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Per il lavoro si trascura salute, famiglia e cura della persona

In una società sempre più votata alla competitività sfrenata, la carriera, il successo e l’ambizione sembrano essere valori preponderanti. Essere precisi, perfetti ed impeccabili si rivela un mantra irrinunciabile. Soprattutto in certi contesti industriali dove il minimo errore può mandare in tilt la macchina produttiva. Un piccolo passo falso può determinare il licenziamento. L’universo del lavoro gravita sempre più intorno alla spersonalizzazione. Le relazioni sociali si estinguono e persino la cura della propria persona passa in secondo piano. La sfera privata diventa un filo sottilissimo che in qualsiasi momento può  spezzarsi.

Secondo un sondaggio di Cawi, una forma autonoma di rilievo molto diffusa su Internet,  il 47% dei lavoratori sostiene di essere concentrato prevalentemente sul lavoro e di trascurare la famiglia (moglie e figli). Il recente studio, sebbene sia stato realizzato su un campione abbastanza modesto, 350 professionisti che lavorano trasversalmente in diversi settori professionali, va ad intrecciarsi con dati più strutturati. Come quelli forniti dal Barometro Edenred Ipsos 2016 che nel quadro internazionale pone l’Italia in una posizione non felice per quanto riguarda la qualità della vita lavorativa. Da un lato aumenta la motivazione sul lavoro dei Millennians, cioè delle giovani generazioni, dall’altro invece cresce la preoccupazione di riuscire a conciliare la vita professionale con quella privata. In Italia si registrano le percentuali più basse relative al benessere lavorativo. Secondo la media europea, 7 dipendenti su 10 (71%) si dichiarano soddisfatti del proprio lavoro; in Italia invece la percentuale scende al 63%  (poco più di 6 italiani su 10). Se  si considera la sicurezza lavorativa i dati calano vertiginosamente. L’Osservatorio sulla sicurezza di Mestre, sulla base delle statistiche fornite dall’Inail, ha rilevato  che nell’anno appena trascorso ci sono stati 686 morti sul lavoro, con picchi in Emilia Romagna (84 casi), in Veneto (80 casi), in Lombardia (73 casi), e a seguire Piemonte, Campania e Lazio. A ciò si aggiunge la mancanza di benessere sul lavoro che determina una condizione di stress psicofisico.

Secondo il Cawi, ben il 69& degli intervistati dichiara di tralasciare anche il benessere del corpo e della mente. Per adempiere al meglio alle loro mansioni rinunciano a momenti di relax con gli amici, agli hobby e allo sport, con inevitabili conseguenze anche sulla salute. Lo dimostra il picco delle malattie professionali (definite anche tecnopatie) che negli ultimi anni è in aumento. L’Inail ne ha aggiornato gli elenchi pochi mesi fa, in previsione 2017, definendo gli agenti patogeni che possono provocare l’insorgere dei rischi per la salute:  polveri e sostanze chimiche nocive, rumore, vibrazioni, radiazioni.

L’utilizzo della tecnologia, che sotto l’aspetto squisitamente funzionale agevola sia l’operaio della fabbrica e sia chi lavora dietro a una scrivania, comprime ancora di più gli spazi personali, dilatando il tempo e condizionando le abitudini.

La Quarta Rivoluzione Industriale, la Robotica, nasce con l’intento di aiutare l’uomo nello svolgimento delle proprie mansioni,  scagliando i tecnofili (a favore della tecnologia) e i tecnofobi (contrari ad essa) verso un nuovo orizzonte del dibattito epistemologico, economico, sociale e neurobiologico sull’Intelligenza Artificiale. Inevitabili saranno anche i risvolti filosofici e psicologici, su una questione che smuoverà le coscienze tra chi ritiene che i Cyborg, nel corso dei prossimi anni, avranno non solo la sembianza umana ma anche una matrice neurobiologica comune, e dunque spazzeranno via quel residuo di umanità che ancora permane; e chi invece sostiene che il post-umanesimo non annienterà l’uomo, ma creerà nuovi innesti e ponti con l’umanesimo (Roberto Marchesini, Post-Human. Verso Nuovi Modelli di esistenza). Insomma si tratterebbe di un superamento senza diniego, destinato però ad alimentare dubbi e perplessità sulla graduale “disumanizzazione” del lavoro.

Marianna Gianna Ferrenti

 

 

 

About Marianna Gianna Ferrenti

Sono una giornalista pubblicista lucana. Dopo alcune esperienze sul territorio, ho allargato gli orizzonti, affacciandomi nel 2012 al mondo del social journalism. Laureata magistrale in Scienze filosofiche e della comunicazione, dopo un corso di Alta Formazione in Graphic Design ed Editoria digitale, finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ho arricchito il mio background con competenze tecniche nell'ambito della scrittura digitale

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