Sofferenza, tormento, ribellione, crescita, consapevolezza. Sentimenti che animano lo spirito di Sonja Fersini in Arte Ajnos. La sua sensibilità traspare nei suoi dipinti, in modo chiaro e cristallino. Dipinti che raccontano molto di lei e del mondo femminile. Un riscatto verso la vita che artisticamente le ha reso giustizia. Un modo per essere se stessi, con quella risolutezza nell’esorcizzare le proprie paure rendendola ciò che è: una grande artista.
Chi è Ajnos?
AjnoS è il mio nome di battesimo scritto al contrario.
Una parola specchio che, nata per gioco, è diventata il mio nome d’arte e il simbolo della dualità della mia ricerca artistica.
Sono una donna del Sud, amante dell’arte e della sua storia; pittrice per vocazione, visagista e madre di Ritamarie.
Cosa esprimono gli occhi rappresentati nelle tue opere?
Gli occhi delle donne nei miei dipinti, sono un simbolo.
Sono una porta d’accesso, un ponte tra il dentro e il fuori, tra la resilienza dello spirito e la vulnerabilità del corpo.
Portano alla luce inconsapevolmente i tormenti e le paure che aspettano di essere affrontate. I soprusi che costellano le nostre confuse esistenze.
Ciò che cerco di fare attraverso i loro occhi è far emergere la consapevolezza della potente forza creatrice e rigeneratrice insita nella natura femminile.
Aiutare a germogliare il seme della rinascita a dispetto di un corpo che si piega e mostra le proprie cicatrici profonde.
Quanto di te c’è in ogni dipinto?
È una domanda che non mi ero mai posta. È un concetto su cui sto riflettendo da poco e probabilmente posso affermare ci sia tutto, anche se non intenzionalmente. “Arte” è la parola chiave della mia vita e non riesco ad immaginare di esprimermi lasciando fuori me stessa con il mio carico di esperienze e di sofferenza. Sono convinta che nessun artista, che si prefigga di essere autentico, possa farlo.
Per quanto mi riguarda, la tela bianca sia uno specchio e al tempo stesso un limite da attraversare.
Riuscire ad andare oltre quel limite, vuol dire, fare ogni volta un passo in più verso la scoperta di me e del mondo che mi circonda.
Cosa ti ha spinto alla pittura?
Ho iniziato il mio percorso artistico in tenera età, sviluppando la creatività in totale solitudine. Un modo per sfuggire da una situazione familiare priva di serenità e dal profondo conflitto con mio padre.
In età adulta ho continuato a cercare, in maniera autonoma, una mia personale prospettiva sulle cose nel tentativo di guarire da una grave perdita personale.
Questo bisogno di guarigione è sicuramente la motivazione più grande nel vivere il mio essere attraverso la pittura. Un’impellente necessità di un’intima rinascita.
Dipingere rappresenta il tentativo di proiettare fuori di me emozioni e stati d’animo che affiorano da ricordi inconsci seppelliti nella memoria.
Esiste una caratteristica non solo estetica che si dovrebbe percepire nei tuoi quadri?
Come ho già spiegato, la mia ricerca tenta di porsi come strumento di indagine sulla dualità dell’animo umano. Ricerca che non si prefigge di arrivare ad una soluzione ma lascia spazio alla percezione dell’osservatore.
Essere sempre in divenire, nel sapersi.
Intervista di Gabriele Vinciguerra















