Svezia

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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

La Svezia torna a libri, penne e quaderni. Non è nostalgia, è cervello

La Svezia non sta tornando indietro. Sta facendo qualcosa di più serio, più scomodo, forse più necessario: sta chiedendo alla scuola se ogni innovazione sia davvero progresso.

Per anni abbiamo confuso la digitalizzazione con l’evoluzione. Tablet nelle aule, schermi ovunque, piattaforme, registri elettronici, dispositivi sempre più precoci. Tutto raccontato come se fosse inevitabile, moderno, intelligente. Come se bastasse accendere uno schermo davanti a un bambino per chiamarlo futuro.

Poi qualcuno ha iniziato a guardare meglio. Non solo lo strumento. Non solo la comodità. Non solo la velocità.

Ha iniziato a guardare il cervello.

Nel 2024 il governo svedese ha annunciato investimenti per aumentare il tempo dedicato alla lettura e ridurre quello davanti agli schermi, sostenendo anche l’acquisto di libri di testo e guide per gli insegnanti. La linea ufficiale è chiara: più lettura, più libri fisici, più biblioteche scolastiche, meno uso indiscriminato degli schermi nei primi anni di apprendimento.

Non è un dettaglio amministrativo. È un cambio di sguardo.

La questione non è essere contro la tecnologia. Sarebbe stupido, oltre che irrealistico. I bambini vivranno in un mondo digitale e dovranno saperlo abitare. Ma abitare il digitale non significa consegnargli tutto. Non significa permettere che sia lo schermo a decidere il ritmo della mente, la durata dell’attenzione, il modo in cui una frase viene letta, ricordata, attraversata.

La domanda vera è un’altra: che tipo di mente stiamo allenando?

Un libro non è soltanto un supporto. Una penna non è soltanto uno strumento. Un quaderno non è soltanto carta. Sono esperienze cognitive. Chiedono lentezza, orientamento, continuità, fatica. Chiedono al corpo di partecipare al pensiero.

Quando un bambino scrive a mano, non sta semplicemente producendo lettere. Sta coordinando occhio, mano, movimento, memoria motoria, percezione visiva e linguaggio. Sta facendo lavorare insieme sistemi diversi. Il gesto grafico non arriva dopo il pensiero, come se fosse una semplice esecuzione. In parte, lo costruisce.

Uno studio condotto su bambini in età prescolare ha osservato che l’esperienza della scrittura manuale delle lettere favorisce l’attivazione di aree cerebrali coinvolte nel circuito della lettura, tra cui il giro frontale inferiore, la corteccia parietale posteriore e il giro fusiforme sinistro. Lo stesso effetto non emergeva nello stesso modo dopo digitazione o semplice tracciamento.

Detta senza enfasi inutile: il gesto lascia tracce.

Scrivere a mano obbliga il bambino a generare la forma della lettera. Non la seleziona soltanto. Non preme un tasto che produce un segno già pronto. La costruisce. La attraversa. La corregge. La sente. Dentro quel gesto ci sono controllo fine, coordinazione, attenzione, errore, ripetizione.

Ed è qui che il tema del corsivo diventa interessante.

Il corsivo oggi viene spesso trattato come una vecchia eleganza scolastica. Una competenza decorativa. Qualcosa che appartiene a un’altra epoca. Ma questa lettura è povera. Il corsivo non è solo una bella grafia. È continuità del movimento. È ritmo. È sequenza. È la mano che non si limita a mettere lettere una accanto all’altra, ma impara a legarle dentro una parola.

Bisogna essere rigorosi. Non possiamo dire che il corsivo renda più intelligenti. Non possiamo dire che sia scientificamente superiore allo stampatello in ogni situazione. Non sarebbe corretto. Però possiamo dire che il corsivo richiede una coordinazione più continua del gesto grafico. Chiede direzione, pressione, proporzione, fluidità. Chiede al bambino di restare dentro una traiettoria.

Lo stampatello separa. Il corsivo collega.

Questa non è poesia. È esperienza motoria. Ed è proprio il rapporto tra movimento e apprendimento a essere centrale. Uno studio del 2024, condotto con EEG ad alta densità su studenti universitari, ha rilevato che la scrittura a mano produceva modelli di connettività cerebrale più ampi rispetto alla digitazione, soprattutto in bande associate a processi attentivi e di apprendimento. Anche qui serve prudenza: è uno studio specifico, su un campione specifico. Ma rafforza un punto importante. Scrivere a mano non è un gesto neutro.

Lo stesso vale per la lettura.

Leggere su carta non è identico a leggere su schermo. Non perché la carta sia magicamente migliore in ogni circostanza. Non perché il digitale sia il nemico. Ma perché il supporto cambia l’esperienza.

La pagina fisica offre una geografia. Ha un sopra e un sotto. Un margine. Un peso. Un prima e un dopo. Il lettore può ricordare dove si trovava una frase, in quale punto della pagina, vicino a quale segno, dentro quale spazio. Il libro costruisce una mappa materiale del testo.

Lo schermo tende spesso a uniformare. Scorrere non è sempre leggere. Saltare non è comprendere. Avere accesso a molte informazioni non significa saperle trasformare in conoscenza.

Uno studio del 2013 ha confrontato la lettura di testi lineari su carta e su schermo, trovando risultati migliori nella comprensione per gli studenti che avevano letto su carta. Una meta analisi del 2019 ha rilevato, nel complesso degli studi esaminati, un piccolo ma significativo vantaggio della carta rispetto agli schermi nelle performance di lettura.

Piccolo non significa irrilevante.

Soprattutto quando si parla di bambini, scuola, attenzione, sviluppo cognitivo.

Il punto non è demonizzare lo schermo. Il punto è smettere di adorarlo.

Abbiamo consegnato ai bambini strumenti potenti senza chiederci abbastanza quali funzioni mentali stavamo allenando e quali, invece, stavamo impoverendo. Abbiamo chiamato progresso ciò che spesso era solo velocità. Abbiamo chiamato innovazione ciò che a volte era solo sostituzione. Abbiamo pensato che rendere tutto più rapido significasse renderlo più educativo.

Ma apprendere non è soltanto ricevere informazioni.

Apprendere significa restare. Significa tollerare la fatica di non capire subito. Significa tornare su una frase. Sottolineare. Sbagliare una parola. Riscriverla. Tenere il segno. Ricordare una pagina. Sentire che il pensiero non nasce sempre dalla velocità, ma anche dall’attrito.

La scuola non dovrebbe inseguire il ritmo dei social. Dovrebbe offrire un altro tempo.

Un tempo in cui un bambino possa stare dentro una pagina senza essere interrotto. Dentro una parola senza essere spinto altrove. Dentro un gesto senza che tutto debba diventare immediato, colorato, interattivo, gratificante.

Carta, penna e libri non sono oggetti romantici. Sono forme di disciplina cognitiva.

Non quella disciplina rigida, punitiva, senza anima. Ma quella che aiuta la mente a organizzarsi. A trattenere. A distinguere. A dare ordine al caos degli stimoli. A non confondere la disponibilità dell’informazione con la sua comprensione.

La Svezia ci sta dicendo questo, anche se forse non lo dice con queste parole: prima di digitalizzare tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo perdendo.

Perché un bambino non deve diventare soltanto un utente competente. Deve diventare una mente capace di comprendere.

E una mente, per formarsi, ha ancora bisogno di lentezza. Di mani. Di libri. Di lettere scritte una dopo l’altra. Di pagine che non scorrono via. Di errori che restano visibili. Di parole che chiedono tempo.

La tecnologia può essere uno strumento straordinario.

Ma non può diventare il luogo in cui lasciamo dissolvere l’attenzione.

Forse il futuro della scuola non sarà scegliere tra carta e digitale. Sarà capire quando uno schermo apre possibilità e quando, invece, sottrae profondità.

Non si tratta di tornare al passato.

Si tratta di non consegnare il futuro a una mente che sa cliccare, ma non sa più restare…

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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