Taichi Murakami

Articolo di: Gabriele Vinciguerra

Nel mondo della moda esistono eredi silenziosi, figure che hanno attraversato maestri radicali e che ne hanno assorbito l’intensità per trasformarla in linguaggio personale. Taichi Murakami è uno di questi. Ex assistente di Carol Christian Poell, ha scelto di tornare a Tokyo e lì costruire la sua voce. Non un’imitazione, non una derivazione, ma una continuità trasfigurata: lo stesso rigore, la stessa ossessione per la materia, tradotta però in un immaginario che guarda al Giappone, alla sua storia e alla sua disciplina.

Il cuore del suo lavoro è la pelle. Ma non una pelle grezza, dura, esibita nella sua forza animale. Murakami la tratta fino a renderla fluida, morbida, quasi serica. La doma senza annullarla. La trasforma in una seconda pelle capace di adattarsi al corpo, di assecondarne i movimenti, di trasmettere al tatto un senso di intimità. È qui che si percepisce la sua ricerca: la materia, per lui, non è superficie, ma sostanza che cambia significato a seconda del gesto che la lavora.

La costruzione dei capi segue logiche architettoniche. Non si tratta di tagliare e cucire in senso convenzionale, ma di comporre strutture che dialogano con il corpo come spazi abitabili. Linee nette, angoli precisi, tagli che sembrano studiati per disegnare geometrie mobili. Indossare Murakami significa abitare un’architettura flessibile, una forma che insieme protegge e rivela.

L’immaginario che emerge è quello di un guerriero contemporaneo. Non un samurai tradizionale, rivestito di corazza e rituali antichi, ma una figura sospesa tra passato e futuro: un samurai post-apocalittico. I suoi abiti evocano un’armatura smembrata e ricostruita, come se la modernità avesse frantumato i simboli e Murakami li avesse cuciti di nuovo, con pazienza e disciplina, in un linguaggio nuovo. Un abbigliamento che racconta vulnerabilità e resistenza insieme.

Questa estetica non concede nulla al superfluo. Non è pensata per l’esibizione, ma per chi cerca nell’atto del vestire un’esperienza identitaria. Ogni capo diventa rito personale, un gesto che non serve a essere guardati ma a sentirsi. Una moda che non vuole piacere, vuole aderire. Non vuole attrarre, vuole appartenere.

In questa tensione tra materia e forma, tra forza e delicatezza, si intravede il legame con la sua terra. Il Giappone è presente non come decorazione o citazione, ma come spirito. L’essenzialità, il silenzio, la disciplina: tratti culturali che diventano linguaggio estetico. Murakami non grida, non ostenta: costruisce. E in questo gesto c’è una spiritualità sottile, quasi zen, che trasforma il capo in confine interiore, in pelle ulteriore.

Se Carol Christian Poell aveva mostrato che la moda può diventare laboratorio esistenziale, Murakami porta quella lezione in una direzione più intima e orientale. Nelle sue mani il rigore diventa meditazione, la pelle diventa tessuto di memoria, il taglio diventa architettura del sé. I suoi abiti non sono semplici prodotti: sono riti di passaggio per chi sceglie di indossarli.

Nel panorama attuale, in cui il lusso coincide spesso con clamore e ostentazione, Taichi Murakami rappresenta l’opposto. La sua è un’estetica del silenzio, del dettaglio, della profondità. Ogni capo è un atto di resistenza contro la superficialità del consumo. Ogni collezione è un invito a indossare disciplina, presenza, coscienza.

Così, dal cuore di Tokyo, Murakami si afferma come voce unica: non un epigono, non un nostalgico, ma un samurai che ha attraversato l’apocalisse del presente e continua a cucire, a scolpire, a trasformare la pelle in identità.

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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