Gli anni sessanta per quanto abbiano entusiasmato restano inimitabili e il fascino che hanno sprigionato ha il potere di restare quasi idilliaco, precluso solo a chi nel tempo ne ha saputo cogliere il meglio, o per meglio dire il giusto valore.

Furono gli anni della ripresa economica, di una vera e propria “rivoluzione” che era partita dall’autodeterminazione di quei cittadini che erano da non molto usciti da un conflitto mondiale disastroso, pronti però ad intraprendere e pregustare un periodo non solo di pace ma di benessere.

Un benessere che per la prima volta, con dedizione e impegno, tutti potevano raggiungere. Questi nuovi ritmi sociali furono accompagnati da alcuni fermenti culturali in atto che partendo proprio dagli Stati Uniti in primis e successivamente dal Regno Unito erano in grado di influenzare il carattere di tantissime persone nel mondo.

Tuttavia dalla seconda metà del novecento assistiamo ad un veloce dinamismo dal punto di vista scientifico-tecnologico, e la televisione, di recente invenzione, prese sempre più il posto della vecchia cara radio che proponeva stili di vita, e in un modo assai più repentino il rapido succedersi del progresso.

Sono gli anni dei Beatles, e della musica in generale; quella musica che sapeva entrare nel cuore della gente, e fu proprio questo il metro del successo immediato dei quattro capelloni inglesi e della loro cultura, segnata fortemente dal modo di porsi e dai ritmi non solo musicali, intramontabile.

In una società in rapida ascesa quel particolare che segna fortemente il modo che le persone hanno di porsi in una costante di autonomia e di indipendenza culturale è il gusto del saper vestire, il puro senso dello stile.

Gli anni sessanta sono famosi per una costante a metà tra il fanatismo e la necessità di sentirsi se stessi, dimostrare il proprio status sociale come membro di una società sempre più forte delle proprie convinzioni e fiera di appartenere ad un mondo in continuo movimento.

Per vivere all’interno di un mondo che andava di corsa bisognava essere più all’avanguardia possibile, e il modo migliore sarebbe stato indossare quanto di più semplice e essenziale si addiceva ai tempi, senza tralasciare quel tocco glamour mai fuori luogo.

La moda acquisisce, in questo periodo, sempre più quell’appellativo che la apre, se pur timidamente, al concetto di “vestire le masse”. Perché se da una parte l’alta moda si occupava di vestire le grandi signore del cinema, dall’altra si portava avanti l’idea che il “pret à porter” o il “ready to wear” sarebbe stato più di un potente mezzo per portare lo stile e il fascino della grandi firme alla portata di tutti, per le occasioni della vita quotidiana.

Fu il tempo di uno sprint che richiamava moltitudini di persone attorno a degli ideali che mettevano al centro ciò che erano in grado di offrire, a proposito dei meccanismi che richiamavano alla libertà di esprimersi liberamente seguendo i principi di un mercato in continua espansione.

L’Italia fu uno dei Paesi protagonista di questo boom di stravaganze ed eccentricità, di meccanismi al limite del forviante, e mai fuori luogo. C’era la necessità di sentirsi se stessi, esprimersi al meglio rimanendo al proprio posto con estrema eleganza, senza nulla che si discostasse da quell’equilibrio ipotetico che si era andato a creare.

Fu proprio questo equilibro che nel decennio successivo fu slegato dal suo significato originale per anticipare le tendenze di quel punk che al contrario rompeva ogni legame con l’equilibrio, e in questo nuovo sistema esprimersi divenne un fatto di osare, senza prendere troppo sul serio giudizi e quant’altro andasse contro la necessità di sentirsi se stessi.

Servizio fotografico curato da:
Photos: Fabrizio Tedde
Make Up: Jessica Make Up
Hair and Model: Janis Garden Needleandspool 
Articolo: Newstyle Publications
Abbigliamento: Blue Sand Carbonia

 

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Stefano Fiori. Questo è il nome. Di solito non mi piace scrivere di me, la trovo pura esibizione di se stessi, ma è anche un modo per farmi conoscere ai lettori di ALPI FASHION MAGAZINE. Non mi reputo un ragazzo come tanti, e fin da piccolo ho coltivato l’idea che trascorrere del tempo con se stessi, con la propria individualità fosse un fatto affascinante, e da cui ne sto traendo qualche frutto. Scopri cose di te stesso, che probabilmente mai nessuno saprà mai. Impari che persino il silenzio ti entusiasma, ma non quanto il rumore, che insieme hanno la particolarità di avvolgere la sensibilità che ti sei creato nel tempo. I libri sono sempre stati il mio nutrimento, la mia più grande ispirazione. Mondi nel quale rifugiarsi e vivere quando non sopporti più l’idea di vivere in silenzi immensi. I libri sono colore, uno per ogni stato d’animo. Il sorriso la mia caratteristica. Non c’è una fotografia, un vecchio filmato nel quale io non sorrida. Sono sempre stato un bambino sereno, nel senso che la mia eleganza consisteva, fin da piccolo nel procedere a passi felpati, per paura di disturbare, persino a casa mia, quello che poi sarebbe diventato il più grande regno degli amori, più che di semplici affetti. Col tempo scrivere è diventato quel modo di colmare quei vuoti, nei quali dominava l’inconsistenza più assurda. Un modo per emozionarmi, e talvolta emozionare. Scrivere mi aiuta ad amplificare il dislivello tra l’essere e l’apparire. Ciò che mi definisce, almeno fino a questo punto è una sensibilità maturata col tempo, ed un amore per la bellezza, per l’arte, per i sorrisi. Mi piace pensare che queste tre cose siano collegate e possano in qualche modo rendere più autentiche in quanto più consapevoli le persone, che muovono il mondo e gli danno dinamicità e pregio, gli danno vita. www.newstilepublications.com

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