Vincenzo Lizzi

Ci sono sconfitte che non finiscono sul tabellino. Restano addosso, si infilano nel silenzio degli spogliatoi, nel corpo che ha dato tutto, negli occhi di chi sa che un verdetto può raccontare una parte della storia, ma non tutta.

Vincenzo Lizzi ha perso il suo match contro Momo El Maghraby, ma ridurre questa intervista alla cronaca di un incontro sarebbe ingiusto. Perché qui non interessa soltanto il pugile. Interessa l’uomo che resta quando il pubblico se ne va, quando il rumore si spegne, quando la durezza lascia spazio alla verità.

Lizzi parla di buio, di infortuni, di anni vissuti in bianco e nero, ma anche di colori che lentamente tornano. Parla del ragazzino ferito dagli sguardi, del dolore gestito in solitudine, del sacrificio come qualcosa che rende sacro ciò che un atleta consegna al ring.

E poi parla di responsabilità. Quella dei giudici, degli arbitri, di chi con un verdetto non assegna soltanto un punteggio, ma può incidere sul destino professionale e umano di un pugile.

Ne esce un’intervista dura, sincera, a tratti commovente. Non sul risultato. Ma su ciò che resta di un uomo quando il risultato non basta a raccontarlo.

Vincenzo Lizzi

Vincenzo, prima ancora del pugile, chi è l’uomo che oggi si guarda allo specchio dopo una notte difficile?

Vincenzo oggi è un uomo nuovo. Un uomo che sta imparando a superare le difficoltà e che prova ad avere una visione più ottimistica della vita.

Per diversi anni ho visto il buio. Da giovane promessa della boxe italiana, da nuova speranza, mi sono ritrovato a essere considerato un pugile forte, ma troppo sfortunato.

Ho avuto sette infortuni, più o meno gravi, nel giro di pochi anni. Ho passato tantissimi mesi a riabilitarmi per poter tornare a combattere ad altissimi livelli. Tutto questo mi aveva trascinato dentro una spirale di frustrazione e nervosismo, fino a farmi vedere la vita in bianco e nero per tanto tempo.

Ora ho iniziato ad aggiungere qualche colore. Sono ancora pochi, ma è già una visione più variopinta.

Mio zio mi dice sempre: “Se una cosa a cui tieni particolarmente non accade, è perché deve accaderne una ancora più bella”.

Ormai questo è il mood della mia vita.

Quando togli i guantoni, quando finisce il rumore del pubblico e resti solo con te stesso, cosa rimane davvero di Vincenzo Lizzi?

Resta un uomo che sa ancora emozionarsi.

Un uomo che ha costruito sulla forza e sulla durezza tutta la sua immagine. Ed è vero, io sono così. Ruvido, rigido, sincero, estremamente cocciuto e caparbio.

Ma in fondo c’è ancora quel ragazzino cicciottello che si sentiva ferito dagli sguardi, dalle parole e dai gesti. Gesti magari apparentemente innocenti, ma capaci di tagliare come lame.

Oggi mi commuovo per le cose semplici. Mi piace stare a contatto con la gente e aiutare quando è possibile. Ho paura di tante cose che, pian piano, sto iniziando a metabolizzare e razionalizzare.

Credo che ognuno abbia un destino. E dobbiamo accettarlo.

Il pugilato spesso racconta il coraggio, la forza, la resistenza. Ma qual è la parte fragile di te che pochi conoscono e che forse ti ha reso l’uomo che sei?

La sera, prima di dormire, quando chiudo gli occhi, penso.

Vedo tutti gli scenari della mia vita. Quello che ho fatto e quello che avrei potuto fare. Poi, improvvisamente, arriva il peso sul petto. Quello che toglie l’aria e anche il sonno.

Lo combatto, consapevole di essere forte e capace di distruggere questo demone mentale che mi sono autocostruito.

E sto vincendo.

Sto distruggendo tutte le fragilità con lucidità e razionalità.

C’è stato un momento della tua vita, fuori dal ring, in cui hai capito che avresti dovuto combattere anche senza pubblico, senza cintura, senza applausi?

La vita, di per sé, è un combattimento.

Ogni giorno combattiamo contro il male del mondo. Ormai sembra che ognuno voglia prevaricare sull’altro.

Dobbiamo combattere con tutta la forza che abbiamo contro questi atteggiamenti, per non permettere di essere mangiati dalle iene metropolitane.

Che rapporto hai con il dolore? Non quello fisico, che un pugile impara a gestire, ma quello più silenzioso, quello che non si vede e che spesso resta addosso anche dopo il match.

Mi piace gestirlo in solitudine.

Credo che il modo migliore per affrontare una difficoltà sia fare tanta introspezione. Non mi piace avere vicino persone che provano a consolarmi.

Ci sono momenti in cui bisogna restare soli, piangere, urlare, sfogarsi. Dopodiché si raccolgono i cocci e si ricostruisce.

Mia nonna dice sempre, in dialetto calabrese: “Si spagnassero i mano cume si spagnano l’occhi”. Tradotto significa: “Se si spaventassero le mani come si spaventano gli occhi”.

E allora penso che il dolore percepito sia più grande di quanto realmente sia.

Fin quando esiste una soluzione, tutto passa.

Cosa ti ha insegnato la boxe su te stesso che nessuna vittoria avrebbe potuto insegnarti?

Lo spirito di sacrificio.

Pugilato e sacrificio sono sinonimi. Ho rinunciato all’adolescenza, alle uscite con gli amici, alle feste, al cibo, a qualsiasi svago, pur di raggiungere i miei obiettivi.

Oggi guardo indietro e dico che ne è valsa la pena, perché mi ha reso un uomo capace di gestire tutte le pressioni della vita e capace di apprezzare ancora di più le piccole cose.

Quando vai a letto digiuno per periodi prolungati, capisci che il cibo va rispettato. Capisci che, se abbiamo le tavole sempre piene, siamo fortunati.

Grazie al pugilato ho imparato a dare valore alle cose che la gente comune dà spesso per scontate.

Vincenzo Lizzi

Un pugile viene spesso giudicato per il risultato. Ma tu, come uomo, da cosa vorresti essere giudicato davvero?

Per il messaggio che porto.

Rispetto, amicizia, famiglia, studio, disciplina. Sono tutti valori che mi rappresentano e che vorrei venissero associati al mio nome.

Se dovessi raccontare Vincenzo Lizzi a un ragazzo che sogna di diventare pugile, cosa gli diresti senza filtri, non per motivarlo, ma per prepararlo alla verità di questo sport e della vita?

Gli direi che deve essere pronto a superare le ingiustizie.

Quando sei soggetto al giudizio altrui, devi essere consapevole che ognuno può vederla in maniera differente.

Non devi lasciarti abbattere, perché cavallo buono si vede a fine corsa. Non devi avere fretta e non devi essere ossessionato dal tempo che passa.

Tutto arriva, prima o poi. Ma il tempo premia solo gli audaci, coloro che ci hanno sempre creduto e non si sono mai abbattuti.

Sii forte.

Quando un arbitro o un giudice prende una decisione, non sta solo applicando un regolamento. Sta entrando nella storia professionale, emotiva e umana di un atleta. Secondo te chi giudica ha piena consapevolezza di questa responsabilità?

Purtroppo no.

Spesso gli arbitri e i giudici sono ex atleti che si fanno condizionare da amicizie, storie e situazioni che dovrebbero restare fuori.

Il pugilato è uno sport di nicchia e, proprio per questo, anche i numeri sono ridotti. Difficilmente una persona decide di diventare arbitro di pugilato dal nulla. Sicuramente ha avuto un passato da pugile, da allenatore, oppure ha qualche parente che lo fa o che lo ha fatto.

Non sempre c’è consapevolezza del fatto che un giudizio errato possa cambiare la vita di una persona.

Ho conosciuto tantissimi atleti fortissimi che, dopo sconfitte immeritate, hanno deciso di appendere i guantoni al chiodo.

Sbagliare un verdetto a un campionato italiano, per esempio, può pregiudicare l’accesso di un atleta alla nazionale o ai gruppi sportivi militari, stravolgendo completamente quella che sarebbe potuta essere la sua vita.

Occorrerebbe fare corsi di formazione non solo professionale, ma anche umana.

L’errore è umano, ma la malafede dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza di chi sbaglia.

Vincenzo Lizzi

Nel pugilato si chiede al pugile di essere lucido, disciplinato, rispettoso e capace di accettare tutto. Ma cosa dovrebbe essere chiesto, con la stessa severità, a chi ha il potere di decidere il destino di un pugile?

Rispetto.

Bisogna rispettare i sacrifici di due uomini che si spogliano di ogni debolezza e che si battono con onore e lealtà.

Bisogna rispettare i sacrifici.

Sacrificio, nella sua radice latina, significa rendere sacro. E allora anche un verdetto, quando entra nella vita di due uomini che hanno dato tutto, dovrebbe portare con sé qualcosa di sacro.

Anche il giudice dovrebbe rendersi conto della sacralità del verdetto.

Una riflessione finale:

Il pugilato non chiede pietà. Non la chiede a chi combatte, non la chiede a chi guarda, non la chiede nemmeno a chi perde.

Chiede però una cosa più difficile: rispetto.

Rispetto per chi sale sul ring sapendo che il corpo può rompersi, che il giudizio può ferire, che la sconfitta può diventare una stanza buia da attraversare da soli.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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