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Gucci e il Manifesto Cyborg in scena a Milano

Come ben sapete Gucci fin’ora è stata la sfilata più discussa e criticata. La passerella presentata da Alessandro Michele e realizzata da Fun Clab Collective è una finta sala operatoria. Già dall’invito si doveva immaginare qualcosa di surreale: un timer arancione con il conto alla rovescia all’evento, una piccola bomba di idee che sarebbero esplose il giorno dello show.

Tutta la location ricorda un ospedale, non solo il lettino operatorio, ma anche le sedie e i colori asettici della stanza. Persino la musica, con i bip dei macchinari ecocardiografi e lo Stabat Mater – una preghiera cattolica – ricreano un’atmosfera angosciante, che mette in palco il Manifesto Cyborg, scritto nel 1984 da D. J Haraway.

Gucci

La sfilata è quindi un’elogio dell’ibrido, della diversità. Si sottolinea la dicotomia d’indentità: maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia, che si fondono tra loro dando vita ad uno scenario in bilico tra l’onirico e il macabro. Compaiono occhi sulle mani, corna da fauno in testa, cuccioli di drago, piccoli camaleonti e serpenti portati in braccio dai modelli, oltre che alla riproduzione delle famose teste mozzate, tutti elementi realizzati da Makinarium, laboratorio romano che si occupa di effetti speciali per Cinecittà.

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L’atmosfera da sala operatoria è la metafora del lavoro dello stilista che desidera tagliare e ricucire materiali e tessuti per creare una nuova personalità: gli abiti sono un’insieme di elementi, materiali e ispirazioni diversi, moderni “Frankenstein” di stoffa e pelle. Una scelta, quella di Gucci, per raccontare che «noi stessi siamo i dottor Frankenstein delle nostre vite».

“Ho voluto i tavoli operatori perché per me rappresentano alla perfezione l’atto creativo di inventare delle possibilità. Il mio e quello di tutti è un lavoro da chirurghi.” – Alessandro Michele

I look che sfilano sono il mix and match di texture e fantasie, gioielli eleganti e capi sportivi come i passamontagna, che mescolati tra loro sono alla ricerca di una propria coerenza: in poche parole lo specchio della natura umana, che si rivela essere complesso. Non è un’offesa o una mancanza di rispetto nei confronti dei malati, come ho letto in molte critiche, è una visione che Alessandro Michele ha del suo lavoro e del suo ruolo, un riassemblaggio a fin di bene delle cose che più contano.

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Marina Greggio

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