Home Spettacolo Arte Salvatore Comminiello: quando l’arte lascia il “segno”

Salvatore Comminiello: quando l’arte lascia il “segno”

Salvatore Comminiello è un artista lucano che predilige la dimensione simbolica di un primitivismo inconscio; anche se le recensioni di autorevoli critici lucani, come il giornalista Rino Cardone,  identificano la sua arte con la Plasting writing, particolare tecnica che consiste nel plasmare materiali sintetici per darne una forma personale ed unica nel suo genere attraverso l’uso di pellicole di acetato e delle lacche. Nato a Potenza nel 1958, Comminiello si diploma all’Istituto statale d’arte ed inizia il suo percorso come pittore inizia a 22 anni con l’allestimento della sua prima mostra personale presso il CO.SPI.M.  Intreccia negli anni Ottanta un solido connubio con la Galleria San Carlo di Napoli e con il gallerista Raffaele Formisano.

Il suo grande merito, ad oggi, è di aver sdoganato l’arte lucana oltre il recinto dei confini territoriali, e di averla condotta dagli ambienti partenopei fino alle esposizioni più importanti nel panorama nazionale ed internazionale. Nel 2011 viene selezionato da Vittorio Sgarbi per rappresentare la Basilicata alla 54esima edizione Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia Padiglione Italia. Le sue opere saranno esposte alla Porta Coeli International Art Gallery di Venosa fino al 15 gennaio 2017 in un vernissage dal titolo “Sigillo di /segni”, in cui il segno è l’impronta che ricompone il caos del mondo interiore nella coscienza del Sé. Questo vernissage, incardinato in uno dei palazzi del centro storico della città oraziana, rappresenta la sintesi evolutiva di una maturità artistica acquisita nel corso dei decenni, ed impreziosita dai giudizi positivi dei più importanti critici italiani, come avviene in occasione del Premio Nazionale di Arte Contemporanea “A. Volpi” di Pisa e al Combact Art di Livorno.

Il suo singolare spirito estetico, assieme a quello dei suoi maestri predecessori, è quasi un manifesto della creatività lucana, che certamente non è figurativista, nel suo senso accademico e tradizionale; ma non è neppure un Picasso puro o un astrattista convenzionale. “La pittura di Salvatore Comminiello – scrive il giornalista lucano Cardonesi pone come superamento totale di quell’esperienza surrealista-astratta americana che teorizzò la pittura all over, vale a dire la pittura tonale, e che fu importante perché mise le basi al sorgere dell’action painting, della pittura gestuale, della pittura d’azione, di forte matrice metropolitana, di Jackson Pollock”.

Comminiello è un autodidatta con la destrezza di un “alchimista” dei colori e delle forme; queste ultime sono private della loro qualità oggettuale per diventare icone espressive di un senso pieno della vita, con le sue croci e delizie. Non è possibile dunque “categorizzare” la sua arte o imbrigliarla in un movimento o una precisa corrente di pensiero in quanto la sua abilità sta nel saper “contaminare” e assemblare insieme diverse propulsioni.

Di sicuro, ciò che lo spinge a cercare nuovi slanci è la libertà originaria e primigenia dell’umanità intera, il desiderio e l’impulso non soltanto di  esplorare l’intimo incontro tra Sentimento e Ragione (che peraltro è anche il “leitmotiv” di una tra le sue tante opere), ma di lasciar sprigionare nel firmamento reale la forza immaginifica quasi psicologica; delle geometrie, a tratti informi e a tratti vicine alla perfezione; dei pigmenti che increspano i texture delle superfici, su cui si innestano le immagini di mondi vicini e lontani, incarnati nel dialogo conciliante o discrepante tra Cristianesimo e Medio Oriente, che però Comminiello affresca nella volta di un singolare intreccio unitario.

Scrive Aniello Ertico, direttore di Porta Coeli International Art Gallery: “Ogni sua opera/preghiera diventa l’ambito in cui l’artista uomo, nella sua interessa, ragione inclusa, conia ed assume le scelte, accetta l’inevitabile, addomestica le sue delusioni, denuncia la sua provvisorietà, prendendo cura della ritualità necessaria a convocare ogni neurone insieme ad ogni refluo di spirito, ad ogni pulsione di sensi, pur di garantire l’unità di sé a sé nell’esercizio della propria esistenza”.

La tecnica mista con acetato a rilievo da lui adoperata è quindi soltanto il tramite per veicolare le fantasie più recondite. Di qui il riferimento al simbolismo di Carl Gustav Jung di Melanie Zefferino, autorevole curatrice e storica delle arti della Florence Biennale, che ha definito i simboli di alcune opere dell’artista lucano, come accade nelle Terre Lontane (2013), “quale esito della funzione trascendente della psiche” e quindi “intelligibili poiché frutto di un inconscio individuale indissolubilmente legato a un inconscio collettivo che si esprime negli archetipi”, attraverso il parallelismo filosofico con alcuni testi di Jung quali Libro Rosso. Liber Novus (1913) e Tipi Psicologici (1921). Tutto questo e molti altri spunti interessanti sono emersi all’inaugurazione della mostra che ha visto l’eccezionale presenza della stessa Zefferino,  dell’artista lucano Giovanni Cafarelli e dalla scrittrice Anna R. G.Rivelli, direttrice centro di produzione culturale PAN e delle edizioni Studio Arti Visive i “Quaderni Monografici“.

Marianna Gianna Ferrenti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.