Lavorando da anni tra moda e fotografia, una cosa mi è diventata chiara: davanti a un abito non vediamo mai soltanto un abito. Vediamo il corpo scelto per indossarlo e, quasi senza accorgercene, anche tutti quelli che sono rimasti fuori.
Per questo il ritorno del corpo magro non mi sembra una tendenza da sistemare accanto a un colore, a una lunghezza o alla forma di una giacca. C’è qualcosa di più serio. La magrezza è una forma fisica e non ha alcuna colpa. Il problema comincia quando le affidiamo di nuovo il compito di rappresentare, quasi da sola, l’eleganza, la disciplina, il desiderio e perfino il successo personale.
Forse, però, dovremmo partire da una domanda ancora più scomoda. Il corpo magro era davvero scomparso?
Direi di no. Aveva perso per qualche tempo il monopolio del racconto, che è una cosa diversa. Le campagne avevano iniziato a mostrare corpi più grandi, donne non giovanissime, persone con disabilità, pelli non levigate, smagliature e forme che la moda aveva a lungo tenuto ai margini. Ci eravamo abituati a una scena un po’ più larga e l’avevamo scambiata per un cambiamento ormai acquisito. I numeri delle ultime passerelle dicono che quella convinzione era prematura.
Vogue Business ha esaminato 7.817 look presentati in 182 sfilate e presentazioni delle collezioni autunno inverno 2026 di New York, Londra, Milano e Parigi. Il 97,6 per cento rientrava nella categoria straight size, che nel sistema statunitense comprende le taglie dalla 0 alla 4. Il 2,1 per cento era mid size. Ai look plus size restava lo 0,3 per cento, in calo dallo 0,9 della stagione precedente e di nuovo al livello più basso rilevato da quando la testata ha iniziato questo monitoraggio. A Milano la quota plus size è stata dello 0,1 per cento. Parigi ha affidato a corpi straight size il 99,5 per cento dei look.
Sono dati sui look, non sul numero di modelle e modelli unici. Non misurano da soli tutto ciò che accade nella moda e non permettono di mettere ogni marchio sullo stesso piano. Documentano però una realtà difficile da aggirare: l’inclusione delle taglie continua a occupare uno spazio minuscolo e può arretrare con una facilità impressionante.
Mi chiedo allora che cosa sia rimasto della body positivity. Non lo faccio con nostalgia, perché non è mai esistita un’età dell’oro nella quale tutti i corpi avessero davvero lo stesso diritto di stare in scena. Mi interessa capire se quel movimento abbia modificato il nostro sguardo o se ci abbia soltanto insegnato parole nuove.
La body positivity non nasce come invito a sentirsi belli. Le sue radici attraversano l’attivismo contro la discriminazione delle persone grasse, il femminismo, l’esperienza nera e quella queer. All’inizio la posta in gioco era molto concreta. Riguardava il lavoro, le cure, i vestiti, gli spazi pubblici, la possibilità di essere visibili senza diventare una caricatura. Non si chiedeva al mondo un complimento. Si chiedeva di smettere di trattare una parte delle persone come se il loro corpo fosse una colpa.
Poi quel messaggio è arrivato nella pubblicità e sui social. Qualcosa di buono è successo, ed è giusto riconoscerlo. Per molte donne vedersi finalmente rappresentate ha significato sentire meno vergogna. Alcuni corpi hanno smesso di essere mostrati soltanto nel prima di una dieta, nel servizio sull’obesità o nella fotografia usata per suscitare pietà. Sono diventati corpi vestiti, desiderabili, sensuali, normali. La ricerca conferma che questa esposizione può aiutare. Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2025 ha esaminato 56 studi e ha rilevato miglioramenti a breve termine nella soddisfazione corporea, nell’apprezzamento del proprio corpo e nell’umore.
Sarebbe quindi falso dire che la body positivity non sia servita. È servita, ma non è riuscita a mettere radici abbastanza profonde.
La moda ha accolto il messaggio soprattutto nel punto in cui le riusciva più facile farlo: l’immagine. Una modella fuori dallo standard dentro una campagna produce attenzione. Allargare i campionari, sviluppare davvero le taglie, rivedere il fitting, il casting, la produzione e gli acquisti richiede un impegno molto meno fotografabile. Così abbiamo visto corpi inclusi nella comunicazione e vestiti che, una volta arrivati in negozio, continuavano a non essere prodotti per loro. La promessa era diventata più grande. La porta, spesso, aveva ancora la stessa misura.
È qui che l’inclusione smette di essere una scelta estetica e mostra la propria verità. Se un corpo appare in fotografia ma non può comprare l’abito che indossa, non è entrato davvero nel sistema. Gli è stato chiesto di rappresentare un valore che l’organizzazione del marchio non era ancora disposta a sostenere.
C’è anche un’altra questione che sento vicina al mio modo di guardare le persone. La versione più commerciale della body positivity ha finito per consegnare a molti un nuovo dovere: amare il proprio corpo. Un’intenzione comprensibile, certo, ma la vita reale non funziona attraverso gli slogan. Ci sono mattine in cui ci piacciamo e altre in cui non succede. Il corpo cambia, si ammala, invecchia, attraversa gravidanze, terapie, incidenti, periodi di stanchezza. A volte lo sentiamo nostro, altre volte facciamo fatica perfino a riconoscerlo. Non riuscire a trovarsi belli ogni giorno non è una sconfitta psicologica.
La body positivity ha allargato la bellezza, ma è rimasta spesso dentro il suo tribunale. Anche il messaggio più accogliente continuava a domandare al corpo di presentarsi, farsi guardare e ottenere un’approvazione. In un esperimento pubblicato nel 2019, l’esposizione a post body positive migliorò l’umore e la soddisfazione corporea di giovani donne. Nello stesso studio aumentò però l’auto oggettivazione rispetto ai contenuti neutrali rispetto all’aspetto. Le partecipanti si sentivano meglio, mentre il corpo restava qualcosa da osservare dall’esterno.
La distinzione può sembrare sottile, e invece cambia molto. Una persona può prendersi cura di sé senza essere entusiasta della propria immagine. Può rispettare il proprio corpo anche quando non lo ama. Può smettere di usarlo come misura del proprio valore. La body neutrality prova a spostarsi in questa direzione: meno attenzione all’aspetto, più spazio a ciò che il corpo permette di vivere. La ricerca su questo approccio è ancora giovane e non avrebbe senso venderlo come la soluzione successiva. A me sembra, tuttavia, che contenga un pensiero onesto. Non dobbiamo trascorrere la vita intera davanti a uno specchio, neppure quando lo specchio ci restituisce un’immagine positiva.
Nel frattempo il culto della magrezza ha cambiato abito. Oggi parla la lingua del benessere, della prestazione, dell’ottimizzazione, del controllo. La vecchia dieta punitiva si presenta più volentieri come scelta consapevole. Il giudizio rimane sullo sfondo e lavora in silenzio. Il corpo sottile suggerisce disciplina. Quello più grande viene ancora interrogato, come se dovesse spiegare che cosa non ha funzionato.
In questo clima sono arrivati anche i farmaci agonisti del recettore GLP-1. Su questo punto voglio essere preciso. Sono medicinali, hanno indicazioni cliniche e possono rappresentare un trattamento appropriato. Attribuire a questi farmaci la riduzione dei corpi plus size in passerella sarebbe scorretto: non ci sono prove che dimostrino un simile rapporto di causa ed effetto.
Esiste, però, il modo in cui la cultura se ne è appropriata. Una terapia è diventata anche una conversazione estetica. Ogni dimagrimento pubblico viene osservato, commentato, ricondotto a un farmaco vero o presunto. Si discute del corpo di attrici, cantanti e persone comuni come se fosse a disposizione di tutti. Il messaggio che passa è semplice: ora che dimagrire sembra più accessibile, restare grassi rischia di essere giudicato ancora meno perdonabile.
Una ricerca del 2025 condotta su 225 studenti universitari statunitensi ha trovato che un maggiore interesse per l’uso dei GLP-1 a scopo di dimagrimento era associato a più vergogna corporea, sorveglianza dell’aspetto, preoccupazione per il peso, comportamenti alimentari disordinati e pregiudizio verso le persone grasse. Il campione è limitato, lo studio è trasversale e non dimostra alcuna causalità. Sarebbe sbagliato estenderne i risultati a tutti. Ci ricorda, comunque, che la scelta di intervenire sul corpo non nasce sempre in uno spazio libero dal giudizio sociale.
Lo stesso rigore serve quando parliamo delle immagini di moda. Nessuna fotografia, da sola, spiega un disturbo alimentare. La storia personale, la famiglia, il gruppo dei pari, la salute mentale e il contesto culturale hanno un peso che non può essere cancellato. Neppure possiamo dire che tutti reagiscano allo stesso modo davanti a una modella molto magra. La vulnerabilità cambia da persona a persona.
Possiamo però affermare che le immagini idealizzate partecipano alla costruzione del rapporto con il corpo. Una revisione di 43 studi sperimentali, con 8.637 partecipanti, ha rilevato un aumento dell’insoddisfazione corporea dopo l’esposizione sui social a immagini idealizzate, magre o molto allenate. Il confronto sull’aspetto è risultato uno dei meccanismi più importanti. Gran parte degli studi disponibili riguarda giovani donne occidentali, quindi la prudenza resta necessaria. Il segnale, però, è coerente: quando lo sguardo incontra sempre lo stesso ideale, molte persone iniziano a leggere il proprio corpo attraverso la distanza da quell’ideale.
La moda non obbliga nessuno a odiarsi. Sarebbe una frase facile e anche falsa. Ha però la capacità di rendere familiare un corpo e insoliti tutti gli altri. Sceglie chi può incarnare il desiderio, chi può apparire elegante senza spiegazioni, chi invece viene celebrato come coraggioso soltanto per essere presente. Una passerella dura pochi minuti, ma le sue fotografie entrano in un circuito che le ripete per mesi. A forza di vedere, ciò che era una scelta di casting assume l’aria di una norma naturale.
In questo punto la questione estetica incontra quella psicologica. Se il valore personale viene legato alla forma fisica, ogni variazione del corpo può essere vissuta come una perdita di identità. Non cambia soltanto il modo in cui pensiamo di apparire. Cambia il modo in cui immaginiamo di essere guardati dagli altri. Il giudizio esterno finisce per diventare una voce interna e non ha più bisogno di essere pronunciato.
Lo stigma sul peso non aiuta neppure la salute, anche se spesso viene giustificato proprio in suo nome. Una revisione pubblicata nel 2024 ha esaminato 242 studi e ha trovato un’associazione costante tra stigma legato al peso e pensieri o comportamenti alimentari disordinati. Parlare di associazione è importante, perché non significa che in ogni persona un fattore provochi automaticamente l’altro. Significa però che la vergogna non può essere presentata come uno strumento educativo o terapeutico.
Accettare una persona non richiede di negare la medicina. Possiamo parlare con serietà dei rischi connessi a una condizione fisica senza trasformare chi la vive in un problema da correggere davanti agli altri. La salute non si legge interamente nella taglia e la dignità non arriva dopo un risultato clinico.
Alla domanda iniziale, allora, non riesco a rispondere con un sì o con un no. Dalla body positivity abbiamo imparato qualcosa. Abbiamo imparato a riconoscere la grassofobia, a discutere di rappresentazione, a vedere quanto possa essere violento crescere senza incontrare mai un corpo simile al proprio nelle immagini del desiderio. Per molte persone quella stagione ha aperto una possibilità che prima non c’era.
Non abbiamo imparato la continuità. L’inclusione è rimasta troppo spesso legata alla campagna giusta, alla testimonial giusta, al momento culturale favorevole. Non è entrata con la stessa forza nei campionari e nei processi produttivi. Appena l’attenzione si è spostata, molti corpi sono scomparsi dalla scena con una rapidità che dice molto più di qualsiasi dichiarazione aziendale.
Capiremo di avere imparato davvero quando una modella plus size non sarà trattata come un messaggio e un corpo magro non dovrà più rappresentare tutte le donne. Quando la scelta di dimagrire non diventerà un titolo di merito e quella di non farlo non richiederà una difesa. Quando nessuno dovrà dichiararsi bello per ottenere il diritto di essere visto.
Il corpo magro non deve lasciare la passerella. Deve soltanto smettere di occuparla quasi per intero.
La moda può cambiare idea ogni sei mesi. Un essere umano non può essere trattato come l’errore della stagione.
Articolo di: Gabriele Vinciguerra














