Gioelli Arcani

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

Un gioiello, di solito, serve a dire qualcosa agli altri. A segnare un’appartenenza, un gusto, una stagione. Gioielli Arcani lavora altrove. Non si colloca sul piano della dichiarazione, ma su quello della frizione. Qui il simbolo non accompagna, interferisce. Entra in contatto con il corpo come una grammatica antica che non chiede di essere capita subito, ma attraversata. I Tarocchi vengono sottratti alla funzione più ovvia e restituiti a ciò che sono sempre stati prima di diventare immagine: una struttura mentale, un dispositivo di lettura, una tensione costante tra ciò che emerge e ciò che resta in ombra. Il design non addolcisce questo passaggio, lo rende visibile. E nel farlo espone una domanda che riguarda chi indossa, chi legge, chi guarda. Non che cosa significhi il simbolo, ma che cosa fa quando smette di essere innocuo.

I testi di Elisabetta Rossi accompagnano il lettore in una Venezia e in una Genova immaginarie, non come semplici scenari, ma come specchi e contrappunti interiori. Le città diventano superfici sensibili, luoghi mentali in cui il racconto prende forma. Ogni anello agisce come un portale narrativo: il Matto apre traiettorie imprevedibili, la Papessa custodisce verità che non si offrono mai del tutto, la Morte smette di chiudere e comincia a trasformare. Roberto Zanon, architetto e docente, mette in dialogo archetipi e progetto, traducendo i Tarocchi in oggetti da costruire e indossare. Il simbolo scende dal piano dell’astrazione e prende corpo, chiede gesto, manipolazione, contatto. Ne nasce un libro che rifiuta definizioni univoche e tiene insieme racconto, ricerca progettuale e gioco simbolico. Un invito non solo a leggere, ma a provare, costruire, indossare. A misurarsi con ciò che, normalmente, resta confinato nell’immaginario.

Gioielli Arcani non sembra voler piacere a tutti. Anzi, sembra mettere a disagio sia chi cerca il gioiello come puro oggetto estetico, sia chi usa il simbolo come scorciatoia spirituale. Questa scomodità era parte del progetto o è emersa strada facendo?

Roberto Zanon
L’obiettivo non è mai stato quello di creare oggetti volutamente scomodi, ma oggetti capaci di parlare. Il cuore del progetto vive nel contrasto, un contenuto simbolico complesso e stratificato che prende corpo attraverso un materiale leggero, umile, persino giocoso. Se emerge una sensazione di attrito, nasce proprio da questo cortocircuito, dalla distanza apparente tra la profondità del simbolo e la semplicità della gomma EVA. Una tensione riconosciuta come necessaria per un gioiello che aspira a essere concetto prima ancora che ornamento.

Elisabetta Rossi
Gioielli Arcani nasce come un ibrido consapevole. Mettere in dialogo il linguaggio del design con quello dei Tarocchi significa accettare la possibilità di generare disagio, anche se per noi questo incontro è sempre stato naturale. Le condizioni scomode sono spesso le più autentiche rispetto alla natura umana. Quello che abbiamo voluto evitare con decisione è l’idea del simbolo come scorciatoia spirituale. Il simbolo non semplifica, non abbrevia. È esperienza, conoscenza, consapevolezza. Mai credenza cieca.

Nel libro i tarocchi non vengono mai trattati come strumenti divinatori rassicuranti. Il simbolo qui non consola, interroga. Quanto vi interessava sottrarre gli Arcani a una lettura superstiziosa per restituirli a una dimensione più adulta, psichica, identitaria?

Roberto Zanon
Il progetto nasce con un intento preciso, restituire al simbolo la sua funzione riflessiva, sottraendolo alla logica del responso preconfezionato. Senza negare la dimensione divinatoria, ma lasciandola sullo sfondo, l’Arcano viene riportato alla sua natura di struttura di senso e di forma pensante. L’anello smette di essere un amuleto scaramantico e diventa un’estensione del pensiero. Non predice, afferma. È questo passaggio dalla superstizione alla consapevolezza identitaria che trasforma il gioiello in un’esperienza adulta e intellettualmente esigente.

Elisabetta Rossi
Nel libro i Tarocchi non vengono addomesticati né ripuliti. Non c’era alcuna volontà di rassicurare, ma neppure di liquidare la superstizione, che affonda le sue radici in una storia tutt’altro che ingenua. Il lavoro è stato uno spostamento dello sguardo, il simbolo non come promessa o risposta, ma come dispositivo che mette in crisi, che lavora nella psiche e nell’identità. Un uso più esigente, non più innocuo.

Avete scelto l’anello, non un oggetto da esporre ma da indossare. L’anello implica contatto, continuità, presenza quotidiana. Che tipo di relazione immaginate tra chi indossa un Arcano e il simbolo che porta con sé?

Roberto Zanon
Il legame tra l’essere umano e il gioiello è antico e profondo. Scegliere l’anello significa scegliere un simbolo che abita lo spazio visivo di chi lo indossa. A differenza di altri ornamenti, l’anello è sempre presente, sempre sotto gli occhi. Da qui nasce un dialogo continuo, il simbolo non resta silenzioso, diventa un ancoraggio psichico. Indossare un Arcano significa portare con sé una domanda aperta, trasformando il gesto quotidiano in un rito di consapevolezza che si rinnova ogni volta che lo sguardo cade sulla mano.

Moda e gioiello spesso servono a costruire un’immagine sociale. Qui invece sembra accadere il contrario, il simbolo scava sotto l’immagine. Pensate che oggi ci sia ancora spazio per oggetti che non servono a rappresentarci, ma a smascherarci?

Roberto Zanon
Esiste un bisogno latente di oggetti che non funzionino soltanto come maschere sociali, ma come specchi interiori. Anche la moda più consapevole si muove su questo confine. In Gioielli Arcani l’ambivalenza è centrale, la forma intercetta lo sguardo dell’altro, il simbolo lavora in profondità come strumento di autoanalisi. Il gioiello smette di essere un’uniforme e diventa un punto di domanda, qualcosa che scava sotto l’immagine predefinita e costringe a un confronto autentico con la propria identità.

Genova e Venezia attraversano il progetto come due poli emotivi opposti e complementari. Non sono solo città, ma caratteri, tensioni interiori. In che modo questi luoghi dialogano con gli Arcani e con la psicologia dei personaggi che li abitano?

Elisabetta Rossi
Genova è una bellezza che incanta e morde, ogni vicolo un ritmo imprevedibile. Venezia, al contrario, smaterializza il reale, trascina nei labirinti segreti del desiderio e della memoria. Gli Arcani non decorano questi luoghi, li leggono, li svelano, li provocano. In questo scambio le città diventano presenze vive, luoghi dell’anima, depositarie delle verità nascoste di personaggi che attraversano il tempo senza invecchiare.

Le forme degli anelli sono geometriche, rigorose, quasi disciplinate. I testi invece sono densi, emotivi, a tratti disturbanti. È come se forma e narrazione si tenessero in equilibrio su una frattura. Quanto è stato importante non risolvere questa tensione?

Roberto Zanon
Più che una frattura, si è creata una risonanza naturale. Il rigore geometrico non nasce per contrastare il testo, ma per offrirgli una dimora solida, un perimetro entro cui l’emozione possa esprimersi senza disperdersi. Il processo è avvenuto in modo intuitivo, prima la genesi plastica del gioiello, poi la fioritura della narrazione. Mantenere intatta la distanza tra disciplina visiva e densità emotiva è stato fondamentale. È in questo equilibrio che l’anello smette di essere un oggetto e diventa esperienza.

Molti Arcani che raccontate parlano di desiderio, ombra, ambivalenza, tradimento di sé. Temi che oggi vengono spesso semplificati o neutralizzati. Avete mai sentito la tentazione, o la pressione, di rendere questo progetto più accettabile?

Elisabetta Rossi
No. Rendere il progetto più accettabile avrebbe significato tradirlo. Desiderio, ombra e ambivalenza non chiedono di essere semplificati, ma attraversati. Neutralizzarli li rende innocui. E l’innocuo non ci interessa.

Il Matto apre il percorso, ma il Mondo resta irraggiungibile. Il compimento non è mai individuale, non è mai definitivo. È una scelta narrativa o una dichiarazione esistenziale sul modo in cui costruiamo la nostra identità?

Roberto Zanon
È una riflessione sulla natura fluida dell’essere. Il Matto incarna un’energia che rifiuta di fissarsi in una forma definitiva. Per questo l’anello non è una scultura immobile, ma un oggetto interattivo, il protagonista e il suo compagno animale possono ruotare su sé stessi, restituendo l’imprevedibilità del viaggio identitario. Non esiste una posizione giusta o finale. Ogni rotazione apre una nuova possibilità di senso, suggerendo che l’identità si costruisce proprio nel rifiuto di fermarsi.

Elisabetta Rossi
È entrambe le cose. Non esiste un compimento individuale né definitivo. Il Mondo viene rappresentato dall’ermafrodita, simbolo dell’unità perduta dopo la scissione raccontata nel Simposio. Da lì restano memoria, ricerca della parte mancante, anche sconfitta. È in questo movimento continuo che l’identità prende forma.

Nel libro invitate esplicitamente al gioco, al tagliare, al copiare, al manipolare. È un gesto raro in un’epoca ossessionata dal controllo dell’opera. Che idea avete del lettore? Spettatore, custode o co-autore del simbolo?

Roberto Zanon
Il lettore è pensato come un co-autore. L’invito a tagliare, copiare e manipolare introduce una dimensione fisicamente interattiva e sdrammatizzante. Svelando la struttura costruttiva degli Anelli Arcani, si abbatte la distanza tra l’opera e chi la attraversa. Il lettore diventa parte attiva, costruisce il proprio gioiello in cartoncino o in gomma EVA, lo stesso materiale dei modelli originali. Il simbolo smette di essere astratto e prende corpo in un’esperienza personale, plasmata dalle mani di chi la vive.

Se togliessimo tutto, gioiello, racconto, città, riferimento storico, cosa dovrebbe restare addosso a chi chiude Gioielli Arcani? Una risposta, una domanda, o un’inquietudine che continua a lavorare nel tempo?

Roberto Zanon
Non si cerca il disagio, ma una scintilla di partecipazione gioiosa. L’intento è alleggerire l’austerità del simbolo e la solennità del suo retaggio iconografico, offrendo una sintesi in cui rigore geometrico e complessità semantica possano anche risolversi nel piacere del fare. Chi chiude il libro dovrebbe conservare non una risposta definitiva, ma una nuova agilità intellettuale, la capacità di muoversi tra i significati del mondo con curiosità e consapevolezza.

 

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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