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Hawthorn bend – un tuffo nel passato della Formula 1

Hawthorn bend ci riconduce magicamente indietro nel tempo, in un epico periodo della Formula 1, in cui mitici e coraggiosi piloti sprezzanti dei pericoli, sfidavano la sorte, per amore dello sport, dedicando i trofei vinti alle famiglie… erano gli anni ‘70. Ancora oggi numerose testimonianze fotografiche d’epoca e video amatoriali ci fanno comprendere le notevoli limitazioni sulla sicurezza e dell’assistenza tecnica sulle piste e le difficoltà, di cui siamo consapevoli solo ora, ciò nonostante questi uomini con le proprie possibilità e le incertezze sfidavano il destino in stretti abitacoli alla guida dei loro bolidi.

Le vicende di cronaca narrate da Cristian Borghetti, autore poetico e visionario dei nostri tempi, ricostruiscono in modo dettagliato le drammatiche vicende occorse durante il “Victory Race”, dove un evento inevitabile e drammatico attendeva Joseph Siffert detto Seppi, al volante della sua BRM n°5, sul circuito automobilistico di Brands Hatch nel Regno Unito. Era il 24 Ottobre del 1971, e una tragica gara, scandita dai rombi di motori e dall’odore di benzina, stava per avere inizio. Cristian Borghetti, dopo aver pubblicato romanzi noir e appassionanti racconti di genere letterario horror, come “Le cabinet Masson”, Ore di vetro”, Tre volte all’Inferno e Phobia” (quest’ultimo in coppia con Kuchisake), attraverso il quale mette a dura prova i limiti umani generati dalle paure inconsce, evidenziando la sottile barriera tra il mondo reale e quello immaginario, dedica Hawthorn bend (la curva in cui ha perso la vita il pilota), a Siffert, con il suo inconfondibile stile letterario coinvolgente e appassionante, raccontando in modo dettagliato la sua ultima corsa verso un destino ignoto, segnato da eventi premonitori. Gli incubi notturni e le apparizioni costanti della leggendaria volpe Kitsune (volpe bianca), generata dalla mitologia giapponese, tormentano il campione prima e durante la gara mettendolo in guardia su eventi inevitabili, che segneranno il suo destino, il bianco candido della volpe ritorna continuamente davanti ai suoi occhi come ad avvisarlo di un pericolo imminente, ma Siffert continua la sua corsa rivolgendo il suo pensiero alla moglie e a suo figlio, preoccupandosi del loro futuro, ignaro del suo imminente passaggio verso l’ignoto. La presenza costante del bianco neutro e azzerante, sembra preparare Siffert ad una nuova dimensione esistenziale dopo la morte.

Chiudo gli occhi, ripercorrendo un intero giro, curva dopo curva: la prima a destra poi la discesa fino a…un lampo bianco”! – dal racconto di C. Borghetti.

Cristian Borghetti in esclusiva per Alpifashionmagazine.com, concede un’intervista raccontando la genesi narrativa di Hawthorn bend:

Cristian, nel tuo ultimo lavoro letterario “Hawthorn bend”, ti ispiri ad un episodio di cronaca sportiva, raccontaci com’è nata l’idea di scrivere un racconto dedicato al campione di Formula 1, Joseph Siffert, finito tragicamente durante il Victory Race, disputato sul circuito di Brand Hatch.

C.B. – L’idea nasce da un sogno ricorrente che, notte dopo notte, mi ha visto al volante della BRM n° 5, sulla pista di Brands Hatch. Ogni volta mi trovavo alla guida del bolide lanciato a tutta velocità lungo i saliscendi del mitico tracciato del Kent, assaporando sulla mia pelle le sensazioni e le emozioni che una vicenda simile può procurare. Forse per esorcizzare quell’incubo e certamente in omaggio a Seppi ho voluto scrivere un racconto che, a 45 anni dalla scomparsa, lo ricordasse.

Cristian parlaci della tua passione per la Formula 1.

C.B. – Da parte di mia madre ho ereditato l’amore per la lettura e da mio padre la passione per la Formula 1. Posso affermare che sia genetico. Ho sempre amato i piloti “Guasconi”, virtuosi del volante, che con smisurato coraggio hanno compiuto gesta eroiche o hanno lasciato un segno del loro passaggio e di quei giovani a cui il fato ha negato il successo che il loro talento avrebbe meritato. Voglio citare nomi come Jim Clark, François Cevert, Ronnie Peterson, Gilles Villeneuve (il mio idolo in gioventù), Ayrton Senna e Jo Seppi Siffert che hanno scavato così profondamente in me da lasciare la loro impronta nella mia anima. Sono tutti piloti che hanno perso la vita, come tanti altri, inseguendo ciò in cui credevano e amavano fino a diventare leggenda.

L’opera grafica della copertina realizzata dalla bravissima Alessia Coppola, sintetizza bene i due protagonisti assoluti della vicenda narrata: Siffert e Kitsune. Entrambi sembrano speculari nel mettere in rilievo un destino comune, anche se appartenenti a due sfere esistenziali diverse. Com’è nata l’idea di introdurre nella storia la mitica volpe bianca generata dalla mitologia nipponica? Qual è il legame con il Giappone?

C.B. – Volevo raccontare una storia basata sulla cronaca, ma che, al tempo stesso, fosse anche opera di fantasia. Avevo bisogno di qualcosa di soprannaturale, che fosse in qualche modo collegabile alla vicenda di Seppi e Kistune era perfetta. Ad onore di cronaca, ricordo che Jo Siffert non avrebbe dovuto prendere parte alla Victory Race, corsa extra campionato in onore del campione del mondo Jackie Stewart, ma avrebbe dovuto correre una corsa di durata con la sua Gulf Porsche in Giappone. Kitsune, la bianca volpe a nove code, mito del folklore nipponico si adattava benissimo allo scopo. Nel racconto Kitsune è ovunque, in una visione, in un tatuaggio, nel simbolo pubblicitario di una bevanda…Incarna in questa occasione il fato, causa e salvezza del pilota.

Nei tuoi romanzi o racconti, riesci sempre a mettere bene in evidenza il tuo stile letterario del genere horror visionario, ma con evidenti aspetti poetici a volte romantici, varcando sempre il confine dimensionale della realtà fisica. Per te cosa rappresenta il sogno e la sfera onirica?

C.B. – “Siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni” scriveva il Bardo ne “La tempesta”. Il bellissimo verso iniziava con: “I nostri giochi sono finiti, questi attori, erano solo fantasmi e si sono dissolti in aria, nell’aria sottile…” Vi invito a leggere tutto il brano per sentirne nell’anima la potenza che può evocare un sogno. In questo caso, il sogno è stata l’ispirazione poi mutata in racconto. Sognare è fondamentale, soprattutto ad occhi aperti, lo è almeno per me. Sono un romantico nel senso letterale del termine e trovo nella paura una potenza evocativa infinitamente drammatica, tragica, in una parola, romantica. Per questo motivo io l’adoro e ne scrivo.

– Al momento hai nel cassetto altre storie da raccontare? Se puoi concederci qualche breve anticipazione.

C.B. – C’è sempre qualcosa sulla punta della mia penna che freme, che pretende di essere vergato sulla carta. Sto lavorando ad un nuovo romanzo, ambientato in un paese sulle rive di un lago nel nord Italia, in cui, come hai ben detto tu, sogno e realtà si miscelano in una trama che non darà scampo al lettore. Ringrazio te, Antonio, per avermi letto e ospitato su queste pagine e tutti i lettori, attuali e futuri, che si cimentano e si avventurano tra le mie fantasie. Vi do appuntamento al prossimo capitolo.

Ricambiamo augurando a Cristian Borghetti nuove ed appassionanti opere letterarie per il suo futuro.

Antonio Gentile

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