In Italia è previsto per quest’anno una diminuzione dell’8,3% di ettari seminati rispetto allo scorso anno, con una resa a grano duro inferiore di 4,23 punti in percentuale rispetto alla scorsa stagione. Queste sono le stime di uno studio condotto dalla società di ricerca Areté secondo la quale saranno soltanto 3,55 tonnellate per ettaro le superfici coltivate. Questi dati, presentati in occasione dell’evento internazionale Durum Days che si è svolto negli scorsi giorni a Foggia, farebbero pensare a presumibili ripercussioni negative su tutta la filiera del grano, in un paese come l’Italia che è storicamente conosciuto come il secondo produttore al mondo nel comparto.
Di qui la necessità di pensare a nuove strategie nell’utilizzo oculato delle scorte accumulate negli anni per mantenere alte le provvigioni in vista del prossimo anno. E al contempo è necessario capire quale sia il modo migliore per prepararsi al prossimo anno guardando ai prezzi globali del frumento duro e alle loro oscillazioni. Il calo delle semine a frumento duro è esteso a macchia d’olio su tutto lo, con percentuali più alte al nord (-9,1) e a sud (-7,4) e più limitate nel centro Italia (-5,4%).
Se la semina all’interno del territorio nazionale è per quest’anno in crisi, l’esportazione della produzione grano segna un +6,7%; un dato che risulta ancora più importante se si tiene conto che anche paesi come il Nord America (Canada e Stati Uniti), dove la produzione interna è drasticamente inferiore rispetto alla campagna 2016/2017, necessitano provvigioni provenienti dai grandi paesi produttori. Anche i paesi dell’UE presentano una riduzione della produzione pari -1,04%.
La coordinatrice del Settore Cereali dell’Alleanza Cooperative Agroalimentari Patrizia Marcellini, si augura che “si possano mettere in atto strumenti di mitigazione del rischio di volatilità dei prezzi, quali i contratti di filiera, le assicurazioni, i fondi mutualistici e le aggregazioni, nella consapevolezza che stare insieme è sempre un fattore positivo di competizione”.
Il Presidente della Cia Dino Scanavino si è soffermato sulle nuove prospettive legate alla competitività del comparto e sui vantaggi dei contratti di fliiera che devono essere distribuiti in modo equo tra tutti gli attori che partecipano alla produzione. Di qui, il presidente Cia ha sottolineato la necessità di un dialogo e ad una compartecipazione per attuare nuove strategie per rimettere in moto la produzione italiana, che è chiaramente un punto di riferimento fondamentale per tutti gli altri paesi.
Onofrio Giuliano, Presidente Confagricoltura di Foggia invece, ha posto l’accento sulla necessità di costruire una “cabina di gestione” e di “pilotaggio” dei rapporti di filiera di nuovo tipo per costruire una virtuosa collaborazione tra le imprese. E inoltre “i problemi della produzione primaria dovrebbero necessariamente essere oggetto di confronto con i molini e i pastifici, ma anche con stoccatori e Gdo” ha precisato Giuliano.
Franco Verrascina, Presidente Copagri, ha invece sottolineato come “dopo il crollo delle quotazioni dello scorso anno, la previsione di questa campagna è di una perdita secca di oltre 1 milione di tonnellate di grano duro e del 10% della superficie. Non riteniamo che la Borsa Merci sia efficace nel fotografare il mercato essendo le rilevazioni limitate nel tempo e, comunque, non utili ai produttori. Anche sulla Cun, Commissione unica nazionale, esprimiamo delle perplessità sul fatto che sia in grado di rendere più trasparente la formazione del prezzo del grano duro perché i prezzi li fa il mercato e difficilmente questo tipo di problemi si risolvono all’interno di una commissione”.
Il presidente Alleanza delle Cooperative Agroalimentari Giorgio Mercuri ha evidenziato che “il sistema produttivo del grano duro italiano è ancora poco aggregato (lo è appena il 50% del comparto) e il più delle volte il sistema aggregato svolge un’attività di servizio e non di concentrazione dell’offerta. La cooperazione oggi sta lavorando per un sistema aggregato innovativo in grado di muovere dal concetto di cooperazione a un sistema di organizzazione di prodotto, dove la materia prima non solo non viene più conferita in conto deposito ma entra a far parte di un sistema di produzione di filiera attraverso programmi di coltivazione e commercializzazione”.
Passando al punto di vista dei soggetti industriale della filiera del grano, il consigliere Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) Giuseppe Ferro ha precisato come essi “abbiano sempre sostenuto che uno dei problemi alla base dell’approvvigionamento di grano duro nazionale è rappresentato dall’eccessiva polverizzazione dell’offerta. Acquistare rilevanti quantitativi di grano duro nazionale risulta spesso proibitivo proprio per la carenza di concentrazione dell’offerta in capo a soggetti organizzati a tal fine”.
Per Cosimo de Sortis, Presidente sezione molini a frumento duro di Italmopa, “L’Italia, pur essendo il primo consumatore mondiale di frumento duro, è nell’obbligo di importare il 50% circa del proprio fabbisogno in materia prima frumento duro e una parte significativa delle importazioni, assolutamente indispensabili, proviene dal Canada”.
Fabio Manara, Presidente Compag – Federazione Nazionale Commercianti di Prodotti per l’Agricoltura, ha infine evidenziato come “se la qualità è scarsa, l’industria si vede costretta ad importare perché non riesce a immettere sul mercato un prodotto con parametri idonei. In Italia vi è una grande difficoltà a creare delle partite omogenee a causa della frammentazione e della eterogeneità dell’offerta agricola. Il settore dello stoccaggio in questi anni ha fatto grandi investimenti e si è organizzato per cercare di sopperire a queste carenze strutturali, ma lo stesso settore della raccolta dei cereali deve superare il gap della elevata frammentazione e della dimensione delle partite che immette sul mercato”.
Marianna Gianna Ferrenti

















