Valeria Sechi

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

Photo Cover © Fabio Ghidini

Prima che modella.
Prima che simbolo.
Prima che “pro age”, prima che corpo narrato, prima che messaggio.

Qui c’è una donna che non chiede di essere capita, ma ascoltata.

Una donna che ha attraversato ruoli, doveri, archetipi, aspettative, senza mai smettere di interrogarsi su chi stesse diventando mentre reggeva tutto. Cinque figli, una vita intera spesa a tenere insieme, e poi un’età che non concede sconti, i cinquant’anni, quando il mondo smette di nominarti e tu sei costretta a nominarti da sola.

Questa non è un’intervista sulla rinascita come slogan.
È un dialogo sul costo della coerenza, sul peso della visibilità, sulla fatica di restare intere in una cultura che preferisce figure semplici e storie addomesticate.

Valeria Sechi non racconta come si diventa qualcosa.
Racconta cosa succede quando smetti di rinnegarti.

E in un tempo che trasforma tutto in immagine, questa conversazione sceglie un’altra strada: quella della verità che non consola, ma restituisce dignità.

C’è stato un momento preciso in cui hai smesso di identificarti solo nei ruoli che tenevano in piedi la tua vita e hai iniziato a guardarti senza etichette? Che tipo di vertigine hai provato in quel passaggio?

Per una donna che nasce e cresce in una società a forte matrice cattolica come l’Italia, percepirsi fuori dagli archetipi imposti non è semplice. Quegli archetipi ti abitano prima ancora che tu possa metterli in discussione. Per me il punto di rottura è arrivato con il compimento dei cinquant’anni. Un’età tonda, piena, che ti obbliga, volente o nolente, a fare un bilancio.

In quel momento ho realizzato che, dentro questo impianto culturale, se nasci donna sei chiamata a incarnare due sole possibilità: o Maria o Maddalena. Ma superata una certa soglia non sei più né l’una né l’altra, scivoli lentamente verso l’invisibilità. Non è stata una vertigine nel senso classico del termine, piuttosto un corto circuito. Faticavo a far coincidere il mio sentire con il modo in cui venivo percepita dagli altri.

Io, dentro, mi sentivo entrambe le cose. Profondamente madre, in virtù dei miei cinque figli, tutti desiderati, tutti ancora presenti anche crescendo. E allo stesso tempo portatrice di una vitalità femminile che continuava a reclamare spazio, espressione, sensualità, sessualità. La domanda vera è stata: perché avrei dovuto cadere nella voragine di questa dicotomia Maria contro Maddalena, quando Valeria era entrambe?

Trovare un equilibrio tra le mie componenti è stato difficile. Ancora più complesso è stato trovare un punto di contatto tra la me ritrovata e il mondo intorno, nel quale, che ci piaccia o no, viviamo immersi e con cui siamo chiamati a relazionarci.

Rileggendo la tua storia, senti che la rinascita sia stata solo una conquista o anche una forma di riparazione interiore, un modo per dare voce a parti di te rimaste troppo a lungo inascoltate?

La rinascita, a pensarci bene, è sempre doppia. È conquista e riparazione insieme. Da un lato raggiungi obiettivi che rappresentano una realizzazione piena di ciò che sei. Dall’altro, proprio quegli obiettivi diventano un riscatto per desideri che forse non ti eri nemmeno concessa di immaginare.

La parola stessa rinascita contiene l’idea di rimettersi al mondo, aggirando i glitch ambientali e sociali che ti hanno castrato prima. È la possibilità di un reset, con l’ambizione di fare meglio. E di fare bene.

Oggi sei visibile, riconosciuta, simbolica per molte donne. Quale fragilità senti ancora di dover proteggere dallo sguardo altrui, anche adesso che sembri più forte?

Le fragilità da proteggere sono molte. Viviamo in un’epoca di esposizione estrema, dove sembra che tutti possano sapere tutto di chiunque. Ma è un’illusione. Anche chi, come me, racconta molto di sé, non per egocentrismo ma per offrire uno spunto di riflessione alle proprie coetanee, custodisce parti della propria storia che non è disposto a consegnare a chiunque.

Il pubblico, i follower, i fan sono chiunque. E se non ricordiamo a noi stessi questa verità rischiamo di perdere ogni distinzione tra chi ci sta accanto davvero, condividendo oneri e responsabilità, e chi mette un like sotto una foto. Senza questa distinzione concediamo a perfetti estranei il potere di ferirci, demolirci, giudicarci.

Ci sono fragilità che proteggo perché appartengono alla mia sfera più intima. E non le racconto proprio per questo. Posso solo dire che alcune sono episodi della mia vita che mi hanno segnata profondamente, il cui racconto non aggiungerebbe nulla al messaggio che porto. Altre sono emozioni, paure, percezioni che scelgo di condividere solo con chi fa parte del mio tessuto quotidiano.

Essere madre di cinque figli significa attraversare una lunga stagione di priorità altrui. Quali desideri personali hai imparato a chiamare “rinunce” per non sentire il peso di averli messi da parte?

Essere madre di cinque figli significa vivere in una stagione di priorità altrui che, in realtà, non finisce mai. Quando diventi madre lo resti per sempre, indipendentemente dall’età dei tuoi figli. E cinque sono davvero un bel numero. Ognuno di loro, pur dentro una famiglia numerosa, ha diritto al proprio spazio, come se fosse figlio unico.

La parte più impegnativa non è il costo, né la quantità di pasta da cuocere, ma trovare tempo ed energie da dedicare a ciascuno in modo esclusivo. Le rinunce sono state tante, inevitabilmente. Ma ho imparato quella che chiamo la magica arte del ricalcolo delle priorità.

Se è vero che il ruolo di madre ti accompagna per tutta la vita, è altrettanto vero che il modo di interpretarlo deve cambiare. Quando ti mettono in braccio un batuffolo di tre chili che non può fare nulla da solo, quel batuffolo sale in cima alla lista. Ma quando pesa novanta chili, calza il quarantatré ed è alto un metro e ottanta, forse dalla cima può scendere. E magari può salire la mamma.

Ho imparato che i miei figli meritano una madre felice e che il mio stare bene fa stare bene anche loro. Dopo tante rinunce è arrivato il momento di anteporre, ogni tanto, le mie esigenze alle loro.

Il tuo corpo è diventato un messaggio culturale. Questo ti ha mai fatto sentire la responsabilità di dover essere sempre all’altezza dell’immagine che rappresenti, anche emotivamente?

Sì, sento questa responsabilità. E spesso pesa. Non tanto sul piano estetico. Il mio messaggio è sempre stato legato alla naturalezza, al fluire fisiologico del tempo. Non rincorro la giovinezza, non ho interventi estetici o chirurgici, non uso filtri, non altero ciò che sono.

La responsabilità è soprattutto emotiva. Accogliere il tempo che passa come una benedizione non significa non percepirne il peso. Non significa non attraversare momenti di criticità, di incertezza, di timore. E non parlo delle rughe.

A volte ho la sensazione che mi venga negato il diritto di avere paura del tempo che avanza. Paure che, nel mio caso, sono anche legate all’avere una figlia disabile e a tutto ciò che riguarda il tema del “dopo di noi”. Come se la coerenza pubblica dovesse escludere la fragilità privata.

Che spazio ha, nella tua vita attuale, il tempo che non produce senso per nessuno, quello che non ispira, non racconta, non serve a nulla se non a stare?

Il tempo che non produce senso ha poco spazio nella mia vita, ma cerco di ricavarne sempre di più. Ho capito che è un tempo preziosissimo. Un carburante potente che ti riconnette al perché fai ciò che fai.

È lo spazio che più manca in questo tempo bulimico e onnivoro. Lo spazio dello stare. Dell’essere, fuori dalla performance, lontano da riflettori, prestazioni e ricerca di feedback. Quello spazio in cui respiri e recuperi ciò che ti nutre davvero.

Vivo spesso in un vortice di spostamenti tra set e location. Uso proprio quei tempi di transito per disconnettermi e ricentrarmi. È difficile spogliare la soddisfazione dall’approvazione altrui, ma quando ci riesci è un’operazione di sottrazione che alleggerisce. Ti permette di vivere ciò che fai a un livello più intimo, meno mainstream.

Se un giorno smettessi di essere letta come simbolo, esempio o riferimento, quale parte di te resterebbe intatta, e quale invece avrebbe bisogno di essere ricostruita?

Se smettessi di essere letta come simbolo, credo che resterei intatta. Ho pagato un prezzo alto per la mia coerenza, ma è un prezzo che mi ha salvata. Mi ha impedito di essere alla mercé del consenso e della glorificazione.

Io resto io, qualunque cosa il mondo dica di me. Ho disarmato il giudizio altrui. Non riconosco più a nessuno il potere di innalzarmi o affossarmi. So chi sono, conosco il mio valore. Non sono gli altri a definirlo. Anche se domani tornassi a pulire cessi come dieci anni fa, resterei io, con tutto il mio valore.

C’è una verità su di te che non entra nel racconto pubblico perché non è rassicurante, non è utile, non è “giusta”, ma che senti essere la più onesta?

C’è una verità che fatico a raccontare. Sono vittima di me stessa. Incoraggio le persone a chiedere aiuto, a non vergognarsene, a riconoscerlo come un gesto di amore verso se stessi. Ma io non lo faccio.

Sono orgogliosa, testarda, poco incline a farmi aiutare. Sfioro la presunzione quando si tratta di decidere come muovermi nella vita. Questo non mi fa onore. Mi ha creato problemi seri. La mia testardaggine a volte lambisce l’autolesionismo. Ne sono consapevole. E resta uno dei tratti che più fatico a correggere.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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