Intervista di: Gabriele Vinciguerra
La musica non è solo suono, è battito, carne, sangue. È il riflesso più puro di ciò che siamo, delle nostre vittorie e delle nostre cadute, della luce che ci illumina e del buio che ci inghiotte.
È il grido che nasce dal profondo, la carezza che consola, la lama che incide e lascia il segno. Non si sceglie di far parte di questo mondo, ci si ritrova dentro, come se fosse scritto da sempre. E una volta che la musica ti ha preso, non c’è via di fuga: ti consuma, ti esalta, ti ferisce, ti guarisce.
Hassy lo sa bene. La sua musica è fuoco e ferita, è fame e redenzione. È un viaggio senza mappe, senza certezze, fatto di attese logoranti e di attimi che esplodono in un istante. Un’altalena tra l’estasi e la disperazione, tra la voglia di mollare tutto e l’impossibilità di farlo.
Perché quando senti di appartenere a questa dimensione, l’unica scelta possibile è andare avanti. Combattere. Creare. Sanguinare su ogni barra, su ogni nota, su ogni palco, con il cuore aperto e la pelle senza corazze. Perché solo così la musica diventa vera. Solo così diventa sua.
Quando suoni, chi sei veramente?
Nel momento in cui la musica prende vita tra le tue mani, senti di essere più te stesso o qualcuno che ancora non conosci del tutto
La musica è molto più di un semplice suono: è un viaggio nell’anima, un dialogo silenzioso tra ciò che sono e ciò che, forse, non sapevo ancora di essere. Ogni nota, ogni parola che nasce in me sembra affondare le radici in qualcosa di familiare, in frammenti di esistenza che mi appartengono da sempre.
Eppure, ogni volta, accade un piccolo miracolo. Nel fluire della creazione, qualcosa si accende, si smuove, mi sorprende. È come se la musica fosse uno specchio capace di riflettere non solo ciò che già conosco, ma anche ciò che era nascosto, in attesa di essere scoperto.
E allora compongo, scrivo, respiro dentro le melodie… e mi accorgo che sto incontrando me stesso, ancora e ancora, come fosse la prima volta.
Qual è il primo ricordo che hai della musica che ti ha cambiato dentro?
Non il primo ascolto, non la prima lezione, ma il primo istante in cui hai sentito che la musica ti stava toccando in un punto profondo, inaccessibile a tutto il resto.
Non saprei indicarti un momento preciso, un ricordo cristallino da incorniciare. La musica è sempre stata lì, come un filo invisibile che mi legava a qualcosa di più grande.
Ricordo le ore passate davanti alla TV, incantato dai videoclip che scorrevano uno dopo l’altro, riempiendo il silenzio dei pomeriggi e dipingendo emozioni dentro di me.
Forse è proprio questo il ricordo più vivido: quella sensazione di presenza, di compagnia, di un calore che a volte scaldava l’anima e altre volte gelava il cuore. La musica non era solo un sottofondo, era un rifugio, una voce che parlava per me quando le parole non bastavano. Ed è così che, senza accorgermene, me ne sono innamorato.
Quando crei, da dove nasce ciò che componi?
È dolore che si trasforma in bellezza? È un’esigenza fisica, un respiro? È qualcosa che nasce nel corpo o nell’anima?
Anche qui, non esiste un momento esatto, nessun “click” predefinito che segna l’inizio. A volte è una melodia che scivola nelle mie orecchie e accende qualcosa dentro di me.
Altre volte è una frase, una “barra” che affiora all’improvviso, costringendomi a inseguirla, a fissarla in fretta nelle note del cellulare prima che svanisca nel nulla. Il catalizzatore può essere qualsiasi cosa, e ogni volta è diverso. Così come diverse sono le fonti da cui nasce una canzone, i bisogni che la muovono, le emozioni che la plasmano.
Non si possono elencare, non si possono incasellare. La musica è un flusso imprevedibile, un impulso che arriva senza chiedere il permesso, e io non posso fare altro che seguirlo.
Quali emozioni o esperienze personali hanno influenzato maggiormente la tua musica?
La musica spesso riflette la nostra vita interiore. Ci sono stati momenti specifici o sentimenti profondi che hanno trovato espressione nelle tue composizioni?
Principalmente, un intenso senso di riscatto. Un fuoco che brucia dentro, alimentato da un vortice di emozioni crude, pesanti, a volte oscure. Rabbia, tristezza… e, in certi momenti, un odio così viscerale da sembrare l’unica verità. E poi c’è la fame.
Non quella fisica, ma quella più profonda, quella che spinge a riprendersi ciò che la vita ha negato o strappato via troppo presto. Ma la musica non è solo lotta. Tra le crepe di quel tumulto si fanno spazio anche vibrazioni più leggere, momenti che sanno di festa, di condivisione, di respiro.
Ci sono istanti in cui la musica diventa calore, tepore, voglia di leggerezza e luce. E forse è proprio questo il segreto: tutto si mescola, tutto convive. Ombra e sole, rabbia e danza, dolore e speranza. Perché tutto fa vita. E tutto fa musica.
Che cosa ti ha insegnato il silenzio?
La musica è fatta di note, ma anche di pause. Ti sei mai soffermato ad ascoltare il silenzio tra i suoni? Come vivi il vuoto che separa una nota dall’altra?
“Il silenzio è d’oro”, dice un vecchio proverbio. E per chi crea, è molto più di un semplice detto: è una necessità. Per quanto possa sembrare ingombrante, persino spaventoso, il silenzio è uno spazio vitale. Un territorio in cui il pensiero si espande, in cui le idee si sedimentano e trovano la loro forma.
Con la giusta dose di solitudine e distacco, il silenzio smette di essere un vuoto da temere e diventa un’arma potente. Una lama affilata capace di scolpire meglio le parole, di affinare le note, di dare profondità a ciò che nasce dall’anima. Anche nella musica, il silenzio non è mai assenza, ma una presenza che amplifica tutto il resto.
È il respiro tra un suono e l’altro, la pausa che dà enfasi, il vuoto che carica di significato ciò che segue. Senza di esso, le tracce sarebbero piatte, prevedibili. Ma con il giusto equilibrio, il silenzio diventa condimento, contrasto, tensione… e trasforma la musica in qualcosa di vivo, di intenso, di autentico.
Qual è stata la tua performance più sincera?
Non la più perfetta, non la più applaudita, ma quella in cui ti sei sentito completamente nudo, vero, senza filtri.
A livello di performance dal vivo, sento che il mio momento non è ancora arrivato. Ho avuto occasioni, opportunità preziose per mettermi alla prova, per far vedere di che pasta sono fatto su un palco.
Ma quella che chiamo davvero “P”erformance, quella che sento come una consacrazione, come il punto in cui ogni cosa si allinea nel modo giusto, ancora non si è manifestata.
Eppure, non ho mai evitato di espormi. Anzi, l’ho già fatto, e nel modo più crudo e autentico possibile: attraverso le mie tracce. Lì dentro non ci sono filtri, non c’è finzione.
Ho lasciato emergere lati scomodi, angoli ciechi, le zone d’ombra che spesso si cerca di tenere nascoste. Ho reso tangibile la mia vulnerabilità, senza maschere, senza protezioni. Perché credo fermamente che un artista, uno vero, non debba temere di mostrarsi fragile.
La forza non sta nel nascondere le proprie cicatrici, ma nel renderle parte del racconto, nel trasformarle in suono, in parole, in emozione pura.
Essere artista, per me, significa questo: mettersi in gioco senza riserve, avere il coraggio di guardarsi dentro e di lasciar vedere agli altri cosa c’è veramente.
E se questo non è ancora accaduto su un palco, è successo nelle mie canzoni. E forse, è da lì che tutto deve partire.
La musica ti ha mai ferito?
Ti ha mai chiesto più di quello che potevi dare? Ti ha mai portato a scavare dentro di te fino a farti male?
Sì, la musica può farti davvero male!!! Ti prende l’anima, la modella, la esalta… e a volte la schiaccia sotto il peso delle aspettative, della fame, del bisogno viscerale di trasformare ciò che senti in qualcosa di reale, tangibile.
Quando sai di avere dentro di te qualcosa di autentico, quando percepisci il tuo potenziale con la stessa certezza con cui senti battere il cuore, tutto cambia. Non puoi più far finta di niente. Scatta una sorta di condanna: quella rincorsa continua, disperata, allo sblocco, a quel momento in cui finalmente potrai afferrare ciò che è tuo, ciò che la vita ancora non ti ha concesso.
Ma quando il mondo sembra sordo, quando ogni porta che bussi si chiude, quando ogni sforzo si dissolve nel nulla, la frustrazione diventa veleno. Ti tormenta. Ti svegli con il peso addosso, vai a dormire con la stessa sensazione di vuoto.
E la musica, che dovrebbe essere casa, conforto, diventa una lama a doppio taglio. Non riesci a farne a meno, eppure a volte ti sembra la tua più grande nemica. Si inasprisce, si contorce, urla al posto tuo, ti trascina sempre più a fondo nei tuoi pensieri. Eppure… non molli. Perché sai che in fondo a questa tempesta c’è qualcosa che ti aspetta.
Almeno, questo è quello che posso dirti da qui, da questo preciso istante in cui la battaglia è ancora aperta.
Hai mai sentito la tua musica curare qualcuno?
Un giorno, un’esibizione, una canzone: c’è stato un momento in cui hai percepito che la tua musica stava toccando l’anima di qualcun altro, dandogli qualcosa che nemmeno le parole avrebbero potuto offrire?
Come dicevo prima, quella performance capace di farti ballare e piangere allo stesso tempo, di scuoterti dentro e trascinarti via, non è ancora arrivata. Non ho ancora avuto quell’occasione vera, quella che segna un prima e un dopo. Sto costruendo il mio momento, passo dopo passo.
I complimenti arrivano, ed è bello sentirli, ma ancora manca quella scintilla che cambia tutto, che ti fa dire: Ecco, è successo. Forse, però, l’emozione più vicina a qualcosa di veramente profondo, quasi terapeutico, arriva in modi inaspettati. Come quando i figli di alcuni amici chiedono ai loro papà di mettere una mia canzone in casa o in macchina, come se fosse parte del loro piccolo mondo.
O quando, dopo avermi ascoltato, iniziano a improvvisare qualche rima, a giocare con le parole come faccio io. È un’immagine che fa sorridere. E sorridere, in fondo, è già una piccola cura. Vale come risposta?
Se la tua vita fosse una partitura, che direzione avrebbe?
Sarebbe un crescendo inarrestabile o una melodia fatta di alti e bassi? Un’improvvisazione o una sinfonia scritta con attenzione?
Decisamente, un viaggio fatto di picchi vertiginosi e discese che ti strappano il fiato. Una montagna russa che non dà tregua, che ti solleva fino a farti toccare il cielo per poi precipitare in cadute improvvise, profonde, quasi insondabili. Un’esperienza intensa, senza mezze misure.
Un equilibrio precario tra istinto e disciplina, tra improvvisazione sfrenata e ricerca minuziosa del dettaglio perfetto. È estro puro, libero e imprevedibile, ma anche dedizione, scrupolo, costruzione paziente. È un contrasto continuo, una danza tra caos e controllo. E forse è proprio questo a renderla così dannatamente viva.
Che cosa resta dopo l’ultima nota?
Quando tutto si ferma, quando la musica svanisce nell’aria, cosa rimane dentro di te? Un senso di compiutezza, di nostalgia, di sete di altro?
Dipende da tutto e da niente. Da come ti svegli la mattina, da cosa ti scorre nelle vene in quel momento, da quanto fuoco ti arde dentro o quanto vuoto ti mangia l’anima.
Ci sono giorni in cui ti senti svuotato, in cui devi raccogliere i pezzi, rimettere insieme la tua stessa essenza prima ancora di pensare a creare. E poi ci sono giorni in cui il mondo intero potrebbe crollarti addosso e tu nemmeno te ne accorgeresti. Sei in trance. Inarrestabile. Pronto a sbranare il prossimo palco, la prossima canzone, la prossima occasione come se fosse l’ultima, come se fosse tutto ciò che conta davvero.
Non esiste una formula, non c’è un interruttore da accendere a comando. È una variabile impazzita, imprevedibile, nel bene e nel male. Un’onda che a volte ti porta in alto, altre ti trascina sotto. Un continuo gioco di equilibrio tra il caos e il controllo, tra il vuoto e la spinta irrefrenabile di chi sa che questa è l’unica strada possibile. Non puoi prevederlo, non puoi domarlo. Puoi solo viverlo, fino in fondo.
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