protesta

alpi fashion agenzia moda

Le proteste in Italia, il costo della vita, la sfiducia nelle istituzioni e la paura della guerra. Una riflessione psicosociale su una società nella quale, soprattutto per i giovani, costruire il proprio futuro sta diventando sempre più difficile.

Editoriale di: Gabriele Vinciguerra

Le piazze tornano a riempirsi. A Roma si manifesta per il lavoro, i salari, la sanità e la pace. A Milano una protesta contro il caro vita e le guerre degenera in scontri con le forze dell’ordine. Nel Sud Italia agricoltori e autotrasportatori scendono in strada perché l’aumento dei costi sta mettendo in difficoltà le loro attività.

Sono manifestazioni differenti, animate da richieste che non possono essere considerate tutte uguali. Eppure, osservando quanto sta accadendo, ho la sensazione che continuiamo a soffermarci troppo sulle conseguenze del malessere e troppo poco sulle condizioni che lo alimentano.

Mi domando che cosa debba accadere nella vita di una persona perché senta il bisogno di scendere in piazza a chiedere ciò che dovrebbe rappresentare una condizione ordinaria dell’esistenza: lavorare, mantenersi, avere una casa, poter immaginare un futuro.

E mi domando soprattutto quando abbiamo cominciato a considerare tutto questo una pretesa, anziché una legittima aspirazione.

Il caro vita e il futuro che i giovani faticano a costruire

Secondo l’ISTAT, nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta. A settembre 2026 l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2% su base annua. L’OCSE rileva che, nonostante una recente ripresa, nel primo trimestre del 2026 i salari reali erano ancora inferiori del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2021.

Sono dati che descrivono difficoltà economiche concrete. Ma quello che mi interessa maggiormente è ciò che accade dietro quei numeri.

Penso a chi lavora ogni giorno e deve comunque fare attenzione a ogni spesa. A chi rinuncia a una vacanza, rimanda una visita, riduce qualcosa che fino a poco tempo prima considerava normale. A chi non vive necessariamente in povertà, ma ha progressivamente perso quella tranquillità economica che permette di affrontare il quotidiano senza preoccuparsi continuamente del domani.

E penso soprattutto ai giovani.

Studiano, si formano, acquisiscono competenze. Viene chiesto loro di impegnarsi, di essere preparati, competitivi, disponibili a cambiare. Poi, quando cercano di costruirsi un’autonomia, scoprono che tutto questo può non essere sufficiente.

La ricerca Deloitte del 2026 mostra che, in Italia, il 56% degli appartenenti alla Generazione Z e il 51% dei millennial intervistati ha rimandato decisioni importanti per ragioni economiche.

Ciò che mi colpisce è proprio quel rinviare.

Perché dietro una decisione rimandata può esserci una casa nella quale non si riesce ad andare a vivere, una famiglia che non si sente di costruire, un progetto al quale si rinuncia prima ancora di aver provato a realizzarlo.

E quando si è giovani, rinunciare ripetutamente a qualcosa che riguarda il proprio futuro può modificare profondamente il modo in cui si guarda alla vita.

Dalla frustrazione individuale alla protesta sociale

La psicologia sociale ci aiuta a comprendere ciò che accade quando le aspettative delle persone entrano in conflitto con le possibilità che la società offre loro.

Se una persona investe energie, tempo e sacrifici senza ottenere risultati che considera adeguati, può sviluppare un sentimento di ingiustizia. Non perché ritenga di avere diritto a tutto, ma perché percepisce uno squilibrio tra quanto le viene chiesto e quanto le viene consentito di realizzare.

Quando questa esperienza viene condivisa, può nascere una consapevolezza collettiva. Le persone iniziano a riconoscere nelle difficoltà degli altri qualcosa che appartiene anche alla propria vita. La ricerca sulla mobilitazione sociale mostra come l’ingiustizia percepita, l’identità condivisa e la convinzione di poter incidere sulle decisioni contribuiscano alla partecipazione collettiva.

È uno dei passaggi attraverso i quali il disagio può trasformarsi in protesta.

Naturalmente, non tutte le manifestazioni nascono dalle stesse motivazioni. E la frustrazione non giustifica la violenza. Ma sarebbe un errore ignorare quello che accade quando una parte della popolazione comincia a sentirsi esclusa dalle opportunità che dovrebbero permetterle di migliorare la propria condizione.

Il problema diventa ancora più serio quando alla difficoltà economica si accompagna la convinzione che nessuno abbia realmente intenzione di ascoltare.

Perché sentirsi in difficoltà è doloroso. Sentire che quella difficoltà non interessa a chi potrebbe intervenire aggiunge qualcosa di ancora più pesante: la percezione di essere soli davanti a un problema che non si riesce a risolvere.

La paura della guerra e l’incertezza sul domani

A tutto questo si aggiunge una preoccupazione che negli ultimi anni è tornata a occupare uno spazio importante nella nostra vita: la possibilità che i conflitti armati si allarghino, coinvolgendo altri Paesi e altre popolazioni.

Nel linguaggio della politica internazionale sono tornate parole come riarmo, deterrenza, preparazione militare. Nell’ottobre 2026, al Warsaw Security Forum, il comandante militare della NATO in Europa, generale Alexus Grynkewich, ha illustrato le capacità di risposta dell’Alleanza a un’eventuale aggressione, precisando che un conflitto non è considerato imminente o inevitabile.

Questa precisazione è fondamentale. Non esistono elementi che consentano di presentare una guerra più estesa come una certezza, e alimentare paure attraverso interpretazioni catastrofiche sarebbe irresponsabile.

Ma non possiamo nemmeno ignorare ciò che questi discorsi producono nell’immaginario collettivo.

Secondo Deloitte, nel 2026 il 23% dei giovani italiani intervistati appartenenti alle generazioni Z e millennial indica l’incertezza politica e le tensioni internazionali tra le principali preoccupazioni, seconde soltanto al costo della vita.

Provo a immaginare che cosa significhi avere vent’anni, impegnarsi per costruire qualcosa e dover convivere anche con il timore che decisioni prese lontano dalla propria vita possano comprometterla.

E penso a chi ha figli.

A quella preoccupazione che nasce quando si guarda una persona che amiamo e ci si domanda quale mondo troverà, quali possibilità avrà e se riuscirà a vivere quella serenità che ogni genitore vorrebbe poterle garantire.

Sono pensieri profondamente umani, che non hanno bisogno di appartenenze politiche per essere compresi.

Dal punto di vista psicologico, l’incertezza può diventare particolarmente gravosa quando riguarda eventi percepiti come gravi e sui quali non abbiamo alcuna possibilità di controllo. Non tutti reagiscono nello stesso modo, ma il timore di perdere il futuro può aggiungersi alle preoccupazioni che già attraversano la quotidianità.

In questo contesto si inserisce anche il dibattito sul riarmo. Nel 2025 i Paesi NATO hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del prodotto interno lordo alla difesa e alle attività connesse alla sicurezza, comprese infrastrutture e resilienza.

Le esigenze di sicurezza internazionale sono reali. Ma è altrettanto legittimo interrogarsi sulle priorità economiche e sulle conseguenze di queste decisioni per gli investimenti nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca e nel lavoro.

Perché proteggere un Paese significa anche occuparsi della qualità della vita delle persone che lo abitano.

La sfiducia nelle istituzioni e la responsabilità della politica

Secondo un’indagine OCSE pubblicata nel 2026, soltanto il 22% degli italiani intervistati ritiene che persone come loro abbiano voce nelle decisioni del governo.

È un dato che dovrebbe interrogare chiunque ricopra una responsabilità istituzionale.

Una democrazia non può esaurirsi nel momento in cui i cittadini votano. Chi viene eletto assume una responsabilità nei confronti dell’intera collettività, comprese le persone che non lo hanno votato e quelle che contestano le sue decisioni.

Le difficoltà italiane hanno radici lontane e attraversano governi di orientamento differente. Attribuirle esclusivamente all’attuale esecutivo sarebbe una semplificazione. Ma richiamare continuamente le responsabilità del passato non può diventare un modo per sottrarsi a quelle del presente.

La politica dovrebbe essere valutata sulla capacità di affrontare i problemi e sui risultati concreti delle proprie decisioni.

Quando questa capacità non viene riconosciuta dai cittadini, la distanza tra istituzioni e popolazione rischia di aumentare. E una società nella quale le persone smettono di sentirsi rappresentate può diventare una società sempre più diffidente, frammentata, incapace di riconoscersi in un progetto comune.

È una questione che riguarda la qualità stessa della convivenza democratica.

Le proteste in Italia: ascoltare le persone oltre gli scontri

Anche i media hanno una responsabilità importante nel modo in cui vengono raccontate le proteste.

Le aggressioni, i danneggiamenti e gli episodi di violenza devono essere documentati e condannati senza ambiguità. Ma ridurre una manifestazione a ciò che accade durante uno scontro significa rischiare di lasciare fuori le ragioni che hanno portato migliaia di persone in piazza.

Il giornalismo dovrebbe riuscire a raccontare entrambe le realtà, senza trasformare la cronaca in uno strumento di delegittimazione indiscriminata del dissenso.

Lo stesso vale per l’ordine pubblico. Le forze dell’ordine devono tutelare la sicurezza, intervenendo quando necessario nel rispetto della legge e della proporzionalità. Il diritto di manifestare pacificamente resta però una garanzia costituzionale.

Nessun intervento di polizia può risolvere il problema degli stipendi insufficienti, della precarietà o della perdita di fiducia nella politica. Sono questioni che richiedono risposte diverse, fondate sull’ascolto e su decisioni capaci di incidere realmente sulla vita delle persone.

C’è un aspetto che continua a preoccuparmi più di altri: la possibilità che ci stiamo abituando a vivere in una condizione di insicurezza permanente.

Come se fosse normale lavorare senza raggiungere una sufficiente tranquillità economica. Come se fosse inevitabile rinunciare a una parte dei propri progetti. Come se i giovani dovessero accettare di vivere con prospettive più incerte e, nello stesso tempo, convivere con il timore di una guerra.

Mi chiedo quale prezzo stiamo pagando, anche psicologicamente, per questa progressiva normalizzazione della precarietà e della paura.

Non penso che chi manifesta abbia necessariamente ragione. Ma ritengo che una società debba preoccuparsi quando un numero crescente di persone sente il bisogno di scendere in piazza per chiedere condizioni di vita dignitose.

E dovrebbe preoccuparsi anche di chi non manifesta, di chi continua a sopportare in silenzio, di chi ha smesso di credere che partecipare possa servire a qualcosa.

Perché non tutte le forme di disagio fanno rumore.

Forse è proprio da qui che la politica dovrebbe ricominciare: dalla capacità di comprendere le persone prima ancora di chiedere loro fiducia. Di riconoscere che dietro le difficoltà economiche esistono vite, relazioni, aspettative, sacrifici e una quantità di preoccupazioni che non trovano spazio nelle statistiche o nelle dichiarazioni istituzionali.

Vorrei che un giovane potesse guardare ai prossimi vent’anni pensando alle esperienze che desidera vivere, alle persone che incontrerà, a ciò che potrà costruire. Senza essere costretto a domandarsi continuamente se riuscirà a mantenersi o se eventi più grandi di lui gli impediranno di realizzare i propri progetti.

E vorrei che chi ha già attraversato buona parte della propria esistenza potesse vivere gli anni che ha davanti senza la sensazione di dover ricominciare ogni giorno a difendere ciò che ha faticosamente costruito.

Non mi sembra una richiesta eccessiva.

Mi sembra il significato più semplice e concreto di una vita dignitosa.

E quando le persone arrivano a doverla rivendicare nelle piazze, credo che chi governa dovrebbe interrogarsi prima di tutto sulle ragioni che le hanno portate fin lì.

Fonti

ANSA, La Via maestra in piazza a Roma: «Lavoro, pace, Costituzione», 17 ottobre 2026.

Associated Press, Rioters loot stores, set fires in central Milan during cost-of-living protest, 18 ottobre 2026.

RaiNews, TGR Puglia, Caro carburante, la protesta di agricoltori e camionisti continua, 16 ottobre 2026.

ISTAT, La povertà in Italia – Anno 2025, 15 ottobre 2026.

ISTAT, Prezzi al consumo – Settembre 2026, 16 ottobre 2026.

OCSE, OECD Employment Outlook 2026: Italy, 2026.

OCSE, OECD Survey on Drivers of Trust in Public Institutions 2026 Results: Italy, 2026.

Deloitte, 2026 Gen Z and Millennial Survey, 2026.

Associated Press, NATO commander says the alliance does not want war but is “ready to fight tonight”, 12 ottobre 2026.

NATO, The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025.

Van Zomeren, M., Postmes, T., Spears, R., Toward an Integrative Social Identity Model of Collective Action: A Quantitative Research Synthesis of Three Socio-Psychological Perspectives, Psychological Bulletin, 134(4), 2008, pp. 504–535. DOI: 10.1037/0033-2909.134.4.504.

alpi fashion agenzia moda

Qual è la tua reazione?

emozionato
0
Felice
0
Amore
0
Non saprei
0
Divertente
0
Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

More in:Riflessioni