Intervista di: Gabriele Vinciguerra

Leica non ha inventato la fotografia, ma ha inventato la fotografia. Come interpreti questo apparente gioco di parole?

Diciamo che Leica ha inventato un modo talmente distintivo nel catturare l’immagine da essere percepito nella sua unicità come un marchio di fabbrica.

Tutto questo grazie all’intuizione di Oskar Barnack, brillante ingegnere e fine progettista specializzato in meccanica di precisione. Da tempo Barnack nutriva il sogno di poter realizzare un apparecchio fotografico più leggero e trasportabile.

Perché affetto da asma, e i pesanti banchi ottici dell’epoca non facilitavano la pratica della sua passione. Con il pretesto di sperimentare le caratteristiche delle pellicole da 35 millimetri dei diversi produttori, Barnack riuscì a farsi autorizzare lo sviluppo di una fotocamera su cui impressionare spezzoni di pellicola a scopo di test.

In realtà si dedicò al suo progetto ed ebbe un’idea che si rivelò geniale.

Da quel momento Leica fu il marchio che stabilì le nuove regole della fotografia, di come essere effettivamente ed efficacemente all’interno della scena rappresentata.

Questa caratteristica non è passata inosservata, tanto che i più grandi fotografi e reportagisti di ogni tempo lo hanno decretato come lo strumento attraverso il quale raccontare lo scorrere della vita.

Leica sicuramente non porta l’attenzione ai megapixel ma ad un concetto più profondo. Vuoi parlarcene?

Sicuramente Leica è una macchina che ti permette di pensare. Concettualmente e non solo. Ti obbliga a vedere le cose con un atteggiamento diverso da altre che hanno sicuramente opzioni diverse.

Questo è significativo del fatto che Leica mette il fotografo al centro del suo lavoro e non lo strumento. Vuol dire che Leica si mette al servizio del fotografo, affinché possa esprimere la sua creatività, la sua visione delle cose e del mondo.

Lo fa cercando di ridurre ai minimi termini ogni tipo di possibile distrazione. Tant’è che il motto di Leica è: Das Wesentliche che vuol dire esattamente l’essenziale.

Le nostre macchine nel tempo hanno anche aumentato il numero di pixel disponibili per venire incontro alle diverse esigenze dei fotografi ma siamo sempre rimasti fedeli ai valori del marchio Leica.

Quali sono le motivazioni che hanno portato l’azienda a realizzare una Monocrome?

Nella sua follia Leica, ha voluto celebrare con questa macchina, la fotografia dei grandi Maestri. Questa scelta seppur estrema si è rivelata vincente. La Monocrome oggi è tra le più vendute della serie M.

Giada Triola insieme al M° Gianni Berengo Gardin

Serie M un Dna in continua evoluzione per non dire in straordinaria evoluzione?

M è sicuramente una serie iconica dove per tantissimi anni è stato identificato il Brand. Un’evoluzione che parte dal lontano nasce nel 1954 con la M3 per arrivare ad oggi con la M11.

Chiaramente l’evoluzione tecnologica è indubbia ma a livello di design e filosofia costruttiva sono inalterate. Questo rende sicuramente il Brand leggendario e riconoscibile.

Leica è un prodotto importante, con un approccio economico altrettanto importante? Qual è il vostro messaggio e a chi vi rivolgete?

Leica è un prodotto importante ed in quanto tale si colloca in una fascia adeguata al suo valore commerciale. Di conseguenza la nostra clientela è tra quelle che vuole si un prodotto di altissima qualità, ma nel nostro caso ovvero il settore fotografico Leica è sinonimo di forte distintività non solo qualitativa ma per ciò che la fotografia ha saputo esprimere attraverso lei.

La nostra è una clientela eterogenea che va dall’appassionato al professionista con una gamma di prodotti volta a soddisfare ogni tipo di esigenza. Impugnare una Leica sicuramente ti fa capire che prodotto sia.

Che cosa significa essere cliente Leica? Cosa accade quando si acquista un vostro prodotto. Che tipo di legame si crea?

Essere nostro cliente significa prima di tutto entrare a far parte di una comunità. Quando il cliente entra in uno dei nostri showroom, ha subito la percezione di essere entrato in una dimensione dove l’attenzione al dettaglio è veramente estrema.

E nel momento in cui avviene la magia, ovvero si acquista una macchina fotografica Leica, si ha tutta l’assistenza necessaria che va da quella della classica pulizia del sensore fino a qualsiasi altra richiesta contemplata dalla casa madre.

Ha competitori? O compete?

Fortunatamente Leica non compete nel significato più classico del termine. Noi facciamo fotografia cercando sempre di darne quel significato annoverato da una certa tipologia di fotografo.

La nostra è un’azienda piccola e la nostra distribuzione è decisamente diversa dai grandi marchi che tutti conosciamo. Forse è per questo motivo che ci vedono semplicemente per quello che siamo e non come possibili competitori o minaccia nel mercato dell’immagine.

Perché è così speciale? Cos’ha di così distintivo?

Sicuramente il suo DNA. Quel concetto, quella visione, quel modo di fare e vedere la fotografia che nonostante lo scorrere del tempo innesca nel fotografo quel feeling che la rende in effetti così speciale.

Oltre ad una cura del prodotto e del cliente che per il fatto di essere un’azienda piccola, ci possiamo permettere.

Cosa ti affascina di più del tuo lavoro?

Lavoro per questa azienda da parecchi anni, vedendone tutto il processo evolutivo.

Leica ha sempre mantenuto saldi i suoi valori fondamentali, senza mai dimenticare il proprio passato. Passato che è ben radicato anche nel futuro ed è ben rappresentato ad esempio dalla Leica Monocrome che pur essendo un prodotto di ultimissima generazione incarna perfettamente la follia visionaria e quella perfezione che si contraddistingue per un certo tipo di immagine.

Sapere di essere parte di questa azienda, sapere che i più grandi fotografi hanno raccontato la storia con queste macchine, beh, si, tutto questo rende molto affascinante il mio lavoro.

credit: Nick Út

Esiste un aneddoto che ricordi in particolar modo legato ad uno scatto?

Sono tantissime le immagini iconografiche alle quali è legato un aneddoto. Ricordo, ad esempio, la foto che scattò Nick út nel 1972 a Kim Phúc, che immortalava la bimba che fugge per strada a seguito delle ustioni da Napalm e per la quale vinse il premio Pulitzer. Non tutti notano che alla destra della scena c’è un altro famosissimo reporter di guerra: Philippe Bournier che in quel momento stava ricaricando il rullino della sua macchina fotografica, perdendo l’attimo. Immagina quanto sia importante trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

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Gabriele Vinciguerra
L’obbiettivo del fashion photographer Gabriele Vinciguerra, è quello di emozionare! Eclettico nell’interpretazione delle esigenze del cliente, attraverso immagini artistiche, accattivanti dall'identity univoca. L’alta moda è il suo focus. Un mondo irrinunciabile, un’ossessione perseverante soddisfatta solo quando fotografa. Le capacità tecniche sono importanti. Tuttavia, l’anima, l’intensità e la sensibilità che ha nel saper cogliere ciò che inquadra con la macchina fotografica, lo rendono diverso. “La fotografia non è un lavoro, è una necessità intrinseca della sua anima. Una maledizione e una fortuna che rendono unica la sua espressione artistica

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