Articolo di: Gabriele Vinciguerra
C’è stato un momento, durante il Festival di Sanremo, in cui ho smesso di ascoltare la gara e ho iniziato ad ascoltare una persona.
In un’edizione dove molte canzoni sembravano rincorrere un’estetica già vista, una formula già testata, una frase già sentita, Fulminacci ha fatto qualcosa di più semplice e più rischioso: è rimasto se stesso.
E questo, oggi, è un atto radicale.
Sanremo è un luogo complesso. È palcoscenico, industria, rituale collettivo. È esposizione totale. Ogni parola pesa, ogni nota viene sezionata, ogni espressione diventa meme. In questo contesto, l’istinto naturale è proteggersi. Costruire una corazza. Levigare gli spigoli. Rendere tutto inattaccabile.
Fulminacci, invece, ha portato gli spigoli.
La sua voce non cerca l’effetto muscolare. La sua scrittura non rincorre il tormentone. I suoi testi non sono slogan pronti per diventare didascalie. Sono pensieri che si muovono storti, come si muove la vita quando non è filtrata.
E lì accade qualcosa.
Perché mentre molte performance sembravano perfette, lui sembrava vero. E tra perfetto e vero c’è una distanza che lo spettatore percepisce senza bisogno di spiegarla. Il perfetto impressiona. Il vero resta.
La sua identità artistica non è costruita sul personaggio. È costruita sulla fragilità consapevole. C’è una generazione intera che non si riconosce più nei grandi proclami, nei toni epici, nelle dichiarazioni assolute. Si riconosce nelle incertezze, nei dubbi, nei tentativi.
Fulminacci canta proprio lì. Nello spazio imperfetto tra quello che siamo e quello che vorremmo essere.
Non c’è retorica nella sua presenza. C’è una normalità che diventa straordinaria perché non si traveste. E questo, in un panorama spesso dominato dall’immagine prima ancora che dalla sostanza, è un dettaglio che pesa.
La sua musica non ti travolge. Ti accompagna. Non urla per farsi notare. Ti si avvicina quasi in silenzio, e quando te ne accorgi è già dentro.
Forse è questo che ha fatto la differenza. Non ha cercato di emozionare. Ha scelto di raccontare. E quando il racconto è onesto, l’emozione arriva da sola.
In un Festival che a molti è sembrato appiattito da produzioni impeccabili ma poco memorabili, Fulminacci ha portato un’identità riconoscibile, non intercambiabile. Non un prodotto, ma una voce. Non un’operazione, ma un’espressione.
E alla fine, quando si spengono le luci e restano solo le canzoni, sopravvivono quelle che hanno avuto il coraggio di non somigliare a tutte le altre.
Fulminacci non ha riempito il palco. Lo ha abitato.
Ed è una differenza enorme.











