Editoriale di: Gabriele Vinciguerra
Negli ultimi dieci anni la moda ha proclamato di volersi aprire alla diversità. È un messaggio ricorrente nelle campagne, nei comunicati delle maison e nelle dichiarazioni istituzionali delle fashion week internazionali. Ma basta osservare ciò che accade nei casting, nei backstage e sulle passerelle per accorgersi che la narrazione non ha modificato la struttura profonda del sistema. A dominare resta un solo corpo. Una magrezza estrema che la cultura fashion continua a considerare sinonimo di purezza estetica.
La discrepanza tra ciò che la moda dice e ciò che la moda mostra non è un dettaglio comunicativo. È un nodo psicologico e culturale. La sociologa Ashley Mears, nel suo studio “Pricing Beauty”, ha documentato con dati empirici come l’industria continui a privilegiare modelli con misure rigidissime, definendo il corpo esile come risorsa simbolica centrale del settore. Questa preferenza resiste nonostante il dibattito pubblico contemporaneo, perché il canone magro rimane funzionale alla costruzione del brand e alla percezione immediata di lusso, linearità e aspirazione.
Nel frattempo è emerso un nuovo protagonista nella conversazione globale sul corpo. Il semaglutide, commercializzato come Ozempic, un farmaco legittimamente impiegato nel trattamento del diabete di tipo due e in alcuni casi, sotto controllo medico, nella gestione dell’obesità. La sua diffusione fuori dalle indicazioni cliniche è indicativa della pressione estetica che permea lo spettacolo e la moda. Non è necessario fare supposizioni specifiche per comprendere la tendenza. La American Medical Association ha segnalato nel 2023 un incremento significativo dell’uso improprio di farmaci dimagranti in popolazioni non cliniche, sottolineando la relazione diretta tra ideali estetici irrealistici e comportamenti a rischio.
La psicologia offre un quadro nitido delle conseguenze. Uno studio pubblicato su “International Journal of Eating Disorders” ha rilevato incidenze più elevate di disturbi alimentari, pensieri di autocontrollo ossessivo e ansia da prestazione nei professionisti della moda rispetto alla popolazione generale. Anche il rapporto del Royal College of Psychiatrists ha confermato che la rappresentazione continua di corpi molto magri contribuisce all’aumento della body dissatisfaction tra gli adolescenti. Non si tratta di opinioni. Sono dati osservati, replicati, monitorati da decenni.
Nel backstage la realtà è ancora più esplicita. Il corpo non è un corpo. È uno strumento di lavoro. Una superficie che deve mantenersi entro confini millimetrici. Ogni variazione di peso viene letta come perdita di professionalità. È qui che si innesta la spirale psicologica. La teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan chiarisce come l’identità si indebolisca quando il valore personale dipende da fattori esterni continui e imprevedibili. Nel mondo della moda il feedback è costante e raramente neutro. Il risultato è una vulnerabilità identitaria che si amplifica nel tempo.
Questa dinamica non riguarda solo chi sfila. È un messaggio che filtra nella società e modella gli sguardi. La body positivity, nata da movimenti femministi e studi di psicologia sociale come quelli di Tylka e Wood-Barcalow, aveva come obiettivo la riduzione della vergogna corporea. Nel momento in cui è diventata un’etichetta di marketing ha perso la sua funzione trasformativa. Viene invocata nelle campagne, ma non incide sui criteri di selezione dei corpi che appaiono nelle immagini più autorevoli del settore. Questo scarto crea una condizione psicologica ben documentata: la dissonanza cognitiva. Le persone ricevono un messaggio positivo, ma osservano una rappresentazione che ne contraddice l’essenza. E quando la mente incontra due segnali opposti tende a interiorizzare il più frequente, non il più etico.
Perché allora si continua su questa strada. Le ragioni sono concrete, misurabili, stratificate. La prima è estetica. Il corpo magro è stato per decenni funzionale alla resa dell’abito. Le linee cadono meglio. Le proporzioni sono più leggibili. Questo è ciò che testimoniano da anni molti direttori creativi e casting director. Cambiare paradigma richiede una ridefinizione dell’intero linguaggio visivo della moda.
La seconda ragione è economica. La ricerca di Nielsen del 2022 sulle campagne fashion ha evidenziato che i contenuti più coerenti con l’immagine tradizionale del brand generano maggior riconoscibilità immediata. È un effetto che le maison non ignorano. La coerenza vende. L’innovazione corporea, quando non è allineata alla percezione preesistente, viene vissuta come un rischio.
Infine c’è la ragione psicologica più profonda. Il canone magro rappresenta un ordine simbolico. Comunica controllo, rigore, ambizione. Nella psicologia sociale questi codici sono classificati come indicatori di status percepito. Finché la magrezza verrà letta come segnale di disciplina, e non come semplice variabile biologica, sarà difficile scardinarne il potere simbolico all’interno dell’immaginario del lusso.
La conseguenza è un sistema che avanza in parallelo. Pubblicamente si parla di inclusione. Nei fatti si continua a premiare un solo tipo di corpo. È in questo spazio che si genera il danno psicologico. I modelli vivono sotto pressione costante. Gli spettatori interiorizzano un ideale che diventa norma. Le nuove generazioni crescono confrontandosi con immagini che non rappresentano la loro realtà fisica. E la moda, pur avendo la capacità culturale per ridefinire l’immaginario, sceglie ancora la continuità invece del cambiamento.
Il corpo non è un manifesto. È un organismo che risponde a pressioni, sguardi, aspettative. La moda, se vuole davvero essere un linguaggio del presente, deve iniziare a mostrare ciò che esiste e non ciò che rassicura. L’inclusione non è una parola. È una scelta estetica, economica e culturale. E finché questa scelta non verrà fatta con coerenza, la distanza tra immaginario e realtà continuerà a produrre ferite invisibili.











