L’Africa è un continente con enormi risorse naturali. Al punto da costituire da sole, la più grande ricchezza di cui tutti gli africani ne potrebbero beneficiare.

In Congo donne, uomini e bambini, lavorano in condizioni a volte disumane per estrarre il Cobalto usato per le batterie delle auto elettriche ed il Coltano necessario per il funzionamento degli smartphone.

Come puntualmente accade, da un’inchiesta delle Nazioni Unite è emerso che a causa della corruzione le infinite ricchezze sono nelle mani di pochissimi, lasciando al resto della popolazione praticamente poco e niente….

Questa è la storia di Jonathan Kogasso, oggi Pugile Professionista di altissimo profilo, ci racconta la sua storia partendo dalla sua amata Kinshasa.

Per quale motivo hai dovuto lasciare la tua terra natia?

All’età di 8 anni lascio la mia famiglia e tutto ciò che di più caro avevo.
Grazie alle possibilità economiche di mia zia, ho avuto l’opportunità di vivere una vita diversa da quella che avrei avuto rimanendo lì.

È stato un sacrificio enorme sia da parte degli zii che per la mia famiglia, ed essendo il più giovane di quattro fratelli risultava più semplice la mia integrazione nella Comunità Europea ed in particolare in Italia. A quell’età non mi rendevo conto che cosa significasse per un genitore lasciar andare il proprio figlio, oggi, mi rendo conto della fortuna che ho avuto.

Com’era il vostro stile di vita?
Rispetto alla media, potevamo considerarci abbastanza fortunati. Entrambi i genitori lavoravano ed a fine giornata riuscivamo a mangiare. Cosa che non tutti potevano fare. Sicuramente quello che le persone vedono dai media non sempre rispecchiano il vero. In Congo non c’è solo la fame ma tanto altro.. Ad esempio? Nonostante la grande solidarietà reciproca ci sono anche grandi limiti legati alla mancanza di cultura di istruzione.

Di conseguenza si innescano tossicità relazionali come l’invidia, la gelosia che sfociano nella misticità della magia, della stregoneria che detta così stenti a crederci ma che in realtà è un aspetto che non può essere assecondato. Vivere in Africa non significa combattere solo con la fame ma con tante altre cose che amplificano ancora di più la sofferenza di una vita senza speranza.

Ecco perché siamo molto credenti. Perché è l’unico modo per darci fiducia e forza nel guardare un domani fatto di stenti.

Tra tutti gli sport, perché hai scelto il pugilato?
Penso che sia stato il pugilato ad aver scelto me. Fin da bambino ho sempre giocato a calcio, tanto che da i miei compagni ero soprannominato Mamale (attaccante della Repubblica Democratica del Congo).

Arrivato in italia ho continuato a giocare a calcio fino all’età di 17 anni. Un giorno un caro amico: Maurizio Filal nel vedere col tempo la mancanza di interesse verso il calcio mi dice: perché non vieni a fare boxe nella mia palestra? Gli risposi dicendogli che forse non era lo sport giusto per me perché non mi consideravo una persona violenta.

Infatti Mauro giustamente mi disse: non devi essere un violento per fare pugilato, dai vieni, provi e vedrai che ti troverai bene. E così fu.

Frequenti fin da subito la Boxe Voghera, una palestra tra le più prestigiose in assoluto. Casa dell’Olimpionico Giovanni Parisi e della Super Star della cat. Super Gallo: Vincenzo Gigliotti. Come ti sei sentito all’interno di un ambiente dove la grande boxe era all’ordine del giorno?
Appena entrato è stato come entrare nel mondo dei grandi. Gli atleti erano in questa grande stanza divisi tra amatori, agonisti e professionisti, tutti impegnati nella loro routine e in un angolo il Maestro che li gestiva senza alcuna difficoltà.

Una volta dentro, si, mi salutarono per educazione ma il distacco era evidente. Lì capii fin da subito che era un posto dove si faceva sul serio. La particolarità era che ovunque mi girassi, quel posto trasudava di fatica, sudore, impegno.

50 gli incontri disputati di cui 39 vinti, 20 per KO, 10 persi è un pareggio” Rispetto al passato in cosa ti senti maturato?
Sicuramente oggi ho una consapevolezza diversa. Riconosco che in passato avrei potuto fare di più se avessi creduto in me stesso. Adesso questa maturazione è chiara dentro di me e penso che lo si percepisca anche attraverso la presenza di spirito che ci metto negli incontri, oltre a tutto il resto.

Da un anno sei passato al professionismo con una evidente determinazione e presenza di spirito. Che cosa è scattato dentro te?
Come ti dicevo, la maturazione si è trasformata in consapevolezza e di conseguenza la percezione che ho delle cose e di me stesso è cambiata.

Prima mi sentivo condizionato in prossimità di un match da chi sarebbe stato il mio avversario. Oggi penso all’avversario solo come un mezzo, un’occasione per migliorare quella che era la mia versione precedente.

Cosa ne pensi del pugilato in Italia? Se vuoi ti dico la mia così stemperiamo la tensione. Credo che non sempre le vittorie siano decretate da un reale merito. Questo lede uno sport così nobile e soprattutto riduce l’entusiasmo di quegli atleti che per salire sul ring (di qualsiasi livello) hanno fatto mille sacrifici, rinunce e fatica. Quindi dicci la tua?
Sicuramente questa analisi è molto più evidente nei dilettanti rispetto ai professionisti. Da dilettante sono stato vittima di questa ingiustizia in occasione dei Campionati Italiani. Di fronte ad una evidente vittoria hanno fatto vincere il mio avversario solo perché aveva molti più incontri ed era al tempo più blasonato del sottoscritto.

Lui 100 incontri all’attivo mentre io ne avevo solo 20, quindi il verdetto secondo loro non poteva che essere di sconfitta nei miei riguardi. Nonostante i fischi del pubblico e la perplessità di tutti questa ingiustizia è passata senza alcuna ripercussione nei confronti dei giudici.

Sicuramente episodi di questo genere fanno male allo sport, agli atleti che col tempo perdono l’entusiasmo di salire sul ring ed anche da parte del pubblico che si ritrova sbigottito nell’essere testimone di tutto tranne che di quel gesto sportivo in nome della Nobile Arte.

In più occasioni sei stato candidato per la Nazionale Africana e poi il sogno è sfumato. Quali le ragioni?
Ha giocato a mio sfavore l’arrivo della pandemia (Covid) che ci ha colti tutti di sorpresa per quanto riguarda le Olimpiadi.

Nonostante fossi nella rosa degli atleti per le qualificazioni per la nazionale che si sarebbero tenute in Senegal, due settimane prima dell’evento mi informano di essere stato sostituito da un altro atleta del Congo senza nessuna ragione oggettiva che giustificasse tale scelta.

Se non per il fatto che essendo in un paese povero, la corruzione fu la causa scatenante per la quale mi estromisero da questa grande opportunità.

Come stai pianificando il tuo futuro sportivo?
Domanda difficile. Oggi quello che manca sono le risorse economiche. Risorse che ci permetterebbero una pianificazione seria e senza distrazioni. Pensare al professionismo con una programmazione di lungo termine è alquanto complicato.

Se tu potessi essere d’aiuto per gli altri che cosa faresti?
Quello di cercare di essere un esempio per gli altri comportandomi con rispetto e educazione.

E se ne avessi la disponibilità economica, il mio più grande sogno sarebbe quello di portare l’istruzione nel mio paese cercando di dare un futuro a tutti quei ragazzi che per mille ragioni si perdono per strada….

Cosa ti rende felice?
Sogno in grande, ma sono grato alla vita per quel poco che ho.

Tra qualche mese sarai padre come stai vivendo questa nuova avventura con la tua compagna di vita?
Una grande emozione! È chiaro che questa sarà la più grande avventura della mia vita ed insieme alla mia compagna, cercheremo di renderla meravigliosa.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra
foto di: Gabriele Vinciguerra

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Gabriele Vinciguerra
L’obbiettivo del fashion photographer Gabriele Vinciguerra, è quello di emozionare! Eclettico nell’interpretazione delle esigenze del cliente, attraverso immagini artistiche, accattivanti dall'identity univoca. L’alta moda è il suo focus. Un mondo irrinunciabile, un’ossessione perseverante soddisfatta solo quando fotografa. Le capacità tecniche sono importanti. Tuttavia, l’anima, l’intensità e la sensibilità che ha nel saper cogliere ciò che inquadra con la macchina fotografica, lo rendono diverso. “La fotografia non è un lavoro, è una necessità intrinseca della sua anima. Una maledizione e una fortuna che rendono unica la sua espressione artistica

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