Prima di tutto, cosa intendiamo con vita? Biologicamente si può parlare di vita quando ci troviamo davanti un organismo capace di adempiere a determinate funzioni quali la sua conservazione, il suo sviluppo, la sua capacità di interagire con un sistema, di estendersi in uno spazio “sentendo” il peso e la realtà dello stesso. Teologicamente parlando si potrebbe legare a tutti questi aspetti un fine connesso alla sua stessa assenza: un processo che in vita ci accompagna nella morte. Brevemente, la vita è un insieme di caratteristiche legate tra loro e in continua mutazione, è la capacità di percepire situazioni interne ed esterne, di esperire. Situazioni che, nell’uomo, si traducono in una scala quantificatrice precisa definita tempo. Quindi la Vita è strettamente legata al Tempo. Escludendo le questioni bioetiche, quando parliamo di Vita intendiamo, per lo più, il trinomio vita-tempo-contesto (esperienze). Ora, dopo aver visto come più comunemente definiamo questo tema, indichiamo l’aspetto che aderisce maggiormente all’impronta di questa rassegna. Osserviamo come la Vita, nel modo in cui viene intesa, risulta essere un organismo a sé. Cresce interagendo con altri fattori che a lei si legano, li respira, viene respirata, mangia e viene mangiata. Ed è in grado di riprodursi. Capita, infatti, che la vita stessa incontri altre vite, che si fonda con esse creando, a sua volta, una bomba organica percepibile. Invisibile, ma percepibile. Questo accade quando, per pura casualità, due vite dotate di un tempo proprio e di esperienze proprie si incontrano e, per affinità, decidono di scoprirsi, di legarsi, di fare l’uno esperienza dell’altro e di investire del tempo. Fin qui tutto bene. Poi accade che queste vite, nella loro interezza, “sentono” che il tempo e le esperienze vissute insieme iniziano a creare un nuovo organismo. Qualcosa di bello, qualcosa di tutto loro e dotato di aspettative nutrite dalla speranza dei due. Nasce una forma di Vita nuova, spesso chiamata Amore.

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Immagino sia capitato ad ognuno di noi di percepire la creazione di qualcosa interno e allo stesso tempo esterno a noi. E’ come con una nostra opera d’arte e, allo stesso modo, diventa oggetto di stima, di prestigio, ma anche di frustrazione e di continua revisione. Col tempo questa Vita acquisisce sempre più importanza, si manifesta in maniera sempre più grande fin quando, nella sua ampiezza, alcune volte esplode. I motivi possono essere molteplici e non basterebbe una nuova vita per elencarli, ma il risultato è che di questa esplosione rimangono solo organi e frammenti di ossa sparsi. Investiamo tempo, energie, aspettative per nutrire un agglomerato invisibile di esperienze intrecciate per poi ritrovarci ad osservarne la sua fine. Si può provare a risistemare i pezzi, a incollare le parti con le nostre lacrime, a ridare una forma all’organismo con il nostro sudore, ma due mani non bastano e mentre una vita cerca sostegno in una giuntura, l’altra è impegnata ad osservare un altro aspetto, a dubitare dell’effettiva buona uscita e a cadere in una catastrofica e irrimediabile rinuncia. Queste sono quelle vite che si perdono, quelle vite che, pur incontrandosi di nuovo, altro non vedranno se non un insieme di belle e brutte esperienze sconnesse, slegate e non riassemblabili. E sono la maggior parte. Poi ci sono quelle vite dal legame estremo quanto raro, tanto da esser consapevoli che non ha senso guardare frammenti diversi. Che riconoscono quella rottura, ma non la evitano e la guardano con una forza unica. Procedono dalla diagnosi sino a condividere l’idea che non esista una terapia semplice, rapida e indolore e che la prognosi non possa che risultare incerta con un rischio di perdita costante lungo tutto il percorso. Ricercano i pezzi prestando maggiore attenzione a quelli dannosi, ma non per eslcuderli, bensì per studiarne la loro composizione così da elaborare una cura. Rimodellano la forma di vita esplosa, provando a riconsiderarne la trama così da rendere la tela più resistente, rivestendola di caldi diamanti morbidi quasi come se si cercasse la resistenza di un cristallo senza la sua durezza e la sua freddezza. Ognuno di noi ha in sé una serie di esempi, chi più recenti, chi meno attuali. Ognuno di noi ha dei rimpianti e ognuno di noi sa che, in certe situazioni, ha dato il massimo senza raggiungere il risultato sperato e che in altre ha solo creduto di averlo dato, accomodandosi in un possibile limite quando altro non era che un semplice blocco mentale. La differenze sostanziale tra queste vite è la consapevolezza che quattro mani che lavorano insieme per sciogliere il caotico ammasso di vita sono meglio di due. E le seconde, spesso, per il lavoro speso nella ricostruzione se ne guarderanno bene dal ridistruggere la loro opera. Perchè il lavoro di squadra è sempre il più gratificante, soprattutto in Amore, l’unica forma di vita che, legandosi al tempo, riduce drasticamente la sua percezione colmando i vuoti con i sorrisi. Per questo viviamo e viviamoci! ché è l’unico modo per non invecchiare.

Alex Asunis

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