Kogasso

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

C’è chi combatte per vincere. E poi c’è chi combatte per esistere.
Jonathan “Mamba” Kogasso non è solo un pugile. È un’estetica in movimento, un gesto pulito che taglia l’aria come una parola giusta detta al momento esatto. Il suo modo di stare sul ring non urla, non esibisce, non cerca approvazione: incanta.
Ogni passo è geometria, ogni schivata è danza, ogni colpo è una dichiarazione. Non c’è rabbia, c’è presenza. Non c’è violenza, c’è precisione.
La sua boxe ha qualcosa di antico e nobile, ma mai distante: è corpo che parla, eleganza che picchia.

Eppure, dietro quei guantoni non c’è il personaggio. C’è l’uomo. Quello che arriva dal Congo, che ha scelto l’Italia come terra e radice, e che ha portato con sé un’umiltà rara, quella che non si impara, si ha dentro.
Parla poco, ringrazia molto. Non rincorre riflettori, li attraversa in silenzio. Ha lo sguardo di chi ha visto abbastanza per non avere bisogno di dimostrare nulla.

Questa intervista è un viaggio. Non dentro la carriera, ma dentro il cuore di un uomo che ha fatto del ring la sua verità, e della fatica il suo linguaggio.
Non aspettatevi frasi a effetto. Aspettatevi verità.
Perché quando il “Mamba” parla, ogni parola pesa come un gancio al fegato. E ogni silenzio, come una vittoria senza rumore.

Quando sei lì, sul bordo del ring, il corpo che si fa silenzio e tutto si stringe intorno al battito… chi prende davvero il comando? Il bambino arrivato dal Congo, l’uomo che sei oggi o il pugile che il pubblico si aspetta di vedere?

Lì sopra, quando il silenzio del corpo si fa più forte del rumore, comando io.
Non il bambino venuto da lontano. Non l’uomo che ha imparato a camminare in mezzo agli sguardi.
Lì sale solo il guerriero.
Perché tutto il resto, emozioni, memorie, identità, ti spezza. Ti rende molle. Ti lascia scoperto.
E se non impari a spegnere tutto, ti strappano l’anima prima ancora del gong.
Ci ho messo anni a capire come farlo. Ma adesso so dove premere l’interruttore.

Colpire è anche una forma di espressione. Ma tra il gesto fisico e quello mentale, dov’è che nasce davvero un KO? Nella forza… o nella convinzione?

Il colpo che fa male non è solo tecnica.
Non basta sapere come farlo.
Un KO vero nasce prima, nella testa, nello stomaco, in quell’istante in cui decidi che andrà a segno.
È la convinzione che trasforma un gesto in una sentenza.
Il corpo segue. Ma è la volontà che scrive il verdetto.

C’è una sconfitta che non è mai arrivata sul ring, ma che ti ha insegnato qualcosa di più profondo del pugilato? Un momento in cui ti sei sentito vulnerabile, anche da vincente?

Ci sono sconfitte che non finiscono nelle statistiche, ma ti si infilano dentro e non se ne vanno più.
Le ho sentite sulla pelle. Non le ho chiamate sconfitte, ma lezioni.
Perché anche quando vinci fuori, se dentro tremi, sei comunque nudo.
La vulnerabilità non è una vergogna. È un promemoria: ti ricorda che non sei invincibile.
E se hai il coraggio di guardarla in faccia, quella fessura diventa strada.

Il successo spesso isola più di quanto unisca. Quando hai iniziato a vincere davvero, hai mai sentito il bisogno di tornare a chi eri prima, anche solo per ritrovare un po’ di verità?

Vincere non è come te lo raccontano.
Non è luce. È vetro. Trasparente, tagliente.
Più sali, più la gente ti tocca come fosse loro diritto. Ma molti di quei sorrisi non sanno neanche chi sei.
Io lo so chi sono. E so chi mi sta accanto quando il riflettore si spegne.
Lì, in quell’ombra sincera, ho trovato la mia verità. E no, non mi sento solo.

 Quando combatti, senti di rappresentare qualcosa che va oltre te stesso? Una storia collettiva, una memoria, una comunità? E quanto pesa questo nel momento in cui tutto si riduce a te, il tuo corpo e l’altro davanti?

Io combatto per una cosa sola: il futuro.
Non quello dei sogni, ma quello che mangia, che cammina, che ha un nome e una faccia: la mia famiglia.
È la mia benzina. Quella che non finisce quando crollano le forze.
Ogni match è un pezzo del mio copione. Un pezzo scritto con rabbia, speranza, fatica.
Lì dentro non esiste pressione.
Solo il presente. Solo me e l’altro. Il resto è rumore che non ascolto.

Chi sono le persone che ti hanno insegnato a reggere i colpi che non si vedono, quelli emotivi, quelli silenziosi? E se ci pensi oggi, in cosa ti abitano ancora?

A insegnarmi a stare in piedi quando nessuno vede i colpi, ci hanno pensato le persone vere.
Mio zio con la schiena dritta. Mia madre con le sue parole che tagliavano più dei silenzi. Mio padre con la disciplina che bruciava come alcool sulle ferite.
Ma la vera scuola arriva dopo, quando sei solo.
Quando fai di testa tua, sbagli, sanguini, cadi. E capisci che ogni valore che hai dentro, o regge… o ti fa crollare.
La verità te la dà la realtà, non i consigli.

Se un giorno smettessi, cosa ti mancherebbe davvero: il rumore, la tensione… o la possibilità di sentire che esisti davvero ogni volta che entri in quel quadrato?

Non mi vedo ancora fuori da questo gioco.
Ma se chiudo gli occhi e provo…
Mi mancherebbe la fame.
L’adrenalina che ti buca lo stomaco prima del gong.
Il brivido quando schivi per un soffio. Il suono secco di un colpo che entra giusto.
E quel momento preciso in cui il pubblico esplode perché sa che hai spento un altro uomo.
È lì che senti che esisti. Che sei vivo.
E che niente, fuori da quel quadrato, ti darà mai la stessa dannata certezza.

 

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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