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Intervista all’artista Lorenzo Chinnici. Le sue Evasioni all’Open Your Art di Milano

Lorenzo Chinnici è nato a Merì, vicino Messina, e la sua prima fonte di ispirazione è stata Renato Guttuso. Conosce il realismo di cui si innamora profondamente ed inizia un forte sodalizio con artisti della sua terra nativa, come Salvatore La Rosa, in arte Furnari, che lo avvia allo studio dell’arte e delle prime tecniche pittoriche e con cui collabora per lungo tempo. Tra i suoi più grandi estimatori vi è Salvatore Pugliatti, emerito Rettore dell’Università di Messina. Grazie all’incontro con Nino Caruso, noto gallerista della Meceden di Milazzo, inizia la carriera professionale di Chinnici non solo in Sicilia ma anche all’estero. Il connubio umano e professionale con Salvatore Fiume e le relazioni con altri artisti come Mario Rossello, Giuseppe Migneco, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Ugo Nespolo lo arricchiscono sempre di più nella sua vocazione artistica. Nonostante la malattia agli occhi lo affigga, Chinnici non si da per vinto e continua a sperimentare nuove tecniche, avvicinandosi all’acquarello al murales, all’affresco e al sasso, ampliando gli orizzonti delle proprie conoscenze pratiche. Non ha mai abbandonato la Sicilia, una terra che ama profondamente e in cui dimorano le sue radici.

Alpi Fashion Magazine ha avuto il piacere di intervistare l’artista per capire a fondo l’autenticità di un percorso interiore che non ha mai rinnegato la realtà come punto di riferimento sostanziale.

Quando nasce la sua inclinazione per l’arte?

Fin da piccolo, già all’età di 6-7 anni, ho avuto la predisposizione per l’arte. L’unica materia che mi salvava a scuola era il disegno. Nel mio paese c’era un pittore bravo, il grande Furnari che ha rappresentato per me una fonte di insegnamento. Lavoravamo insieme in una chiesa sconsacrata io, Fabbri e il Furnari. Ho avuto la fortuna di seguire le loro orme.

A quali grandi artisti del passato si ispira?

L’artista che prediligo è Caravaggio. La luce penetra nello spazio e provoca nell’intimo una sensazione che ti fa vibrare nei sentimenti. Qualcuno mi ha paragonato a Renato Guttuso, ma a lui interessava la forza trasmessa dai colori, a me la perfezione del reale. Per questo motivo mi ispiro più a Michelangelo Antonioni. Come uno scrittore che non conosce la grammatica e la sintassi non può assolutamente scrivere in un italiano perfetto, allo stesso modo in arte prima di arrivare all’astrattismo bisogna conoscere il vero. Esistono delle eccezioni, di chi è arrivato all’astrattismo sin da subito, come Kandinskij, ma lui sapeva dipingere. Anche Picasso ha iniziato dal vero. Il periodo più bello è quello blu, in cui ci sono dei ritratti che rasentano la perfezione.

In qualche modo si può spiegare un’opera d’arte, oppure è opportuno solo osservarla senza necessariamente delucidarne il significato?

L’arte è difficile da spiegare. Intanto ci vuole una profonda sensibilità per capirla. Questa difficoltà si percepisce anche nella musica e nella moda. Bisogna conoscere e soffrire, si deve passare dalla disperazione all’allegria per conoscere il proprio io.

Lei è riuscito a sopperire alle carenze della vista con lo sviluppo di altri sensi. Quanto questi hanno influito sul suo modo di dipingere?

Sicuramente ci sono altri sensi, come l’intelligenza, l’occhio che si muove in un certo modo e dà materia, che sono stati determinanti nel mio modo di dipingere. L’intelletto è importantissimo perché nella vita di ognuno c’è un periodo completamente buio, in cui ci si distacca da tutto; e poi c’è un ritorno alla vita in cui coltivano interessi per restare svegli e vivi. I giovani, oggi, non hanno stimoli. Viviamo in un’epoca drammatica e non so dove andremo a finire.

Eppure, c’è una nuova generazione di artisti che hanno talento e che vogliono emergere….

Ci sono degli straordinari artisti di strada che però non hanno trovato persone che li sostengano e che credano nel loro talento. Sulle mura delle nostre città ci sono dei murales bellissimi, realizzati con tecniche pittoriche molto sofisticate. Purtroppo oggi gli artisti non riescono a sopravvivere. Anche nell’arte siamo rimasti “vecchi”. Non c’è uno Stato che ci sorregge e ci aiuta. Un tempo, durante il Rinascimento, e ancor prima nel Medioevo, c’erano le Chiese, i monasteri che commissionavano le opere, e poi c’erano le botteghe degli artisti, dove i discepoli vivevano nell’ombra  dei maestri, ma con il passare degli anni e dei secoli venivano rivalutati.

Non crede che proprio perché l’arte veniva commissionata dai “potenti”, nel passato ci fosse meno libertà artistica rispetto ad oggi?

Oggi non c’è libertà artistica perché ognuno cerca di rifarsi a qualche corrente, invece di dipingere per se stesso. L’artista deve avere una sua tecnica e una sua personalità, e non realizzare copie di altre opere. I giovani cercano il successo facile. Il lavoro invece deve essere un piacere, una soddisfazione.

Quanto è importante per un artista uscire dai confini della propria terra di origine?

È fondamentale. L’artista deve far conoscere la propria arte fuori dall’Italia, in Europa o in un altro continente.

Ci sono delle immagini-simbolo che compaiono spesso nei suoi quadri? Cosa rappresentano?

Inconsciamente mi è sempre piaciuto dipingere i paesaggi marini, ma non sapevo cosa significasse una barca. Un giorno, una psicoterapeuta mi fece notare che la barca simboleggia il ventre materno, una sorta di protezione, di placebo da tutti i mali. Milazzo, crocevia degli antichi commerci, dove vivo e dipingo, somiglia ad un isolotto che si affaccia sul Mediterraneo. Per questo motivo, i miei lavori immortalano spesso la presenza di una rete di pescatori in mare. E poi raffiguro profili di contadini e muratori della mia terra. Tra i personaggi e i paesaggi che rappresento sulla tela c’è un abisso. I personaggi sono sempre raffigurati di spalle e con lo sguardo abbattuto. Nel paesaggio invece c’è una richiesta di quiete e silenzio; non si sentono volare neppure le zanzare.

Ci racconta l’incontro-scontro con Cristine Bleny da cui è nato il progetto “Fuoco nell’Acqua” in cui rientra anche l’evento Open Your Art. Un rapporto all’inizio conflittuale che poi si è trasformato in amicizia e stima professionale, non è vero?

Nel 2005 con Christine Bleny ci fu un acceso diverbio. Ci incontrammo a Londra, in occasione della mostra The Sinergy of Sons. Eravamo un po’ alticci, ci fu uno scontro durante il quale finì una goccia di vino sulla tela. Così nacque Evasione, il dipinto che sarà in esposizione all’Open Your Art di Milano e che rappresenta il contrasto tra la calorosità di un siciliano e la tranquilla precisione di una francese.

Marianna Gianna Ferrenti

About Marianna Gianna Ferrenti

Sono una giornalista pubblicista lucana. Dopo alcune esperienze sul territorio, ho allargato gli orizzonti, affacciandomi nel 2012 al mondo del social journalism. Laureata magistrale in Scienze filosofiche e della comunicazione, dopo un corso di Alta Formazione in Graphic Design ed Editoria digitale, finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ho arricchito il mio background con competenze tecniche nell'ambito della scrittura digitale

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