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Dai magici Kew Gardens al film del Natural History Museum

Quella mattina mi ero svegliata decisa ad andare a visitare i famosi Kew Gardens, era il 23 dicembre, la giornata era grigia e muffosa, come qualsiasi altra giornata di Londra, eppure non faceva freddo, l’unica cosa che poteva disturbare erano le improvvise raffiche di vento. Per le strade girava ormai poca gente, la metro era stranamente vuota ad orario di punta, ma questo era più probabile per il fatto che stessi andando verso la periferia della città e non verso il centro. Che poi chiamare periferia il sobborgo di Kew è proprio inappropriato. Kew, forse, è uno dei sogni che vorrei realizzare nella mia vita, avere una vera casa inglese. Appena uscita dalla omonima fermata della tube mi sembrava di essere come Alice nel Paese della Meraviglie, spaesata ed insicura ma allo stesso tempo con il cuore pieno di felicità, non so se abbiate mai provato questa sensazione di pienezza, così come se foste nel posto giusto, nonostante in quel posto di vostro non ci sia nulla.

Avevo scelto però una giornata completamente sbagliata per visitare questo angolo di paradiso verde. Quel giorno i giardini chiudevano di primo pomeriggio per un matrimonio, e la serra principale era chiusa per restauro, cosa ci facessi lì non lo sapevo nemmeno io – il consiglio è quindi di non fare come me, informatevi sempre sul sito prima di visitare, perché le sorprese sono sempre dietro l’angolo -. Eppure questi giardini riescono a stupire anche d’inverno, rendendo la visita un’altra immancabile tappa per chi vuole scoprire la città a 360°. I fiori, le serre, le piccole oasi, i giardini a tema, la rigorosa suddivisione, i profumi, le aiuole, la pace, il nulla. Io, qualche giapponese ed alcune famiglie con i bimbi, venuti per giocare al parco e alle giostre al suo interno. Visitare i giardini d’inverno è come prendersi una pausa dal mondo, ci sei solo tu, gli alberi, il vento e la montagna di km che percorrerai in quell’eden dai tipici colori autunnali.

Quel giorno ho provato anche a sfidare me stessa salendo sul Treetop Walkway, questa pedana sopraelevata, molto elevata per una che soffre di vertigini, ti permette di vedere tutto il parco dall’alto. Ce l’ho fatta, sono arrivata in cima – coi sudori freddi -, sono rimasta poco, ma quel poco bastava per scrutare tutto: il giardino, i suoi confini segnati dalle mura e tutto ciò che stava dietro a loro. Poco tempo fa ho letto la frase: “You must climb the mountain, to see the world.”, e nel mio piccolo mi ha riportato a questo momento, c’è un mondo al di fuori della nostra comfort zone, e molte volte rischiare e faticare è molto più gratificante. Fino ad orario di chiusura ho cercato di sfruttare al massimo il mio tempo, cercando di cogliere il più possibile, i miei occhi non ne volevano sapere di andarsene: la Minka Deli, Bonsai House, il Sackler Crossing, il fantastico Japanese Gateway con la Pagoda in lontananza e infine il Ruined Arch.

Ovviamente prima di uscire non potevo non fare tappa allo store, dove c’era anche un buonissimo bar con prodotti tipici e realizzati da loro, come i prodotti in vendita: tutti creati con ciò che coltivano nei giardini. Limonate, thè alle rose, alla vaniglia, cioccolate alla violetta, ma anche creme, profumi e vestiti. Non sembrano invitanti, ma provateli, perché i gusti sono equilibrati e per nulla stomachevoli. Quindi se pensate che non facciano per voi, prendeteli proprio per questo.

Così uscendo a malincuore dalla tranquillità dell’intero borgo ho ripreso la mia strada verso il centro. Sconsolata ho cercato il mio posto sicuro, il primo amore, il primo posto dove risiedere quando si visita per la prima volta la città: South Kensington, il Natural History Museum e il suo temporaneo Ice Rink creato da Swarovski per celebrare un Natale scintillante. Quanto tanto era cambiato e quanto poco lo era. Ci ero stata per la prima volta nel 2009 e poi, senza sapere il perché, non ci ero più tornata – troppe cose da vedere e troppo poco tempo – eppure mentre salivo le scale per uscire dalla tube, era come se non me ne fossi mai andata, come se conoscessi quelle strade meglio di quelle che percorro ogni giorno. Dovevo girare a destra, ah guarda dall’altra parte della strada non c’è più quel caffè, però c’è ancora lo store della Ferrari. Quella era casa, ed era la sensazione più bella: la serenità che ti offre casa tua dopo una lunga giornata in giro per la città, la voglia di rilassarsi sul letto, il profumo, l’atmosfera, come se quel posto mi appartenesse da sempre. Musica, facce sorridenti, risate, la perfetta atmosfera dei film di Natale americani, ed io ero lì, come in un film, non mi sembrava vero.

Sapevo che nelle vicinanze c’era la famosa pasticceria Peggy Porschen Cakes, tutta rosa con i tavolini di marmo, con le decorazioni più belle, nelle vie più tranquille. Uno stop-by veloce: non c’era posto, ma che problema c’era, per i dolci questo ed altro, ho preso i miei biscottini – ricordatevi che le vere specialità da provare sono i cupcakes – e me ne sono uscita soddisfatta, verso il nuovo obiettivo che avrebbe concluso la mia giornata, il famoso Tate Britain. Prima di riprendere la metro per Pimlico, ho deciso di fare una passeggiata intorno a Sloane Square, scoprendo solo ora e con amarezza nuovi fantastici quartieri: il The Duke of York Square, vicino alla Saatchi Gallery. Un piccolo quartiere di negozi e bar intagliati nelle caratteristiche case a mattoni rossi.

Era la prima volta che andavo al Tate Britain, principalmente perché l’arte contemporanea non mi convince, non la critico di certo come quelli che dicono: “Sì certo, potevo farlo anche io!”, solo che personalmente, questo tipo di opere non mi trasmettono nulla e pur sapendone il significato non riesco a trovare il legame con la loro realizzazione. Ma infondo poco mi importava delle mostre, anche perché ormai era tardi e mancava poco alla chiusura. Sono andata per il famoso albero di Natale con le radici dorate appeso al soffitto, realizzato dall’artista iraniana Shirazeh Houshiary, che in quel periodo stava inondando il mio Instagram. La stanchezza ormai aveva preso il sopravvento e quindi per me era giunta l’ora di ritornare a casa, soddisfatta della mia giornata, mi dovevo preparare ad affrontare una nuova con il sorriso, e per chi mi conosce sa che sono più le volte in cui mi alzo con il piede sbagliato che con il sorriso, ma a voi assicuro che a Londra sorrido e basta.

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