Intervista di: Gabriele Vinciguerra

C’è una cosa che la boxe, quando viene raccontata male, continua a lasciare fuori.
L’uomo.

Restano i guantoni, il record, le cinture, le luci, le conferenze stampa, le frasi prima del match. Restano i volti scavati dal peso, la fame, il bisogno antico di dimostrare qualcosa a qualcuno. Ma spesso scompare il punto più importante: quello in cui la forza smette di essere spettacolo e diventa biografia.


Dario Morello non risponde come chi cerca approvazione. Non prova a piacere. Non si mette addosso la retorica comoda del campione che ha sofferto e adesso insegna agli altri come si vince. Entra nelle domande con una lucidità ruvida, quasi scomoda, e con una durezza che non sembra nascere dall’arroganza. Sembra arrivare da più lontano. Da un dialogo continuo con l’autosabotaggio, con il proprio giudizio interno, con quei demoni che non salgono sul ring, ma sanno colpire più forte di un avversario.

Morello chiama Spartan la sua maschera pirandelliana. Ed è una definizione che apre una crepa. Perché certe maschere non servono solo a nascondersi. A volte servono a restare interi. A dare forma al caos. A proteggere i sogni quando il contesto, la vita e perfino una parte di te lavorano ogni giorno per ridimensionarli.

A quel punto la boxe cambia peso. Non è più solo sport. È un modo per stare dentro il limite senza farsene schiacciare. È il tentativo, ogni giorno, di prendere la rabbia e darle una direzione. Di riconoscere la fragilità senza lasciarle il volante. Di trasformare una ferita in qualcosa che non chieda più vendetta, ma responsabilità.

Forse è questo che il mondo della boxe dovrebbe avere il coraggio di guardare più spesso. Non basta salire su un ring per essere forti. Non basta colpire per essere uomini. Non basta vincere per essersi salvati.

La domanda vera arriva dopo.

Quando si spengono le luci, quando il pubblico torna a casa, quando il personaggio resta appeso nello spogliatoio insieme ai guantoni, che cosa rimane davvero di un pugile?

Dario Morello risponde senza chiedere assoluzione. Vuole meritarsi la vita. Non solo vincerla. Non solo difenderla. Meritarsela.

Ed è qui che questa intervista smette di parlare soltanto di boxe. Parla a chi ha costruito una corazza per non farsi spezzare. Parla agli atleti che confondono la durezza con la forza. Parla ai pugili che pensano che mostrare una ferita significhi perdere autorità. Parla a un mondo sportivo che celebra il sangue sul volto, ma spesso non sa riconoscere quello che un uomo ha versato molto prima di salire sul ring.

Perché il combattimento più serio, alla fine, non è quello che gli altri vedono.

È quello che continui a fare quando non ci sono telecamere, quando nessuno applaude, quando non hai più un pubblico da convincere e ti resta soltanto una domanda: la vita che stai vivendo, te la stai davvero meritando?

Dario, quando uno costruisce un’identità forte, riconoscibile, quasi inattaccabile, spesso non lo fa solo per mostrarsi. A volte lo fa anche per proteggere qualcosa. Tu cosa senti di aver protetto, negli anni, dietro l’immagine dello Spartan?

I miei sogni.
È questo che sento di aver protetto dietro Spartan.
La vita, il contesto da cui arrivo, la difficoltà stessa di realizzare un’ambizione, sono tutte cose che ogni giorno provano a minare quello che voglio costruire. Lo fanno gli altri, lo fanno le circostanze, a volte lo faccio anche io contro me stesso.
Spartan, per me, è una maschera pirandelliana. Ma non è solo una maschera per nascondermi. È anche, e forse soprattutto, la versione migliore di me. Quella che ho dovuto creare per non lasciare che tutto il resto vincesse.

Tu hai una grande capacità di parlare, di spiegarti, di stare dentro la scena anche fuori dal ring. Però ti chiedo una cosa più scomoda: c’è mai stato un momento in cui le parole ti sono servite non per raccontarti meglio, ma per non far vedere qualcosa di più fragile?

Sì, mi è successo spesso.
La vita, in fondo, assomiglia un po’ a una partita di Texas Hold’em. Le carte che hai in mano devi conoscerle solo tu. Non puoi mostrarle a chiunque, perché non tutti saprebbero leggerle e non tutti avrebbero davvero interesse a farlo.
Sono cresciuto con una consapevolezza abbastanza chiara: quando qualcuno ti chiede “come stai?”, nella maggior parte dei casi non vuole davvero saperlo. Molti staccano il cervello un secondo dopo aver fatto la domanda. E va bene così. Il mondo girava prima di noi e continuerà a girare anche dopo.
Alla fine conti davvero per poche persone. Le fragilità puoi rivelarle solo a loro. E neanche sempre.

Nel pugilato si parla spesso di coraggio. Però, forse, il coraggio più difficile non è solo salire sul ring. È accettare di non controllare tutto. Tu che rapporto hai con il controllo, nella vita prima ancora che nello sport?

Parli con una persona che l’ADHD ce l’ha davvero, non per moda.
Nella vita, più che parlare di controllo, parlerei di capacità di adattamento. Ho imparato a reagire bene a quello che succede, a correggere la rotta mentre le cose accadono. È un continuo correre dietro a mille pensieri, mille stimoli, mille direzioni.
Per questo il controllo, nella vita quotidiana, è qualcosa di relativo. Però, onestamente, questo modo di funzionare mi appartiene. Mi sta addosso.
Sul ring è diverso. Lì ho molto più controllo. Lì divento un’altra persona. Il controllo lo preparo, lo cerco, lo pretendo.

Dario, ti è mai capitato di chiederti dove finisce la tua sicurezza vera e dove, invece, comincia il bisogno di convincere anche te stesso di essere inattaccabile?

Convivo da sempre con una parte di me completamente autosabotante.
Ogni ora in cui sono sveglio la passo, in qualche modo, a convincermi di essere abbastanza forte, abbastanza lucido, abbastanza inattaccabile. Ho iniziato a farlo quando ero molto piccolo, così piccolo che ormai è diventato quasi una routine. Non mi soffoca più, perché ci sono cresciuto dentro.
Tutti abbiamo dei demoni. Io ne ho diversi. La differenza è che, negli anni, sono diventato bravo a gestirli.

Un pugile viene guardato, giudicato, atteso, interpretato. Gli altri gli mettono addosso tante cose: forza, aggressività, dominio, riscatto. Qual è l’idea che gli altri hanno di te che oggi senti più lontana dalla tua verità?

L’idea che più mi dà fastidio è che io sia stato fortunato. Che il mio successo sia arrivato gratis.
Io sono sempre stato quello non voluto dai livelli alti. Da dilettante ero un nessuno, senza santi in paradiso, uno che vinceva perché era più forte degli altri, non perché arrivava dalla palestra giusta o dalla tradizione giusta.
Da professionista, nelle vecchie promotion, non ero il più famoso e non ero quello che vendeva più biglietti. Ero semplicemente quello che vinceva. Ma ero anche scomodo, perché non piegavo la testa a certe logiche di mercato.
Ho dovuto costruirmi tutto da solo, insieme a pochissime altre persone, prima di arrivare a TAF. Io non sono fortunato. Io ho scelto di farcela.
Se chi commenta superficialmente sotto i post sapesse quanto sangue e quante lacrime ho versato rispetto ai loro idoli, forse mi guarderebbe in modo diverso. Ma spesso chi giudica da fuori non ha gli strumenti per capire davvero cosa c’è dietro.

Quando vinci, tutti vedono il risultato. Quando perdi, tutti cercano una spiegazione. Ma nella tua esperienza, cosa è stato più difficile da accettare: la sconfitta davanti agli altri o le parti di te che una sconfitta ti costringe a incontrare?

La cosa più difficile da accettare è il mio auto giudizio.
È la vita che ti mette davanti al fatto che in un certo momento sei debole, che non riesci a fare qualcosa, che non sei quello che vorresti essere. Sono i tuoi demoni che tornano, ti screditano, ti parlano addosso. E tu, in quel momento, non hai i fatti dalla tua parte per rispondere.
Sei solo.
Però, se riesci a uscirne, diventi davvero di un altro livello mentale. Perché non hai superato solo una difficoltà esterna. Hai attraversato qualcosa che ti riguardava molto più in profondità.

Tu dai l’impressione di aver imparato a trasformare la rabbia in disciplina. Però la rabbia, quando viene educata troppo bene, a volte non sparisce, cambia forma. Oggi dove va a finire la tua rabbia quando non può diventare combattimento?

La rabbia la reprimo.
Non mi piaccio quando sono arrabbiato. Mi temo, quando sono arrabbiato. Divento fuoco. In quei momenti prendo l’auto e faccio chilometri in silenzio, con una faccia che dice tutto, senza parlare con nessuno.
Il mio padman, che è buddista, mi ha insegnato a capire quanto possa essere sterile questo sentimento. A volte basta lasciar passare qualche minuto in più, permettere al cortisolo e all’adrenalina di abbassarsi, per vedere le cose con un quadro mentale diverso. E spesso, proprio lì, trovi una soluzione migliore al problema.

Se un giorno non dovessi più essere riconosciuto per quello che sai fare sul ring, quale parte di te vorresti che restasse comunque indiscutibile agli occhi degli altri?

Rispondo con un’immagine che ho inserito anche nell’ultimo capitolo del libro che sto scrivendo.
Hai presente la scena finale di Salvate il soldato Ryan? Quando il capitano, prima di morire, dice a Ryan: “Earn this”. Meritatelo.
Ecco, io non sono religioso, ma credo che nella vita si debba avere rispetto per quello che ci è stato lasciato da chi è venuto prima di noi. E credo anche che si debba lasciare qualcosa a chi verrà dopo.
Nella vita ci vuole consistenza. Se un giorno, dopo la mia morte, qualcuno chiedesse ad altri se me la sono meritata, questa vita, vorrei che la risposta fosse sì. Senza esitazione.

Nella tua vita c’è anche Serena Brancale, un’artista, quindi un mondo fatto di musica, sensibilità, esposizione emotiva. Ti chiedo questo senza entrare nel privato: che cosa ti insegna stare accanto a una persona che usa un linguaggio così diverso dal tuo, e che forse arriva dove il pugilato non arriva?

In realtà quel mondo, per propensione mentale, un po’ mi appartiene.
So quanto sia importante ascoltare le proprie fragilità e non demonizzarle. Allo stesso tempo, però, condanno fortemente l’accettazione passiva delle fragilità stesse.
Detesto la normalizzazione del mal di vivere. Per me stare bene è sempre e soltanto una scelta. La forza è una scelta. E io ne sono una prova vivente.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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