Grey Est

Intervista di: Gabriele Vinciguerra

Grey Est, pittrice di spessore con un’anima ancor più grande.

Chi sei tu?

Bella domanda. Me lo sono sempre chiesta guardandomi allo specchio.

Penso sia una domanda molto comune da fare a sé stessi… giusto? Sento forte il bisogno di avere delle risposte e di trovare il mio scopo nella vita. Capire qual è il messaggio che voglio portare agli altri e come essere utile ad un fine che trascenda la vita stessa.

Chi sono? Una domanda alla quale anni fa avrei potuto rispondere in modi diversi. Sono stata una studentessa, la mamma di Angelo, la moglie di Flavio, la figlia di Juana etc.… etc.… ma in sostanza chi sono io? Oggi sono una persona che cerca di conoscere una parte di sé stessa.

Grey Adames

Come mai una parte?

Perché credo, che nel nostro essere: esseri infiniti, abbiamo tanti noi potenziali. E quindi diventa difficile definirne tra tutti quale sia il me stesso che sappia racchiudere tutti i noi potenziali. Il rapportarsi con gli altri rappresenta una parte di ciò che siamo. Attraverso l’altro mi “Vedo”, attraverso il dolore mi conosco. Un modo per specchiarmi consapevolmente. Un modo per vedermi dentro.

Come sei arrivata alla pittura?

Per caso, come le migliori cose.
Undici anni fa uno stregone sudamericano, un Babalawo, mi disse: vedo che lei ha diversi talenti inascoltati. Io, davanti a questa rivelazione, non sapevo se stupirmi o altro, perché ero convinta che mi stesse prendendo in giro per giustificare il suo lauto compenso. Quando tornai in Italia, compresi il senso delle sue parole. Sette mesi dopo feci la prima mostra personale con più di 15 tele. Fu allora resi conto, che la pittura mi aveva dato quel senso di pienezza, mai sentito prima. Iniziò una seconda vita.

Grey Adames

Cosa vuol dire essere Artista?

Dipende da cosa intendi per “artista”.
Esiste un segmento che le persone chiamano: mercato dell’Arte. A quel punto si sviluppano dei meccanismi di business molto complessi fatti di grandi interessi e che non sono percepiti da chi non è del settore. Di conseguenza l’arte assume significati diversi. Per quanto mi riguarda l’Arte è emozione che da un lato nasce dal mondo interiore dell’artista, fatto di cuore e anima e non di ego. Per arrivare all’osservatore che ne viene colpito nell’osservare l’opera.

La dura verità è che molti artisti non dipingono o non scolpiscono più le loro opere… hanno creato un modello di business tale per cui non ne hanno il tempo o voglia per mettersi a realizzare ciò per cui sono stati pagati…! Cosa fanno? Si appoggiano a laboratori esterni che realizzano per loro le opere richieste, limitandosi a firmarle. Il risultato? Che molti veri talenti come in tutte le epoche muoiono senza aver avuto l’opportunità, quella vera, di mostrare il loro essere artista.

Tornando alla domanda, per me essere artista è il mezzo attraverso la quale un potere superiore comunica con gli uomini. L’artista è il messaggero, colui che dovrebbe scuotere gli animi, scuotere la polvere dall’anima, come diceva Picasso. Colui che dovrebbe innescare un clic! interiore, come dice il mio Maestro spirituale Piergiorgio Caselli di Roma. Il mio concetto d’ arte e lontano anni luce dalle dinamiche attuali.

Anche i grandi come Michelangelo, Donatello e tanti altri, avevano un entourage di persone che lavoravano per loro. Loro, erano davvero: Maestri!

Quando capisci che un’opera è finita?

Quando smette di chiedermi. Quando finisco un’opera non torno mai sui miei passi. Lei ha manifestato il suo senso compiuto. Non ha bisogno di altro.

La tua è una pittura che si ispira ai grandi maestri dell’Arte?

All’inizio si. È stato un modo per dimostrare a me stessa se quell’attitudine, quel fuoco che avevo dentro poteva essere espresso attraverso la pittura. Il senso di riverenza, il rigore che avevo verso l’arte da un lato mi dava delle conferme dall’altro mi limitava nel trovare quello stile che oggi mi identifica appieno. L’invito che faccio a tutti gli artisti è osate, sperimentate, non preoccupatevi del giudizio di chi forse non sa ascoltare la vostra anima artistica nell’osservare il frutto delle vostre opere.

Esistono degli elementi o dei tratti distintivi in ogni tua opera?

Si, ogni quadro appartiene a un periodo, un sentire, un vissuto, un punto di vista, un’altra me.

Io non sono la stessa persona di ieri. Ma l’indivenire di riflessioni, intuizioni, sogni, letture. Sono come un fiume che scorre e che non è mai uguale.

Ci sono artisti che si prostituiscono pur di vendere le loro opere. Hanno il timore che nel cambiamento possano essere rifiutati dal mercato di riferimento, o ancor peggio da chi dovrebbe curare i loro interessi. È come se io continuassi a vestirmi da bambina essendo diventata donna.

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Qual è il linguaggio che traspare?

Non spetta a me dirlo. Se sono stata fedele nel rappresentare me stessa, ciò che traspare dovrebbe essere l’insieme di ciò che non ho vissuto in questa vita ma lasciatami in eredità nel mio DNA dai miei antenati. Esiste un mondo che vivo da spettatrice, dove la realtà è quell’insieme di convinzioni, esperienze vissute, paure, educazione e tanti altri aspetti trasmessi anche da altri.

Io dipingo secondo la mia capacità di “vedere” una certa realtà. Ecco perché le opere non parlano a tutti. Parlano a coloro che sanno ascoltare, o che hanno gli strumenti per decodificare.

Quando essere e apparire coincideranno, allora sarai veramente libero. Cit. Joe Dispenza.

Intervista di: Gabriele Vinciguerra
Foto di: Gabriele Vinciguerra

sito di Grey Est: www.grey-est.com

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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