Articolo di: Gabriele Vinciguerra
C’è un momento, in ogni sfilata che conta, in cui l’abito smette di essere tessuto e inizia a farsi discorso. Dolce & Gabbana questo momento l’hanno trasformato in un’epifania. La loro ultima collezione Alta Sartoria, svelata tra il Foro Romano e Castel Sant’Angelo, è un corpo a corpo con l’idea stessa di sacro, ma anche con l’identità del brand, con il concetto di moda e con un mercato che divora tutto, tranne ciò che osa restare.
Questa collezione ha acceso più di un riflettore. Non solo per l’estetica liturgica messa in scena con sfarzo e rigore. Ma perché ha fatto una cosa che la moda ha disimparato da tempo: ha chiesto silenzio.
Sì, silenzio.
Quello che si crea nei luoghi consacrati. Quello che non si impone, ma che nasce.
E in questo silenzio, D&G hanno cucito un dialogo con la storia, quella vera e con un immaginario collettivo che oggi è spaesato e affamato di senso.
Le sotane, i ricami, le vesti cerimoniali, le citazioni cristologiche non sono state gimmick da show. Sono state icone. Simboli. Segni.
Un’estetica che non cerca like, ma sguardi.
Che non chiede approvazione, ma interpretazione.
Un cambio di paradigma rispetto alle collezioni precedenti
Facciamo un passo indietro: negli ultimi anni D&G hanno alternato provocazioni pop (ricordi i frigoriferi Smeg dipinti a mano?) a rivisitazioni barocche, folklore siciliano, grandeur senza freni. Un universo visivo potente, ma spesso autoreferenziale. In questa collezione, invece, il barocco si fa penitenza, l’eccesso si tramuta in devozione.
Qui non c’è la Sicilia del mercato, delle maioliche, dei fichi d’India. C’è Roma. C’è l’idea imperiale e mistica del potere. E soprattutto c’è il gesto sartoriale che si fa rituale.
E allora viene da chiedersi: è ancora moda o è una forma di spiritualità estetica?
Il confronto più diretto si può fare con le collezioni religiosamente ispirate di Jean Paul Gaultier o la controversa “Heavenly Bodies” del Met Gala 2018. Ma lì si parlava il linguaggio del fashion statement. Qui, Dolce & Gabbana parlano latino. Sussurrano. E lo fanno con una lentezza sacrale che strappa la moda dal fast fashion e la riconsegna al tempo.
Il valore psicologico del sacro in tempi profani
Non è un caso che in un’epoca di iperconnessione, cinismo estetico e avatar digitali, ci sia un ritorno al simbolico. Quando tutto è replicabile, solo ciò che ha una storia profonda diventa autentico.
Il sacro che piaccia o meno, rappresenta uno degli ultimi baluardi di narrazione collettiva. È ciò che ci ancora. E D&G, da bravi artigiani dell’immaginario, l’hanno capito. Non lo ridicolizzano, non lo spettacolarizzano. Lo onorano.
E così facendo, creano una moda che non vuole essere indossata, ma ricordata.
Ecco dove il confronto con le logiche attuali del fashion system si fa tagliente: mentre gran parte dell’industria lavora sul concetto di “drop”, su microtendenze e numeri social, D&G alzano il tiro. Chiedono tempo. Chiedono attenzione. Chiedono presenza. Come in una chiesa. Come in un’opera d’arte.
La sfilata come messa laica
La scelta delle location la Via Sacra, Castel Sant’Angelo non è estetismo. È narrazione incarnata. È Roma che si presta a sé stessa.
Gli abiti diventano reliquie mobili. I modelli sembrano officianti. Le luci sono quelle del crepuscolo, quelle che non illuminano ma rivelano.
E nel finale, quando il Tevere si riempie di fuochi e il cielo si accende, non si assiste a un finale. Si assiste a una benedizione.
Una moda che benedice lo spettatore, ma lo mette anche alla prova. Gli dice:
“Non devi solo vedere. Devi capire. E forse anche credere.”
Riflessione psicologica
Forse ciò che ci colpisce davvero non è il lusso, né la teatralità. Ma il ritorno del simbolo.
In un tempo in cui tutto è spiegato, etichettato, condiviso, l’essere umano continua ad avere bisogno di ciò che non si può dire con precisione: il mistero. E l’estetica del sacro – anche quando traslata in un abito – ci riporta lì.
Questi abiti ci emozionano non perché sono belli, ma perché parlano un linguaggio arcaico, pre-razionale, fatto di memoria culturale, di rituali collettivi, di immagini che abbiamo introiettato da bambini, quando non capivamo le parole ma sentivamo il peso del silenzio nelle chiese.
La psicologia insegna che i simboli non sono semplici ornamenti: sono porte d’accesso all’inconscio.
E quando un’immagine – un colore, una veste, un gesto – riesce a colpire quella parte profonda, non stiamo più guardando una sfilata.
Stiamo toccando, anche se non ce ne accorgiamo, qualcosa che ci riguarda tutti.
Non serve essere credenti per sentire il sacro.
Serve solo essere umani.















