65.ma Edizione del festival di Sanremo. Il mio animo è febbrile e sono pronto a provarne il retrogusto sul divano. Un po’ come se fosse un vecchio dolce al cioccolato, di quelli appena sfornati e quelle serate che ricordano tanto la vicinanza, l’idea di famiglia. Ciò che non può essere precostituito è proprio quell’idea di famiglia che si è voluto creare nel tempo. C’è chi si azzarda paladino sostenitore di questi valori universalmente riconosciuti, ma proprio quello che vien difficile affermare è proprio il fatto che ci troviamo di fronte ad una realtà che non ha niente a che vedere con modelli pre-confenzionati. Famiglia è amore. Nulla di più, nulla di meno. Tutto il resto risulta superfluo, ma soprattutto nei limiti del trash più inverosimile. Sanremo in tutti questi anni ha proprio preso l’aspetto di una grande famiglia. Delle volte strumentalizzato, odiato, ai limiti del comico o del trash più becero. Senza ogni ombra di dubbio quello che non possiamo rinunciare di fare è Amarlo. Amare le canzoni che sono novità imperante per giorni, i vestiti che calano dalla scalinata, gli ospiti e le parole. Sanremo è tutto molto pre costituito. Fa parte di tutta quell’alternanza di riti che lo rendono tale. Una tradizione, che non vorrei mai venisse definita tale. Il ritorno, la delusione non sono assolutamente temi direttamente riconducibili alla canzone sanremese, che appunto per definizione è catartica. Riscopriamo dentro di essa aspetti che meglio ci faranno sostenere attimi che credevamo ineluttabili. Attimi che ci riconducono al presente, che è qui. Ora. Adesso. Non ci rimane altro che viverlo, e assaporarne tutti i suoi anfratti. Rendendolo nostalgico, come ci ricorda Malika Ayane. “I brani è come se diventassero delle persone. Vengono scelti, messi nella top ten di una classifica, e improvvisamente non ne siamo più i proprietari”, spiega Tiziano Ferro, super ospite della prima serata. È proprio li, in questo momento che succede la magia: le canzoni diventano popolari, perché raccontano delle persone facendosi portavoce di messaggi. È un festival Pop. Capace di raccontare la gente. Il suo vissuto, ma soprattutto le sue ansie, le sue gioie, ed i sorrisi. Sorrisi che si fanno l’emblema della forza, capaci di combattere il pregiudizio. Vengono definiti come una finestra sul mondo. Un mondo non sempre concorde con le nostre aspettative, ma vitale e ricco di empatie infinite nelle quali tutti abbiamo il diritto di ritrovare noi stessi. Che sia nel corpo di un uomo, una donna o viceversa.

Un Festival che ci fa riscoprire il piacere del viaggio, inteso come ricerca dentro sé, come è evidenziato nella canzone dei Dear Jack, boyband molto in voga tra il pubblico di teenager. Una ricerca che si fa viva fin dal momento nel quale acquistiamo l’unico biglietto di andata e ritorno. Ed è qui che l’amore è vivo, e dovrebbe essere percepito come un’entità di tutti e per tutti. Amore in tutte le sue forme, non importa. Il fine giustifica i mezzi quando vengono percepite da noi stessi e da chi sta intorno sensazioni di non ritorno, e mai calcolate. Mi ha commosso l’intervento di un Alessandro Siani maturo e non troppo criptico allo stesso tempo, soprattutto nella sua dedica finale al Pino Daniele poeta, tristemente scomparso recentemente. La vita è fatta di ripetute istantanee mai uguali, totalmente differenti una dall’altra, profondamente affascinanti. È proprio questo il senso di tutto. Vivere ogni attimo con instancabile entusiasmo, fino allo spasmo, fino a quando non ne possiamo più, anche se vorremmo continuare a giocare. Giocare. Perché alla fine Sanremo è un gioco. Ci sarà un vincitore. La sua canzone verrà trasmessa in radio insieme alle altre dei colleghi. Infine, è il festival della musica. Quella di sempre. Nuova. Fatta di corsi e ricorsi. Perché la musica in fin dei conti ha sempre avuto la capacità di trasformare la paura in allegria. I nostri demoni in opportunità di rilancio, come ci hanno ricordato i primi ospiti internazionali “Imagine Dragons”. Ed è “bella la vita” che ce lo fa comprendere.

Stefano Fiori

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Stefano Fiori. Questo è il nome. Di solito non mi piace scrivere di me, la trovo pura esibizione di se stessi, ma è anche un modo per farmi conoscere ai lettori di ALPI FASHION MAGAZINE. Non mi reputo un ragazzo come tanti, e fin da piccolo ho coltivato l’idea che trascorrere del tempo con se stessi, con la propria individualità fosse un fatto affascinante, e da cui ne sto traendo qualche frutto. Scopri cose di te stesso, che probabilmente mai nessuno saprà mai. Impari che persino il silenzio ti entusiasma, ma non quanto il rumore, che insieme hanno la particolarità di avvolgere la sensibilità che ti sei creato nel tempo. I libri sono sempre stati il mio nutrimento, la mia più grande ispirazione. Mondi nel quale rifugiarsi e vivere quando non sopporti più l’idea di vivere in silenzi immensi. I libri sono colore, uno per ogni stato d’animo. Il sorriso la mia caratteristica. Non c’è una fotografia, un vecchio filmato nel quale io non sorrida. Sono sempre stato un bambino sereno, nel senso che la mia eleganza consisteva, fin da piccolo nel procedere a passi felpati, per paura di disturbare, persino a casa mia, quello che poi sarebbe diventato il più grande regno degli amori, più che di semplici affetti. Col tempo scrivere è diventato quel modo di colmare quei vuoti, nei quali dominava l’inconsistenza più assurda. Un modo per emozionarmi, e talvolta emozionare. Scrivere mi aiuta ad amplificare il dislivello tra l’essere e l’apparire. Ciò che mi definisce, almeno fino a questo punto è una sensibilità maturata col tempo, ed un amore per la bellezza, per l’arte, per i sorrisi. Mi piace pensare che queste tre cose siano collegate e possano in qualche modo rendere più autentiche in quanto più consapevoli le persone, che muovono il mondo e gli danno dinamicità e pregio, gli danno vita. www.newstilepublications.com

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