Marta Jane Alesiani

Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Non è una fine. È una resa al tempo.

Ci sono momenti che non si fotografano. O forse sì, ma non con una macchina fotografica.
Li cogli con lo stomaco. Con quel brivido che ti fa chiudere gli occhi un secondo, come per imprimere l’istante nella memoria più che nella pellicola.
L’ultima sfilata di Marta Jane Alesiani è stata uno di quei momenti.

Una resa – non alla stanchezza, né al sistema – ma al tempo. A quel tempo che si ascolta, si onora, si accoglie.
Con “Full Sapiens”, Marta ha chiuso un ciclo. Ma l’ha fatto nel solo modo in cui sa farlo: con poesia, con radici, con verità.

Marta, ago e cuore

La conosco da anni. Abbiamo collaborato, abbiamo condiviso visioni, silenzi, albe in studio e tramonti che sembravano set costruiti dal cielo.
L’ho vista cucire pezzi di sé dentro ogni abito, ogni sfilata, ogni piega di tessuto.

“Ogni collezione è stata una piccola evoluzione personale. Il cuore è sempre stato il motore di ogni mia azione.”

Lo dice così, con la voce piena ma calma. E io ricordo un pomeriggio, eravamo in un antico castello “Villino Verrucci”. Lei sistemava un abito con la precisione di una scultrice e io scattavo in silenzio, quasi in punta di piedi. Era una collezione ispirata al tempo. Lei non lo sapeva, ma quello scatto – uno in particolare – lo conservo ancora nel mio archivio segreto delle emozioni.
Un ago tra le dita, il viso assorto, la luce che le baciava il profilo. Era già tutto lì.

©Gabriele Vinciguerra

Full Sapiens: l’abito come messaggio ancestrale

“Sentivo il bisogno di leggerezza, di verità, di meno apparenza…”

In queste parole c’è tutto il senso di Full Sapiens, l’ultima collezione.
Pochi pezzi, essenziali. Non per sottrazione, ma per scelta. Per onestà.
È la dichiarazione di una stilista che ha smesso di rincorrere e ha iniziato a ricordare.

Ricordare che l’abito può essere rifugio, gesto politico, atto d’amore. Che la moda, se non è ascolto, è solo consumo. E Marta ha deciso che non voleva più consumare, né essere consumata.

Ha detto basta. Ma lo ha fatto creando. È questo il paradosso più bello: la sua ultima sfilata è forse la più viva che abbia mai fatto.

Chi sei oggi, Marta?

“Sono l’adulta che speravo di essere da bambina.”

Ecco, quando l’ha detto ho avvertito un tremito. Perché è lì, in quella frase, che si nasconde il senso di tutto.
Non si tratta più di stile. Si tratta di identità. Di un ritorno all’origine, ma con lo sguardo di chi ha attraversato tempeste, polveri d’atelier, applausi e silenzi.

“In passato ho confuso il sacrificio con il valore… Oggi creo per vivere, ma onorando il tempo.”

Io lo so, Marta. Ti ho vista dare tutto. Ho visto le tue mani stanche, le notti senza sonno, la dedizione assoluta.
E oggi, finalmente, ti sento libera.
Il vero applauso, dici  è quello che ora ti fai da sola. E io non posso che applaudire con te. Ma non per nostalgia. Per gratitudine.

Una danza tra materia e spirito

In “Full Sapiens” Marta chiude il cerchio. Ma non lo fa con un punto. Lo fa con un respiro.
Un ritorno all’essenziale, alla bellezza sostenibile, al potere primitivo della creazione.
Dice che è l’Alfa di una nuova visione. E io le credo.

Perché oggi Marta ha addosso qualcosa di nuovo: la consapevolezza.
Quella che ti insegna che la vita non si sacrifica nella creazione, ma si include, si moltiplica.
Quella che ti fa smettere di definirti e ti lascia essere.

Una voce che resta

Ci sono stilisti che passano.
E poi ci sono artisti come Marta Jane Alesiani, che non disegnano solo abiti ma attraversano il tempo. Che con ago e filo ricuciono anche le fratture dell’anima.

“Full Sapiens” è il suo atto più autentico. È la sua metamorfosi.
Non ha bisogno di definizioni. È voce, sussurro, vibrazione.

E se oggi chiude la passerella, è solo per camminare altrove.
Nel silenzio nuovo che sa di futuro. Di libertà. Di bellezza che non chiede di essere guardata, ma sentita.

Foto sfilata: Alessio Di Buò

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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