Il Comitato del Vulture Società Dante Alighieri che promuove la lingua e la cultura italiana in Basilicata, in Italia  e nel mondo, ha organizzato al Castello Pirro del Balzo di Venosa un convegno in cui è stato presentato l’ultimo libro scritto da Giuseppe Lupo, dal titolo Gli anni del nostro incanto (Marsilio Editori, 2017).

Ospiti della serata assieme all’autore, Rosetta Maglione, presidente del Comitato del VultureDante Alighieri”, Carmela Sinisi, assessore alla Cultura, Mimmo Sammartino, giornalista della redazione di Potenza della Gazzetta del Mezzogiorno, autore di numerosi libri che uniscono la narrativa allo sguardo del cronista. La presidente Rosetta Maglione, attraverso illustri citazioni di scrittori del nostro tempo, ha ricordato l’importanza della lettura per la formazione di una coscienza e di una maturità personale e collettiva. Un libro apre nuovi orizzonti conoscitivi, può trasmettere alle generazioni future narrazioni, storie che non conoscono tempo, in un periodo contingente in cui la memoria rischia di dissolversi nel buio della dimenticanza.

 

«La lettura è un rimedio contro la dispersione, il dolore e la morte. Un premio Nobel del 1986, diceva che leggere aiuta a salvarsi, a liberarsi dall’ignoranza e dall’errore» argomenta Maglione. La presidente del Comitato Dante Alighieri ha anche rimarcato il valore di uno scrittore come Lupo, di cui «ogni romanzo rappresenta un ritorno a casa, nella nostra e nella sua terra», la Basilicata.

Antonio Vaccaro, prima di essere un editore è un profondo esperto e lettore, ha profondamente ammirato la narrazione del testo Gli anni del nostro incanto, il suo spirito gioviale, la speranza e l’attesa verso un’Italia migliore: «Giuseppe ha scritto un libro “bello”, che dà felicità e gioia. Lo ha scritto in un momento di grazia. Nella sua vita di scrittore, gli auguro di avere tanti di questi momenti».

 

L’Italia attraverso gli occhi di Giuseppe Lupo

Il libro di Giuseppe Lupo si sviluppa sulle orme dell’attualità nella Seconda Metà del Novecento. Sullo sfondo c’è lo scenario storico e sociale di una Italia che vive le sue diverse fasi epocali con uno spirito di rinnovamento. La lente di ingrandimento si focalizza in particolar modo sugli Anni Sessanta, quelli del boom economico e del cosiddetto Miracolo italiano che parte dalla città di Milano per diramarsi in tutta Italia.

Negli anni del nostro incanto viene raccontata uno spaccato di umanità spensierata, fatta di percorsi in autostrada, di viaggi nello spazio, di elettrodomestici in casa e della aspettativa incondizionata verso un futuro migliore. Quella fiducia nel progresso poi si scontrerà con gli infausti “anni di Piombo”, quelli terrorismo e dei moti di contestazione giovanile che squarciano l’idea del progresso costruita dai loro padri. Una rivoluzione sociale che rompe la bolla di beatitudine che si rivela soltanto una illusione. Un’utopia bellissima, che trascende persino l’idea della meccanica, dove tutto ciò che era fabbricato negli anni Sessanta era molto più che funzionante, bensì atomico, perfetto, indistruttibile.

«La fotografia, da cui è nata la copertina del libro, restituisce l’immagine di un’Italia che vive nell’incanto»– spiega l’autore del libro Giuseppe Lupo. «Quelli del boom economico – continua lo scrittore – sono stati gli anni più importanti del Novecento. Dal 1954 al 1968 l’Italia ha cambiato completamente pelle. Il paese in poco più di un decennio fa il grande salto, da povera e contadina, quale era durante il Dopoguerra, comincia a condividere un progetto liberale e democratico».

 

«Ho scritto un capitolo ogni sabato mattina, come se fosse un romanzo di appendice, che ogni volta  suscitava attesa per l’uscita del capitolo successivo –rivela Giuseppe Lupo- Con questo racconto ho cercato di riempire un vuoto, colmare una distanza e per far rivivere l’eco dei sopravvissuti. Un libro è un’Arca di Noè, ci dà l’illusione che ciò che raccontiamo non finirà».

«Gli anni del nostro incanto è la storia di una figlia che al capezzale della madre riflette sui tempi che sono stati, per risvegliarla e riportarla nel mondo» dice Mimmo Sammartino che, oltre ad essere un giornalista, è anche autore di libri come Il Paese dei Segreti Addi (Hacca edizioni, 2016) e Viandanti d’Heculia (Osanna Edizioni, Venosa, 2004). Egli è legato allo scrittore Giuseppe Lupo da un rapporto di amicizia prima ancora che di stima. «La narrazione parte dall’osservazione di una vecchia fotografia di una famiglia felice in sella ad una vespa. La figlia comincia a raccontare alla madre il passato per rievocarle i ricordi che pian piano affiorano. Ma  forse la madre non vuole guarire; si è costruita in testa un mondo ovattato da cui non vuole uscire» dice Mimmo Sammartino, il cui sguardo nella sua attività letteraria oltre che in quella giornalistica, è sempre rivolto all’attualità. Un’attualità storica che ha attraversato momenti di eclisse, come negli anni Settanta, quando il benessere costruito dai padri venne radicalmente messo in discussione dai figli.

In continuità con i tempi che rifuggono, anche il figlio maggiore di questa famigliola felice, il taciturno Bartolomeo, ad un certo punto si ribella al futuro tracciato da suo padre per costruirne uno nuovo; e la piccola Vittoria, così innamorata del suo papà così “meccanico” ed “atomico” diventa quasi irriconoscibile. Dopo il 1968, Milano diventa una città inquieta, e rimane soltanto la nostalgia che traspare alla domanda della moglie al marito “Che siamo venuti a fare a Milano” e la risposta sarà “per essere all’altezza di questi anni”. Pur facendo un mestiere umile, negli anni del grande exploit economico, anche una famiglia di semplici operai, grazie ai propri risparmi e allo spirito di sacrificio, poteva permettersi di vivere un’esistenza dignitosa. Negli anni Settanta invece ci si allontana dal modello di progresso “atomico”; quel benessere patinato che aveva caratterizzato il decennio precedente, inizia a mostrare le sue crepe e contraddizioni.

Milano in quegli anni, come ribadisce Lupo nel suo libro, è una città “sbarluscenta” per usare un termine che proviene dal gergo dialettale milanese, che letteralmente significa “fulmine”. «È una città luminosa dove qualsiasi cosa si può fare, la città dello sviluppo industriale e del mito del progresso senza limiti che ad un certo punto spegne le sue luci» conclude Lupo.

Arrivano poi gli anni Ottanta che finalmente rompono la scia di sangue e di terrore culminata con il rapimento di Aldo Moro, nonché la ribellione giovanile che aveva caratterizzato il decennio precedente. «L’Italia è uscita  da quel tunnel l’11 luglio 1982, – dice Giuseppe Lupo – la notte dei Mondiali di calcio a Madrid. L’esultazione di Tardelli dopo il gol finale ha un valore simbolico; ha chiuso una stagione, quella degli anni di Piombo ed ha segnato l’inizio di una nuova fase: la Milano da Bere». E si arriva così ai giorni nostri, e il mito della città dove ognuno con impegno può realizzare i propri sogni, continua a perseverare per quanto ridimensionato, ed in parte questa immagine corrisponde ancora oggi al vero.

“Milano è la dimostrazione che c’è una parte del nostro paese che è onesta, sana e vuole realizzarsi con meritocrazia. Questo è un paese che però dimentica troppo presto” conclude lo scrittore. Il libro di Giuseppe Lupo è la metafora di un’Italia che soffre di vuoti di memoria, proprio come la donna protagonista del romanzo che con ogni probabilità non vuole ricordare il suo passato.

Oggi la memoria storica è venuta meno nella trasposizione di un’attualità vuota di contenuti, di affetti esibiti, di emozioni denudate. In questo tempo immemore si tende a vivere nel limbo di un perenne presente, e si costruisce pian piano una voluta e consapevole amnesia del proprio passato per estirpare i frammenti dolorosi del proprio passato. Ma senza ricordi non si può scrivere la propria storia, non ci si riconosce neppure nel fotogramma della propria biografia familiare, affettiva, identitaria.

Marianna Gianna Ferrenti

Sinossi

Una domenica di aprile, una Vespa, a Milano, negli anni Sessanta: un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una bimba che non ne ha ancora compiuto uno. Vengono dalla periferia, sembrano presi dall’euforia del benessere che ha trasformato la loro cronaca quotidiana in una vita sbarluscenta. Qualcuno scatta una foto a loro insaputa. Vent’anni dopo, nei giorni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i Mondiali di Spagna, una ragazza si trova al capezzale della madre che improvvisamente ha perso la memoria. Il suo compito è di ricordare e narrare il passato, facendosi aiutare da quella foto. Prende così avvio il racconto di una famiglia nell’Italia spensierata del miracolo economico, una nazione che si lascia cullare dalle canzoni di Sanremo, sogna viaggi in autostrada, si entusiasma con i lanci nello spazio dei satelliti americani e sovietici, e crede nel futuro, almeno fino a quando non soffia il vento della contestazione giovanile e all’orizzonte si addensano le prime ombre del terrorismo. Dopo la strage di piazza Fontana finisce un’epoca favolosa e ne comincia un’altra. La città simbolo dello sviluppo industriale si spegne nel buio dell’austerity, si sporca di sangue e di violenza, mostra il male che si annida e lascia un segno sul destino di tutti. Con un romanzo dalla scrittura poetica e struggente, forte nei sentimenti ed evocativo nello stile, Giuseppe Lupo ci racconta il periodo più esaltante e contraddittorio del secolo scorso – gli anni del boom e quelli di piombo – entrando nei sogni, nelle illusioni, nelle inquietudini, nei conflitti di due generazioni a confronto: quella dei padri venuti dalla povertà e quella dei figli nutriti con i biscotti Plasmon.

Biografia di Giuseppe Lupo

Insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano e Brescia. Ha esordito nella narrativa con il romanzo L’americano di Celenne (Marsilio 2000), con cui nel 2001 ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio Mondello opera prima, e nel 2002, in Francia, il Prix du premier roman. Successivamente ha pubblicato i romanzi Ballo ad Agropinto (Marsilio, 2004), La carovana Zanardelli (Marsilio 2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical e Premio Carlo Levi), L’ultima sposa di Palmira (Marsilio 2011; Premio Selezione Campiello e Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (Marsilio 2013; Premio Giuseppe Dessì), L’albero di stanze (Marsilio 2015; Premio Alassio Centolibri-Un autore per l’Europa; Premio Frontino-Montefeltro; Premio Palmi), Gli anni del nostro incanto (Marsilio 2017). È autore inoltre della raccolta di scritti Atlante immaginario. Nomi e luoghi di una geografia fantasma (Marsilio 2014) e del pamphlet Mosè sull’arca di Noè. Un’idea di letteratura (Editrice La Scuola 2016). È consulente presso alcuni editori, dirige la collana Novecento.0 presso Hacca Editore e la collana Atlante letterario presso l’Editrice La Scuola. Collabora alle pagine culturali dei quotidiani “Il Sole 24 Ore” e “Avvenire”.  (Fonte Wikipedia).

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