Articolo di: Gabriele Vinciguerra
Ogni epoca costruisce il proprio canone di bellezza e lo presenta come naturale, inevitabile, oggettivo. In realtà la bellezza è sempre stata una costruzione culturale, modellata dallo sguardo di un tempo, dagli interessi economici e dai rapporti di potere. Questo articolo nasce da una domanda semplice ma scomoda: perché ciò che un tempo veniva celebrato come armonia oggi viene spesso percepito come difetto? Marilyn Monroe non è il soggetto di questa riflessione, ma il termine di confronto. Una misura storica che ci permette di osservare quanto i parametri estetici si siano spostati, irrigiditi e distorti, e di interrogarci su cosa oggi chiamiamo bellezza e a quale prezzo.
Perché la bellezza non è mai stata solo una questione di corpi. È sempre stata una questione di potere, di sguardo, di epoca.
Marilyn Monroe non era bella nonostante le sue forme. Era bella perché incarnava un’idea di umanità riconoscibile. Il suo corpo non chiedeva permesso, non chiedeva correzioni, non chiedeva scuse. Era un corpo reale dentro un tempo che tollerava ancora la realtà.
Poi qualcosa è cambiato. Non il desiderio umano, ma la sua regia.
Negli anni successivi la bellezza ha smesso di essere un’esperienza condivisa ed è diventata un prodotto. Prima la fotografia sempre più ritoccata, poi la pubblicità ossessiva, poi la chirurgia estetica normalizzata, oggi gli algoritmi. Ogni passaggio ha sottratto un pezzo di carne e ha aggiunto un pezzo di finzione.
Il corpo non doveva più raccontare una storia, doveva performare. Doveva essere giovane sempre, magro nel modo giusto, imperfetto solo se l’imperfezione era sexy e controllata. Non più presenza, ma conformità.
La narrazione su Marilyn oggi colpisce proprio per questo. Perché non parla solo di lei. Parla di ciò che abbiamo perso. La possibilità di riconoscerci senza sentirci in difetto. La libertà di esistere senza doverci ottimizzare.
I canoni sono cambiati perché la bellezza è stata spostata dal campo dell’identità a quello del consumo. Un corpo insoddisfatto compra di più. Un corpo che si sente sbagliato è più facile da guidare. Più silenzioso. Più obbediente.
Eppure, sotto tutto questo rumore, la verità non è mai cambiata davvero.
La bellezza non è mai stata una misura. È sempre stata una relazione. Con se stessi, con lo sguardo dell’altro, con il tempo che si abita.
Quando diciamo che la bellezza è presenza, verità, identità, stiamo facendo qualcosa di radicale. La stiamo riportando a casa. Lontano dai filtri, lontano dalle taglie, lontano dalle promesse vuote.
E forse è proprio questo che oggi fa più paura. Non un corpo imperfetto. Ma un corpo che smette di chiedere il permesso di esistere.











