Se su Google si digita la parola Kamut viene fuori una sfilza di articoli che elencano benefici, proprietà, usi e, ultimamente, pure qualche mito da sfatare sull’”antico” grano dei faraoni. Il motore di ricerca ci mette lo zampino e bisogna arrivare alla seconda pagina per ottenere qualche informazione più esaustiva su un prodotto che nel giro di pochi anni ha conquistato il mercato italiano.

Mea culpa: ci sono cascata anche io!

Non seguo diete, non sono vegetariana, né vegana, ma un’onnivora consapevole e moderata che si tiene alla larga da estremismi e fissazioni. Sono conscia del fatto che, tutto quello che immettiamo nel nostro corpo, ha un duplice impatto: sulla nostra vita e su quella della Terra (piante, animali, acque, aria e altri esseri umani inclusi) e le due cose sono intimamente connesse.

Tornando a noi quella del Kamut è diventata, negli ultimi tempi, una vera moda per quei consumatori, il cui numero è in costante crescita, attenti all’alimentazione e all’ambiente. L’Italia, infatti, è il Paese che importa dagli Stati Uniti la maggior quantità al mondo di Kamut, circa il 75% della produzione globale. Paghiamo questa farina e i prodotti da essa derivati quattro volte di più rispetto a quelli realizzati con farine nostrane.

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A fronte di ciò dovrebbero esserci delle ottime ragioni in termini di benefici o l’assenza di alternative altrettanto valide. E invece non è così!

Partiamo da principio: Kamut, innanzitutto, non è il nome di un cerale ma un marchio registrato trent’anni fa negli Stati Uniti. Il frumento venduto con tale marchio, coltivato in Montana e in Canada, è una selezione del grano Khorasan o Grano Duro Orientale, originario dell’Iran. Il Khorasan è sicuramente un frumento molto digeribile (ma non più di altri), con elevato contenuto proteico e buoni valori di selenio (che protegge le membrane cellulari dall’ossidazione) e beta carotene (che ha proprietà antiossidanti ed è fonte di Vitamina A). Contrariamente a quanto si crede non è però né privo né povero di glutine, quindi non adatto a chi ha intolleranze o allergie.

È facile trovarlo in qualsiasi supermercato, ma ad un prezzo molto elevato dovuto da un lato al monopolio della Kamut International ltd e dall’altro ai costi di trasporto e di una filiera produttiva troppo lunga, da cui deriva per altro un massiccio impatto ambientale. In definitiva il Kamut non è più pregiato o più salutare rispetto ad altre farine: c’è addirittura di meglio!

In Italia, ad esempio, ne abbiamo di altrettanto antiche, ricche da un punto di vista nutrizionale, meno impattanti a livello di inquinamento e soprattutto capaci di garantire la pluralità del mercato e la sopravvivenza dei piccoli agricoltori.

Vi faccio qualche nome.

Una varietà di Khorasan è coltivato tra Lucania e Abruzzo, si tratta della Saragolla. Tra i grani antichi ci sono la Tumminia (o Timilia), il Monococco, il Solina, il Gentil Rosso, il Verna e il Senatore Cappelli (il più conosciuto a livello nazionale) per citarne solo alcuni.

La lista è assai più lunga e come accade con i veri tesori trovarli può risultare più complicato. Ma tra negozi Biologici, mercati contadini, alimentari ben forniti e il web l’impresa non è di certo impossibile e il risultato sarà di certo migliore sotto più punti di vista.

Caterina Martucci

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