Intervista di: Gabriele Vinciguerra
Pasquale Bonfilio, talentuoso, umile, determinato, prende in mano la sua vita fino ad essere egli stesso il testimone di un percorso fatto di tanti sacrifici, che lo hanno portato al successo.
Da San Severo (FG) a Milano, per poi andare a Bruxelles. Come mai il Belgio?
Da una citazione di Elton John: La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti. Da Foggia a Milano inseguivo la mia arte. A Milano ho conosciuto una persona molto speciale che ho seguito in Belgio.
Non so se sarei stato ciò che sono se non fossi andato in Belgio.
Com’è stato l’incontro con Elvis Pompilio?
Ero in Belgio durante il vernissage della mia prima mostra personale di quadri e sculture. Avevo fatto le corse fino all’ultimo minuto per sistemare tutto come volevo. Mi ero cambiato e finalmente stavo bevendo un calice di champagne per distendermi ed essere pronto per gli ospiti in arrivo.
Mi si avvicina un’amica e mi dice: “guarda un po’… hai già due bollini rossi”. Sorpreso mi guardo in giro ed era vero, la gallerista mi fa cenno che voleva presentarmi qualcuno, era Elvis Pompilio che aveva appena acquistato un mio quadro, insieme a un amico che aveva acquistato una scultura.
Cosa gli ha fatto capire che eri un artista a cui dare spazio? Lui era un Modista e tu un pittore?
La chiacchierata al vernissage era stata molto gradevole, ma inevitabilmente breve perché gli ospiti erano veramente tanti. Qualche giorno dopo invita me ed un amico comune per discutere di un progetto.
Voleva gli decorassimo la nuova boutique su Sablon (una piazza meravigliosa di Bruxelles). Qualche settimana più tardi la boutique era pronta e siccome gli era piaciuto molto il mio modo di lavorare, mi propose un altro progetto: aiutarlo a realizzare una serie di cappelli per una campagna pubblicitaria.
Gli risposi: “ma io non so cucire!!”
La sua risposta fu “non ti preoccupare, ti insegno io”.
Così iniziò la nostra collaborazione che durò qualche anno.
Cosa, di un suo dipinto, mette in evidenza la tua personalità artistica?
Diversi elementi: l’armonia della composizione, l’accostamento dei colori e la cura dei dettagli.
Tendo sempre a ricreare dei luoghi immaginari che sono per me dei viaggi dell’anima. I posti che mi fanno stare bene. I luoghi dove vorrei essere.
Questo sono io.
Cosa cerchi di suscitare attraverso le tue opere?
Come dicevo poco fa, i miei quadri sono dialoghi interiori con me stesso. Non ho mai in mente un messaggio per lo spettatore.
Spesso chi si innamora dei miei quadri, coglie esattamente questa mia ricerca e riesce a esprimerla in parole anche meglio di me.
Che significa essere Modista oggi?
Amo il cappello! Ritengo che il cappello sia un accessorio che ingentilisce i lineamenti e sottolinea i nostri tratti più belli.
Essere modista oggi, significa far riscoprire questo capo a moltissime persone che sono cresciute in un mondo in cui il cappello è stato abbandonato per più di una generazione: è un viaggio nella riscoperta.
Come definiresti le tue opere usando tre aggettivi?
Armoniche, Equilibrate ed Eleganti.
Il cappello accompagna l’uomo fin dalla notte dei tempi come simbolo identificativo sociale. Le tue creazioni cosa esprimono?
Se parlo di un mio cappello, sono concepimento alla stregua di un intervento di chirurgia: sono né più né meno quello che serve per smussare un lineamento troppo prominente o per mettere in evidenza un colore dell’incarnato.
La scelta della forma giusta del cappello, del colore giusto farà in modo che la persona si piaccia di più, che si senta più a suo agio e sicura di sé.
Questa è la mia missione e la mia passione.
A cosa tieni di più?
Alle mie mani! Sin da bambino sono lo strumento che utilizzo più di ogni altro per trasmettere quello che mi passa per la testa. Sono il mio principale strumento di comunicazione.
Per questo sono la cosa a cui tengo di più.
Intervista di: Gabriele Vinciguerra
Photo di: Salvatore Scialò
















