Intervista di: Gabriele Vinciguerra
Anna Maisetti arriva alla moda da una direzione che la moda, di solito, non contempla.
Non da un’idea di perfezione, non da un’estetica costruita a tavolino, ma da una necessità concreta: continuare a esistere professionalmente senza separare il corpo dalla propria storia.
Il linfedema non è ciò che la definisce, ma ciò che ha reso impossibile fingere. Da quel punto in poi, ogni scelta è diventata una presa di posizione. Mostrarsi, lavorare, esporsi nello spazio pubblico e professionale non come eccezione tollerata, ma come presenza legittima.
In questa intervista Anna non racconta una malattia, né un percorso di riscatto. Racconta cosa significa restare coerenti quando il corpo cambia, quando il sistema non è pronto, quando l’inclusione smette di essere una parola e diventa una pratica quotidiana, fatta di limiti, lavoro, immagine e responsabilità.
È da qui che inizia la conversazione.
Dal punto in cui il corpo non viene spiegato, ma assunto.
Nel tempo, il tuo corpo è diventato anche un luogo di narrazione pubblica. Come hai imparato a distinguere ciò che senti intimamente da ciò che il mondo proietta su di te?
Il corpo ha iniziato a parlare prima che io fossi pronta ad ascoltarlo. All’inizio era tutto indistinto. Il dolore, la paura, lo sguardo degli altri, il bisogno di protezione. La mia gamba destra, segnata prima dal cancro e poi dal linfedema, sembrava raccontare una storia che avrei voluto tenere per me. Ma quella storia chiedeva spazio.
Quando ho scelto di mostrarmi, con le calze, i bendaggi, durante i trattamenti e nella vita quotidiana, ho compreso una differenza fondamentale. Ciò che sento appartiene a me. Ciò che il mondo vede è una sua interpretazione. Imparare a distinguere questi due piani è stato un passaggio di maturità emotiva.
Oggi so che posso condividere senza dissolvermi, espormi senza perdermi. La narrazione pubblica non ha invaso la mia intimità, l’ha resa più nitida. Il centro resto io, non lo sguardo che mi attraversa.
Abitare un corpo che richiede attenzione quotidiana significa spesso ridefinire il concetto di presenza. Che idea di presenza hai costruito oggi, lontano dallo sguardo esterno?
La presenza non è più legata alla performance o alla resistenza. È ascolto. È cura. È riconoscere quando il corpo chiede lentezza, quando ha bisogno di essere sostenuto, accompagnato, rispettato.
Lontano dagli sguardi, la mia presenza si costruisce attraverso gesti semplici e decisivi. Indossare una calza medicale come fosse una seconda pelle. Scegliere scarpe che accolgano un piede asimmetrico. Organizzare la giornata intorno alla salute senza colpa.
Essere presente oggi significa essere intera, non perfetta. È abitare il mio corpo così com’è, senza trattarlo come un problema da risolvere, ma come una casa da custodire.
La società tende a riconoscere valore ai corpi quando sono efficienti e performanti. In che modo il tuo percorso ha messo in discussione questa logica, prima per te stessa e poi per gli altri?
Il mio percorso ha incrinato una convinzione che avevo interiorizzato a lungo. L’idea che il valore passasse dalla funzionalità, dall’aderenza a un modello, dall’assenza di fragilità.
Il linfedema mi ha costretta a guardarmi senza filtri e ad accettare che il mio corpo non sarebbe tornato come prima. Quando ho scelto di raccontarmi attraverso la moda e i social, mostrando apertamente la mia gamba destra, ho compiuto un gesto intimo e politico allo stesso tempo. Non per provocare, ma per necessità. Non potevo più separare chi ero da ciò che mostravo.
Quel gesto ha trasformato prima di tutto me. Ho smesso di misurare il mio valore sulla prestazione e ho iniziato a riconoscerlo nella presenza, nella verità, nella resilienza quotidiana.
La vera svolta è arrivata dopo, nel rispecchiamento degli altri. Ogni giorno mi riconosco nelle storie di chi mi scrive, nelle fatiche silenziose, nelle piccole conquiste. Sapere di aver contribuito a restituire spazio e visibilità ad altri corpi ha dato senso a tutto il percorso.
Attraverso la moda e l’immagine scegli di mostrarti senza nascondere. Che tipo di linguaggio è diventato per te?
La moda è diventata il mio linguaggio silenzioso. Un linguaggio che non chiede permesso e non pretende giustificazioni. Quando sfilo con una calza compressiva, quando vengo scelta da brand internazionali non nonostante il linfedema ma attraverso il mio racconto, il messaggio è chiaro. Questo corpo esiste. È legittimo. È vero.
Arrivare fino alla Milano Fashion Week con questa storia visibile è stato come incidere una nuova grammatica nell’immaginario. La calza medicale, scomoda e spesso invisibile, è diventata una seconda pelle, un segno identitario. Attraverso l’immagine posso dire ciò che le parole spesso non riescono a spiegare. Che non c’è nulla da nascondere e molto da normalizzare.
Convivere con una condizione cronica implica una relazione costante con il limite. Che forma ha oggi questo rapporto?
È stato ed è tuttora difficile. Quando il limite non è episodico ma quotidiano, quando non esiste una fine chiara, tutto deve essere continuamente riadattato. Ci sono giorni in cui il limite pesa, altri in cui resta sullo sfondo, ma non scompare mai davvero.
Ho capito che l’autonomia non coincide con l’indipendenza assoluta. Non è fare tutto da sola né resistere a ogni costo. Autonomia è scegliere come prendersi cura di sé, anche quando questo significa fermarsi, rallentare, chiedere aiuto.
Il limite non mi ha tolto libertà. Mi ha insegnato a orientarla. Essere forte oggi non significa andare oltre il corpo, ma restargli accanto.
La visibilità può generare riconoscimento ma anche aspettative. Come mantieni l’equilibrio tra l’essere punto di riferimento e il restare persona?
Essere diventata un punto di riferimento mi onora, ma è una responsabilità che ho imparato a maneggiare con attenzione. All’inizio non è stato semplice. Quando le persone si riconoscono in te, il rischio è sentirsi sempre chiamata a esserci.
Con il tempo ho capito che posso ispirare senza essere costantemente presente. Il mio racconto può continuare anche quando io mi fermo. Non devo avere tutte le risposte, né essere forte ogni giorno. Il mio ruolo non è salvare, ma condividere un tratto di strada.
I confini sono diventati un atto di cura. Verso me stessa e verso chi mi segue. Mostrarmi autentica significa anche mostrare la stanchezza, il silenzio necessario, la vulnerabilità. È lì che resto umana.
Stile_Compresso è cresciuto come progetto collettivo. Cosa ti ha restituito l’incontro con le storie degli altri?
Mi ha insegnato che essere la prima non significa restare sola. Ho aperto una strada che oggi è abitata, attraversata, condivisa. Incontrare le storie degli altri mi ha restituito la consapevolezza di non essere più l’unica.
Ho visto persone trovare il coraggio di mostrarsi, di parlare del proprio corpo con meno paura e più dignità. In quelle storie mi sono riconosciuta. Quando una narrazione diventa collettiva, smette di appartenere a una sola voce.
Ho ricevuto una rete viva fatta di riconoscimento, fiducia, ascolto. E anche di azioni concrete, dal sostegno alla ricerca a progetti dedicati a chi vive condizioni simili. Il mio racconto non finisce in me. Continua negli altri.
Guardando al futuro, quale dialogo desideri continuare ad avere con il tuo corpo e con la società?
Con il mio corpo desidero un dialogo gentile. Non voglio più chiedergli di cambiare, ma di accompagnarmi. Ascoltarlo con pazienza, proteggerlo senza colpa, riconoscerne i bisogni senza viverli come una mancanza.
Con la società vorrei un dialogo più maturo. Uno sguardo capace di vedere i corpi non conformi senza stupore, senza pietà. Come corpi che esistono, lavorano, creano, abitano il mondo.
La moda resta uno spazio fondamentale per questo dialogo. Un linguaggio culturale potente, capace di includere senza spiegare. Se la mia storia può continuare a vivere lì come strumento reale di comunicazione, allora lo spazio resta aperto. E con esso, la possibilità.















