Sergio Manera

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Quando ho deciso di incontrare il Dott. Sergio Manera, fisico nucleare, volevo comprendere cosa ci fosse realmente dietro la crescente opposizione alla costruzione dei data center in Lombardia. Non cercavo conferme, ma risposte. Soprattutto da chi, per formazione scientifica ed esperienza professionale, è abituato a misurare i fenomeni prima di esprimere un giudizio.

Viviamo immersi nella tecnologia, ne utilizziamo quotidianamente le possibilità e difficilmente saremmo disposti a rinunciarvi. Eppure conosciamo molto poco delle infrastrutture che rendono possibile tutto questo. Sappiamo quanto ci offrono, molto meno quanto consumano, cosa producono e quali conseguenze possano avere sui territori che le ospitano.

Il Dott. Manera ha scelto di esporsi pubblicamente su questi temi, sollevando interrogativi che coinvolgono la scienza, la politica e gli interessi economici delle grandi multinazionali. Durante il nostro incontro ho voluto approfondire anche le contraddizioni della sua battaglia, perché ritengo che il confronto abbia valore soltanto quando siamo disposti a mettere in discussione anche le ragioni di chi abbiamo di fronte.

Mi ha colpito soprattutto una sua risposta. Alla domanda se sarebbe disposto a sostenere la realizzazione di un data center rispettoso di rigorosi criteri ambientali e sociali, non ha avuto esitazioni: «Assolutamente sì».

Una risposta che aiuta a comprendere la sua posizione e che, personalmente, considero importante per affrontare questa discussione senza pregiudizi.

Ne è nata una conversazione che va oltre le questioni ambientali e tecnologiche, fino a toccare un tema che mi sta particolarmente a cuore: quanto siamo ancora capaci, come cittadini e come società, di partecipare consapevolmente alle decisioni che riguardano il nostro futuro?

Ho lasciato al Dott. Manera lo spazio per spiegare le proprie ragioni. A voi lettori quello per riflettere e formarvi un’opinione.

Sergio Manera

Qual è stato il dato scientifico che l’ha convinta a esporsi personalmente contro l’espansione dei data center?

Più che di espansione, parlerei di un’ondata speculativa che stiamo registrando soprattutto in Lombardia. Il dato che, da fisico, mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia è stata la totale assenza di una valutazione sulla dispersione del calore prodotto da queste infrastrutture.

Per molto tempo il problema è stato sottovalutato, deriso e sostanzialmente ignorato. Il calore veniva considerato un elemento trascurabile, qualcosa che potesse essere disperso nell’ambiente senza particolari conseguenze. Poi sono arrivati due studi internazionali che hanno evidenziato non soltanto la presenza del fenomeno, ma anche la sua entità e i possibili rischi.

Il calore è un inquinante di natura fisica. Non parliamo di sostanze chimiche come gli ossidi di azoto o l’anidride solforosa, e nemmeno di un gas climalterante come la CO₂. Per anni si è pensato che potesse essere liberato nell’ambiente e semplicemente scomparire, senza lasciare conseguenze. Non è così.

Oggi anche il mondo dell’informazione sta cominciando a occuparsene. Più che un problema nascosto, credo sia stato un problema omesso, anche per effetto di interpretazioni scientificamente sbagliate. È proprio questa sottovalutazione che mi ha spinto a parlarne pubblicamente.

C’è qualcosa che gli stessi comitati contrari ai data center sostengono e che lei, da scienziato, non condivide?

Certamente. Può succedere che alcuni cittadini, più che i comitati nel loro insieme, si lascino prendere la mano. Penso, per esempio, al tema dell’elettrosmog.

I campi elettromagnetici sono un fenomeno ben conosciuto e regolamentato. Esistono limiti di esposizione precisi e il problema assume particolare rilevanza in presenza di grandi elettrodotti, come le linee ad alta tensione da 380.000 volt, per le quali sono previste apposite fasce di rispetto. Parliamo anche di distanze dell’ordine di 28 metri per lato, con limitazioni alla presenza di abitazioni e luoghi destinati alla permanenza delle persone.

Un data center, da questo punto di vista, è sostanzialmente un grande insieme di computer. Può esistere un problema di esposizione all’interno della struttura, ma all’esterno, dove vive la popolazione, considero questo rischio molto basso, quasi trascurabile.

Quando qualcuno insiste particolarmente sull’elettrosmog, cerco di spiegare che non è quello il problema sul quale dovremmo concentrare la nostra attenzione. Esistono questioni molto più rilevanti e scientificamente fondate.

Quale prova concreta potrebbe convincerla che un data center è realmente sostenibile?

La sostenibilità, per queste aziende, non è soltanto una scelta etica o morale. Esistono direttive e norme, anche italiane, che impongono determinati requisiti. Ma c’è un aspetto ancora più concreto: l’accesso al credito.

Le grandi società che realizzano questi impianti hanno bisogno di finanziamenti importanti. Se riescono a dimostrare di possedere una reputazione impeccabile sotto il profilo della sostenibilità, possono accedere ai grandi fondi di investimento che finanziano questo genere di operazioni.

Senza quella reputazione diventa molto più difficile ottenere le risorse necessarie per entrare e rimanere sul mercato.

Per questo la sostenibilità è una questione estremamente concreta, che deve tradursi in caratteristiche impiantistiche precise. Non basta dichiararsi sostenibili. Bisogna dimostrarlo attraverso il modo in cui gli impianti vengono progettati, realizzati e gestiti.

Qual è l’impatto ambientale più preoccupante che oggi non siamo ancora in grado di valutare adeguatamente?

In realtà non direi che esistano impatti ambientali che non siamo in grado di valutare. Disponiamo degli strumenti scientifici per studiarli tutti, compreso il calore, che per molto tempo è stato dimenticato.

Il vero problema è un altro: la valutazione complessiva degli effetti prodotti da più impianti concentrati nello stesso territorio.

In Lombardia, se ricordo correttamente, siamo nell’ordine di circa 160 proposte di insediamento. Molte interessano un’area relativamente circoscritta, tra Milano, Lodi e l’alto Pavese. Non possiamo continuare a considerare ogni progetto come se fosse completamente indipendente dagli altri.

Servirebbe una valutazione strategica complessiva, che oggi manca.

Esiste poi una modalità di procedere che viene definita salami slicing. Consiste nel suddividere un grande intervento infrastrutturale in tanti progetti più piccoli, ciascuno sottoposto a un’autorizzazione distinta.

Pensiamo a una stazione elettrica, ai sistemi di accumulo con batterie, agli elettrodotti, al data center vero e proprio e alle eventuali infrastrutture per il teleriscaldamento. Sono elementi che appartengono allo stesso sistema, ma possono essere esaminati separatamente da amministrazioni e autorità differenti.

Così facendo si rischia di perdere completamente la visione d’insieme. È una frammentazione che, a mio giudizio, favorisce un modello industriale dal carattere predatorio nei confronti del territorio.

Sergio Manera

Dietro questi investimenti miliardari, quanto conta l’interesse pubblico e quanto quello delle grandi multinazionali?

L’Italia, purtroppo, si trova ai margini del grande mercato dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione.

Non abbiamo un controllo industriale significativo sulle tecnologie utilizzate. I server, le reti, i componenti elettronici, le materie prime necessarie alla loro produzione e persino gran parte del software dipendono da aziende americane o dell’Asia orientale.

Le competenze nel nostro Paese esistono, ma manca un’organizzazione industriale capace di valorizzarle e trasformarle in una filiera autonoma.

Dei circa 160 progetti di cui parlavamo, ritengo che soltanto due o tre siano direttamente riconducibili a esigenze strategiche della digitalizzazione italiana, tra quelli dichiarati di preminente interesse nazionale.

Il resto si inserisce in un’ondata di investimenti che ha già attraversato altri Paesi europei. Prima l’Irlanda e il Regno Unito, poi l’Europa settentrionale, con Olanda, Danimarca e Germania. Ora questa espansione interessa anche l’Europa meridionale, dall’Italia alla Spagna e alla Grecia.

Quello che cambia è il modo in cui gli Stati reagiscono.

A mio giudizio, l’Italia si dimostra completamente subordinata alla volontà delle multinazionali. L’importante sembra essere attirare investimenti, evitando qualsiasi richiesta che possa indurre le grandi aziende tecnologiche a spostarsi altrove.

La Spagna, invece, sta assumendo una posizione diversa. Cerca di stabilire dove realizzare queste infrastrutture, secondo quali condizioni e con quali responsabilità a carico degli operatori, anche rispetto all’energia necessaria al loro funzionamento.

È una differenza sostanziale. Da una parte si cerca di governare lo sviluppo del territorio, dall’altra si rischia semplicemente di subirlo.

Se ogni impianto rispetta singolarmente la normativa, chi valuta le conseguenze di decine di strutture concentrate nello stesso territorio?

È esattamente questo il problema. Attualmente manca una vera valutazione degli effetti cumulativi, perché i diversi procedimenti autorizzativi vengono trattati come interventi autonomi.

Ma il territorio è uno solo e, soprattutto, la popolazione è una sola.

Le persone che vivono in una determinata area subiscono gli effetti complessivi delle infrastrutture presenti, non quelli di un singolo impianto considerato isolatamente.

Per questo dovrebbero intervenire con maggiore incisività gli organismi nazionali competenti, a partire dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Quest’ultimo sta già richiamando l’attenzione sulla necessità di valutare gli impatti cumulativi. In alcune osservazioni rivolte ai progettisti vengono sollevate numerose criticità, talvolta attraverso documenti molto articolati.

Purtroppo, però, queste osservazioni non sempre si traducono in prescrizioni concrete.

Persino l’Istituto Superiore di Sanità, in questo contesto, fatica a far sentire pienamente la propria voce.

Quale informazione ritiene indispensabile rendere pubblica prima che venga autorizzato un data center?

Il quadro emissivo complessivo dell’impianto.

La trasparenza dovrebbe accompagnare ogni fase della vita di un data center, dalla presentazione del progetto alle amministrazioni locali fino alla sua realizzazione, alla gestione e alla definitiva dismissione.

I cittadini dovrebbero conoscere le caratteristiche dell’intervento, le strategie adottate per realizzarlo e, soprattutto, gli effetti ambientali prodotti durante il funzionamento.

Parliamo della quantità di calore disperso, delle emissioni generate dai gruppi elettrogeni diesel, del rumore e di tutti gli altri fattori di impatto.

Questi dati dovrebbero essere misurati, aggiornati e resi pubblicamente consultabili.

Immagino, per esempio, una pagina sul sito di ARPA Lombardia attraverso la quale ogni cittadino possa verificare le emissioni di un determinato data center, magari quello di Vellezzo Bellini, consultando i dati giornalieri, mensili e annuali.

La sostenibilità deve poter essere verificata da tutti, non soltanto dichiarata dalle aziende.

Oggi questa trasparenza, nei termini che ritengo necessari, non esiste.

Stiamo affidando una parte della nostra sovranità digitale alle multinazionali oppure i data center possono rafforzarla?

In teoria potrebbero rafforzarla. Ma per come si sta sviluppando il settore, quello a cui stiamo assistendo è, a mio giudizio, una vera colonizzazione digitale.

Il controllo delle grandi infrastrutture e dei dati è concentrato nelle mani di poche società, soprattutto americane.

Non è un problema esclusivamente italiano. Riguarda gran parte dell’Europa e credo che questa espansione interesserà progressivamente anche altre aree del mondo, come il Medio Oriente e l’Africa.

La questione centrale è proprio la sovranità.

Quando i dati vengono affidati a infrastrutture controllate da grandi aziende straniere, lo Stato italiano non può essere certo di conservarne il pieno controllo.

Dal mio punto di vista, la nostra sovranità digitale, in queste condizioni, è praticamente nulla. Sono convinto che quei dati possano essere letti anche da soggetti diversi da quelli ai quali pensiamo di averli affidati.

Se un progetto dimostrasse di rispettare rigorosi criteri ambientali e sociali, lei sarebbe disposto a sostenerlo?

Assolutamente sì.

Abbiamo bisogno dei data center e non è nostra intenzione negarne l’utilità.

È proprio questo lo scopo della nostra attività nei comitati. Vogliamo che queste infrastrutture vengano realizzate rispettando tutti i requisiti che consideriamo indispensabili per tutelare la popolazione e l’ambiente.

Nel momento in cui queste condizioni fossero realmente soddisfatte, per noi non ci sarebbe alcuna ragione di opporci.

Ben venga, quindi, un data center che rispetti quei requisiti.

Possiamo davvero immaginare una società sempre più digitalizzata senza una continua espansione dei data center? Quale alternativa concreta propone?

Qui entriamo in un ambito che riguarda soprattutto l’utilizzo delle infrastrutture digitali. Io mi occupo prevalentemente degli aspetti impiantistici e degli impatti ambientali, quindi è un terreno sul quale ho competenze meno specifiche.

Posso però fare una considerazione.

Le applicazioni che hanno una grande utilità sociale, come quelle mediche o quelle destinate a sostenere i processi industriali, rappresentano, secondo le informazioni in mio possesso, meno dell’1% dell’utilizzo di queste macchine.

Gran parte della capacità di calcolo viene impiegata per attività molto diverse: dal gaming alla grande finanza, fino alle applicazioni militari, che non possiamo ignorare.

Credo quindi che dovremmo interrogarci anche sulle finalità per le quali utilizziamo queste enormi risorse tecnologiche.

Un cambiamento nelle priorità potrebbe portarci a scoprire che abbiamo bisogno di una potenza di calcolo molto inferiore rispetto a quella che stiamo progettando di installare.

Dottor Manera, lei sta combattendo contro i data center oppure contro il modo in cui abbiamo deciso di costruire il nostro futuro digitale?

Noi stiamo combattendo per il rispetto di alcuni principi costituzionali fondamentali.

Prima di tutto la tutela della salute delle persone e il rispetto dell’ambiente come valore essenziale.

Il data center è un’infrastruttura di cui abbiamo bisogno. Questo non è in discussione.

Ma deve essere progettato, realizzato e gestito nel rispetto di quei principi che dovrebbero guidare qualsiasi scelta capace di incidere sulla vita delle persone e sul territorio in cui vivono.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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