L’Italia è il paese europeo con la percentuale più alta di persone con almeno un tatuaggio, così emerge da uno studio recente. Questo dato appare piuttosto controverso se pensiamo allo stigma e al pregiudizio rivolti ai tatuaggi e a chi li portava.
La scelta di portare su di sé il marchio indelebile di una scelta estetica o di un trascorso significativo è parte della sfera dei comportamenti umani fin dalla notte dei tempi. Basti pensare che con la parola tatuaggio si riferisce etimologicamente all’atto materiale del “battere” la propria pelle, come la consonanza tra sillabe suggerisce.
La dimensione ancestrale e tradizionale in cui questa pratica è nata è la stessa che la rende qualcosa di strettamente umano.
Ma come siamo arrivati alla pratica massiva?
La forte diffusione dei tatuaggi guadagna sicuramente dall’aumento di sensibilità che abbiamo rivolto alla nostra immagine, venendo avvantaggiata da un ulteriore ammorbidimento dei cliché sociali. Cliché probabilmente demoliti con l’aiuto della diffusione virale di modelli pop e sportivi di cui tutti vogliamo in fondo sentirci una copia legittima.
Il tatuaggio in questo caso, potrebbe essere quindi il riflesso di quel comportamento prima guardato con sospetto – poi eretto a presupposto di libertà e uguaglianza – proprio in vista della sua radicalità, divenendo un importante tassello per un’identità libera e forte che ci accompagnasse nella nostra migrazione digitale.
Sotto la guida perseverante di un algoritmo che avendo imparato a conoscerci sa cosa merita di essere diffuso, perché sa perfettamente quello che vorremmo essere.
Il tatuaggio non è però solo un modo per appartenere alla cultura di massa, ma anche un altro per escludersene, ripiegando in una minoranza culturale. Il tatuaggio è quindi anche un radicale segno di ribellione, un atto forte deciso che nasce col dolore di chi lo porta.
In certi contesti tribali viene considerato un vero e proprio battesimo del dolore, a cui vengono associate forme diverse di modificazione corporale. La radicalità della scelta di marchiarsi, il dolore che comporta e il suo stretto legame in senso sia negativo che positivo con la società, fanno del tatuaggio un elemento antico e trasformativo.
Estetica o anestesia della coscienza
Al di là della moltitudine dei suoi scopi, il tatuaggio si scopre universalmente come una esperienza. Un vero e proprio passaggio in cui è l’intensità che vi passa a descrivere il significato delle nostre scelte. Mettendo in luce come a prescindere dal lato estetico il tatuaggio può essere un importante spunto per interrogarci sullo spazio che concediamo al dolore in società.
Come ad esempio sulla salute di una vita che tende ad azzerarlo.
Un aspetto interessante a tal proposito è come da marchio sofferto di appartenenza, decorazione o ribellione, esso stia virando – anche grazie ai più recenti progressi sulle tecniche anestetiche – a segno di indifferente decisione. Forse complice di una società che ha dedicato i propri sforzi ad essere esente dallo sforzo in sé, anche in fatto estetico.
Il cui pericolo più grande non è l’azzeramento della soglia di sofferenza, ma l’assopimento dei dubbi che ne regolerebbero l’esperienza in modo sano.
Il forte contrasto presente tra estetica fine a se stessa e l’intensità delle sue pratiche, rende il tatuaggio un argomento tanto antico e affascinante quanto controverso. Di cui forse, abbiamo consumisticamente ingoiato le premesse, tacendone il valore.
Per lo meno, per quanto riguarda i tratti più umani e profondi del suo fenomeno.
Articolo di: Marcello Vinciguerra












