare all’obiettivo successivo arriva subito?
Valerio Doni. Sì, perché credo che una vita senza obiettivi perda una parte importante del suo significato. Avere una direzione ti costringe a crescere, a migliorare e a non smettere mai di costruire qualcosa. Voglio continuare a scoprire quanto posso crescere, imparare e migliorare. Non per dimostrare che sono arrivato da qualche parte, ma per ricordarmi che il percorso non finisce mai.
Dopo tutto il lavoro, la fatica, la programmazione, il controllo e tutto ciò che non potrai controllare, quando arriverai al prossimo traguardo che cosa vorresti avere scoperto di Valerio Doni che oggi ancora non sai?
Valerio Doni. Forse, alla fine, non sto cercando un traguardo. Sto cercando una risposta. Voglio sapere quante volte ancora posso guardare qualcosa che sembra impossibile e trasformarlo in qualcosa che ho fatto. Finché ci riuscirò, saprò di essere ancora vivo.
Intervista di: Gabriele Vinciguerra






















