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Sprechi alimentari. Un problema grave, anche a Natale

Coldiretti  ha  diffuso in questi giorni i dati secondo i quali 8 italiani su dieci hanno scelto di passare il Natale a casa. Secondo le indagini condotte dalla Fipe  (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) in collaborazione con Format Research, invece, circa 5,6 milioni di italiani – pari all’11% della popolazione, hanno consumato il pranzo di Natale presso i ristoranti, trattorie e altri locali pubblici, mentre circa 7,5 milioni di persone (il 14,7% della popolazione totale) trascorreranno il Capodanno in un ristorante o in un altro locale pubblico.

Proprio la Fipe impartisce alcuni consigli utili per affrontare le festività natalizie, limitando al massimo gli sprechi alimentari. Il primo suggerimento utile si riferisce alla scelta di prodotti di stagione che, conservati nella maniera opportuna, non vanno in decomposizione. Gli “avanzi del giorno prima” essere riutilizzati per preparare ulteriori pietanze da consumare nei giorni successivi ai grandi cenoni o alle tavolate in famiglia. Un espediente molto utile che può contribuire a migliorare l’equilibrio dell’ecosistema, riducendo la produzione di rifiuti, limitando i problemi legati allo smaltimento dell’umido ed innescando il circolo virtuoso legato al riciclo dei prodotti ancora commestibili.

I riferimenti ISTAT del 2012 rivelavano già allora come in Italia la cultura della “food sharing” fosse ancora poco diffusa; e tuttora manca la consapevolezza che gli scarti possano essere una risorsa per chi vive in una situazione di grave povertà ed indigenza. Queste informazioni fanno il paio con i dati diffusi oggi dalla FAO durante la Giornata dell’Alimentazione svoltasi ad ottobre, che ha stimato lo spreco alimentare per una cifra pari a 16 miliardi di dollari annui (615 milioni di euro solo in Italia), soldi che finiscono al macero triturati dalla macchina del consumismo. “Oltre un terzo di tutti gli alimenti prodotti a livello globale viene perso o sprecato. Ciò equivale a circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l’anno come si legge nel rapporto “Il clima sta cambiando. L’alimentazione e l’agricoltura anche“, presentato dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

La sovrapproduzione di materie prime, come le derrate alimentari, ha un enorme valore economico che se sfruttato diversamente potrebbe essere utile a combattere la fame nel mondo. Infatti, sempre secondo la FAO, nel mondo ci sono “800 milioni di persone che soffrono di denutrizione cronica”. Ancora più allarmante è l’indifferenza della società globale di fronte alla possibilità di rivolgersi ai banchi alimentari, che fanno da intermediari tra le grandi catene di distribuzione (supermercati, ipermercati, magazzini all’ingrosso etc.) le grandi e piccole catene della ristorazione, le associazioni di volontariato e le organizzazioni no profit, che organizzano la ripartizione dei prodotti alimentari alle famiglie più disagiate.  Una vera e propria filiera che diventa fondamentale per salvare vite umane  solo se agisce in tempi celeri, prima della subentri la fase di deterioramento del cibo, che diventa quindi immangiabile.

Secondo i dati della FAO il mancato consumo delle eccedenze alimentari nei paesi occidentali ha comportato conseguenze negative anche sul clima, i cui cambiamenti stanno diventando sempre più “schizofrenici”, anche a causa dell’anomalo riscaldamento della terra (global warming). In un rapporto del 2013, l’organizzazione ha  constatato che “in Asia, America Latina ed Europa lo spreco di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di risorse idriche, soprattutto a causa dell’alto livello di perdite. Allo stesso modo, il grande volume di spreco di verdure in Asia, Europa, Sud e Sud-Est asiatico si traduce in una grande impronta di carbonio per tale settore”. Inoltre “il settore carne genera un notevole impatto sull’ambiente, in termini di occupazione del suolo e di emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito e in America Latina, che insieme sono responsabili dell’80 per cento di tutti gli sprechi di carne”.

La FAO precisa che “escludendo l’America Latina, le regioni ad alto reddito sono responsabili di circa il 67 per cento di tutto lo spreco di carne”. Di sicuro, non è solo il consumatore al minuto che  con la sua “cattiva educazione” alimentare determina l’enorme quantità di sperpero delle risorse di prima necessità, infatti ci sono enormi responsabilità anche da parte di chi gestisce la filiera agricola a livello mondiale, con a capo le multinazionali del cibo che, peraltro, contribuiscono anche a devastare il territorio, come dimostrano le schede compilate dalla Oxfam International nel 2014.

Tuttavia, un suo migliore comportamento a tavola può essere utile ad arginare la gravità di un fenomeno che a lungo andare potrebbe rendere ancora più pesante il bilancio relativo alla sottoalimentazione delle popolazioni più fragili, quelle che nell’immaginario comune appartengono al “Quarto Mondo“, ma che in realtà sono molto più vicine di quanto si possa pensare.

Marianna Gianna Ferrenti

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