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L’uomo è più mortale di una confettura o di una lampadina; ha una vita oggettivamente più corta delle sue creazioni,  quindi non è in grado di gareggiare con l’immortalità che, se desidera, può conferire ai suoi prodotti e macchine. L’uso dell’espressione immortale secondo Günther Anders,  uno dei maggiori filosofi non accademici del Novecento, sarebbe infatti «giustificata» a proposito dei nostri prodotti per il fatto che «la reincarnazione industriale»  cioè l’esistenza in serie dei prodotti, sarebbe un nuovo genere di immortalità, perché la nuova lampadina sostituisce quella vecchia bruciata, se prendiamo un esempio dello stesso autore di L’uomo è antiquato, «e la sua  sostituibilità – stimola alla riflessione l’autore  – cioè la tecnica della riproduzione, non l’ha forse resa eterna?». Insomma i prodotti seriali vedono la luce del mondo come «copie di modelli che devono la loro esistenza a idee».

Ma se prendiamo un uomo, un essere mortale, sappiamo che non gli è concessa la possibilità di sopravvivere a se stesso in forma di nuovo esemplare. È il «malaise dell’unicità», di cui parla Anders, perché noi non abbiamo a disposizione «spare man», uomini di ricambio . I prodotti in serie sono riusciti a sottrarsi alla morte mediante la loro sostituibilità, e se l’uomo rimane escluso dall‘esistenza di una serie e dalla sostituibilità, «rimane anche esclusa per lui la possibilità di sottrarsi alla morte». E rendersi conto di non essere una merce in serie produrrebbe, secondo il filosofo, l’effetto di un memento mori (ricordati che devi morire).

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Opere che il pittore Andy Warhol produceva in serie con l’ausilio dell’impianto serigrafico

E proprio non ci abituiamo alla nostra insostituibilità, al nostro essere pezzi unici; e a dimostrazione di ciò l’iconomania, la mania delle immagini, ha oggi ha superato tutte le altre, ed è senza precedenti nella storia dell’umanità. Perché se ci domandassimo cosa resterebbe del mondo svuotato di miliardi di immagini: film, foto, cartelloni pubblicitari e fantasmi televisivi, il risultato sarebbe «il puro nulla» scrive Anders. Tra i motivi dell’iconomania, l’autore, noto per la pubblicistica sull’allarme atomico, annovera quello che appare come il più importante: mediante le immagini l’uomo ha acquistato la possibilità di creare spare pieces (pezzi riproducibili) di se stesso; dunque di smentire la sua unicità. Mentre per il resto l’uomo è escluso dalla produzione in serie, tuttavia, se fotografato, si trasformerebbe in una «produzione riprodotta», così almeno in effige potrebbe acquistare una esistenza multipla, e alle volte, come il caso delle star, perfino moltiplicata in migliaia di copie; e in qualche modo egli esisterà  anche nelle sue copie.

Quelli che riescono ad avere la più straordinaria esistenza multipla sono le stelle del cinema, non a caso spesso si parla di dive immortali «che capitano sotto gli occhi di una maggiore quantità di persone che non noi comuni mortali». Le star sarebbero i nostri invidiati modelli, e l’omaggio che tributiamo loro, secondo Günther Anders, si riferisce alla loro vittoriosa irruzione nella sfera dei prodotti fatti in serie, da noi riconosciuta come «ontologicamente superiore» nel contesto di un uomo odierno che avverte una certa “vergogna” dinanzi alla perfezione,alla precisione, alla velocità e alla non caducità del mondo delle macchine, per la quale Anders conia l’espressione di vergogna prometeica. Queste star continuano ad affermarsi dopo la morte nelle loro riproduzioni.

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Francesca Bertini, Cineteca di Bologna

E’ chiaro che non è affatto possibile eliminare, in ultima analisi, la differenza tra esemplari effettivi e mere copie, né è rimovibile il fatto che dobbiamo rassegnarci a moltiplicarci sotto forma di fotografie, mentre ai prodotti è concesso di spandersi per il mondo come pezzi realmente identici. «Le immagini – ricorda il grande pensatore del Novecento – non riescono a obliterare del tutto la vergogna che l’uomo prova di fonte alle cose (ai prodotti fatti in serie)» che l’uomo odierno, in una voluta esagerazione filosofica, considera superiori a lui. Ma desideriamo davvero l’eternità? Se è vero che non vogliamo morire, è altrettanto vero che non  «vogliamo effettivamente continuare a vivere  ancora e poi ancora, cioè che vogliamo raggiungere milioni di anni. Se siamo in certo qual modo troppo mortali per poter anche soltanto intendere il non morire». E’ una “gonfiatura” affermare che tutti condividiamo il desiderio  di suddividerci in spare pieces, ossia di popolare il mondo in forma di molti, o addirittura di innumerevoli esemplari, però non rinunceremmo, per nulla al mondo, a quel vezzo di fotografarci; e forse questo  «nostro compromesso iconomanico», per dirla con Anders, il fatto che partecipiamo fotografandoci all’esistenza in serie dei prodotti di massa, pur restando noi stessi,  «è la migliore soluzione».

Valeria Gennaro

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Valeria Gennaro
Giornalista, insegnante, fashionista e cultrice della materia in storia del cinema con la passione per la moda, i bijoux e la social communication. Laureata magistrale in Teoria e filosofia della comunicazione e laureanda in Scienze filosofiche. Neuro Linguistic Programming Master Practitioner. Collabora a "La Gazzetta del Mezzogiorno", Cinematographe, CineCriticaWeb, Fashion Life, ed è caporedattore del giornale "Alpi Fashion Magazine" e del relativo supplemento sul lusso Luxury Style Mag.

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