Uno storico dell’arte come pochi, questo era Phelippe Daverio. Molto più di un critico, un intellettuale stimato dai colleghi. Una figura d’intelletto e di ingegno amata e apprezzata anche dai non intellettuali, dal mondo della televisione e dal suo pubblico. È riuscito a catturare quella fetta di pubblico colta sì ma non erudita.

E ciò senza mai dover ridimensionare il suo sapere anche quando parlava davanti alla telecamera. È stato “inviato speciale” per programmi televisivi come “Art’è” (1999). E poi passò alla conduzione di “Art tù” (2000), “Passepartout“. Non ultimo “Emporio Daverio” su Rai5, un itinerario tra le città più belle d’Italia. Un viaggio volto a gettare una nuova consapevolezza e coscienza civica in merito al tema della riqualificazione urbanistica.

La sensibilità di Daverio, infatti, oltrepassava le cattedre universitarie, e si apriva al territorio. Era una sensibilità critica ma costruttiva, volta alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico ed architettonico.

Dal 2006, infatti, era docente ordinario di sociologia dei processi artistici alla Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. Ma la sua visione dell’arte e del design non era né cattedratica. Tuttavia pur essendo un visionario ed un anticonvenzionale, ha cercato sempre di portare i suoi progetti e le sue prospettive nei ranghi di ambienti istituzionali. Così come ha fatto quando è diventato assessore alla Cultura del Comune di Milano. In tale veste, infatti, si è occupato anche del restauro e del rilancio del Palazzo Reale e della ricostruzione del Padiglione d’Arte Contemporanea.

Personalità eclettica e gusto estetico originale e creativo

Multidisciplinare e versatile. Appassionato di Thomas Sebastian Bach, Daverio un amante della musica classica. Un luminare solare, ironico eclettico che pur non rinunciando al registro alto, sapeva parlare all’opinione pubblica. Colto e raffinato, mai banale e mai ipocrita nell’esprimere il suo dissenso, si è occupato anche di strategia ed organizzazione dei sistemi culturali.

È morto ieri all’età di 70 anni. Un’età troppo giovane per chiunque. Figurarsi per una mente brillante come la sua che avrebbe potuto ancora offrire tanto alla cultura italiana. Purtroppo era malato, sofferente da tempo. Il male del secolo che non perdona. Così come plurisecolare, millenaria è la sua preparazione accademica. Accademica sì ma mai troppo “settorializzata” anzi aperta alle scienze umane (filosofia, pedagogia, sociologia etc.) Una miniera di sapienza a cui attingere.

Ha insegnato Disegno Industriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. Tra i vari incarichi, l’insegnamento di storia dell’arte alla IULM di Milano e ha tenuto corsi di storia del design al Politecnico della città magrebina. Una città verso cui provava un amore viscerale e allo stesso modo amava tutte le più grandi capitali e città d’arte. Mai campanilista, mai una parola che sia stata “strumentalizzata”.

Lui che amava la retorica, aveva imparato a dare il giusto significato alle parole. Eppure il suo linguaggio è rimasto sempre lo stesso. Un registro alto, colto e raffinato sia in veste di “comunicatore” che in veste ufficiale di “uomo delle istituzioni”.

La dialettica, per lui, è uno strumento di lettura e di costruzione della realtà. E l’arte oratoria se non diventa uno strumento autoreferenziale, è una lente di ingrandimento sulla realtà. A maggior ragione se la retorica non rimane fine a se stessa, ma entra nella pedagogia, nell’arte, nella filosofia. Il suo amore viscerale per la filosofia lo ha portato ad affermare che ogni insegnante dovrebbe conoscere la filosofia in quanto è l’essenza della conoscenza.

Insomma Phelippe Daverio è stata una mente tecnica acuminale a cui affiancava la sua preparazione umanistica. Filosofia, pedagogia, sociologia, non erano per lui un semplice corollario, ma erano la cornice essenziale di un sapere trasversale e polivalente.

Marianna Gianna Ferrenti

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