Articolo di: Gabriele Vinciguerra

“Pensa positivo.”
È l’ordine sottile che la società ti impone.
Ma a forza di sorridere, ci stiamo spegnendo.

Viviamo in un’epoca in cui mostrare la propria fragilità è sconveniente.
Non si può essere tristi. Non si può essere stanchi. Non si può essere veri.
Bisogna essere grati, propositivi, resilienti. Sempre.

La positività, oggi, è diventata un obbligo sociale.
E questo ha un nome: ottimismo tossico.

Cos’è l’ottimismo tossico

È quella forma di violenza emotiva che ti dice: “non devi stare male, non puoi mollare, non puoi sentirti a pezzi”.
Ma chi lo dice?
Chi ha stabilito che la felicità debba essere costante, mostrabile, performante?

Secondo uno studio pubblicato su Scientific Reports (2023), l’uso passivo dei social media — in particolare l’esposizione a contenuti idealizzati e positivi — è associato a un incremento di sintomi depressivi, attraverso meccanismi di invidia sociale e confronto distorto con gli altri.

Non vedere il dolore non lo cancella.
Lo trasforma in vergogna silenziosa.

Algoritmi e menzogne: il ruolo tossico dei social

I social media non premiano la verità.
Premiano la positività vendibile, il contenuto “instagrammabile”, la frase motivazionale da 7 parole.
La felicità apparente viene spinta in alto, mentre la sofferenza autentica scompare dai feed.

Chi è depresso, chi ha attacchi di panico, chi si sente perso… sparisce, perché non produce engagement.

Siamo diventati editori del nostro dolore, costretti a filtrarci per non disturbare.
E chi disturba? Viene ignorato.
Oppure viene corretto a colpi di “ce la puoi fare”.

La fuffa dei “coach motivazionali”

Nel frattempo, proliferano guru del benessere e coach motivazionali senza alcuna formazione accademica, che dispensano consigli emotivi come fossero cure mediche.

In Italia, la figura del “coach” non è regolamentata.
Chiunque può definirsi tale, anche senza alcun percorso formativo certificato.
Nessun albo, nessun codice deontologico, nessun controllo.

Eppure parlano di trauma, ansia, lutto, depressione.
Senza essere psicologi. Senza essere terapeuti.

Sono i nuovi intrattenitori dell’anima. E i social li premiano.
Perché parlano semplice. Perché semplificano ciò che è complesso. Perché vendono illusioni a basso costo.

Chi urla di più ha ragione?

Nel mondo digitale, vince il più maleducato, il più netto, il più violento.
Chi urla che la depressione “è solo una scusa” ottiene visibilità.
Chi argomenta con metodo e rispetto viene ignorato.

Il sapere oggi è un’opinione tra le altre, e la voce esperta viene schiacciata da quella più rumorosa.

Così, le persone fragili cercano aiuto nei posti sbagliati.
Si sentono sbagliate per il solo fatto di soffrire.
E finiscono nelle mani di chi non ha alcun titolo per occuparsene.

Umanità censurata

Il dolore è stato bandito dal discorso pubblico.
Non perché non esista, ma perché non converte.
Nessuno applaude chi si ferma. Nessuno sponsorizza chi crolla.
Meglio un video virale che una crisi autentica.

Ma la fragilità non è un difetto.
È una condizione umana.

Il diritto a non stare bene

Chi si prende cura del benessere mentale deve essere formato, riconosciuto, responsabile.
Solo gli psicologi e psicoterapeuti possono farlo con competenza, etica e strumenti clinici validati.
Tutto il resto è intrattenimento. E spesso, disastro.

Dobbiamo ribellarci a questo diktat del sorriso permanente.
Rivendicare il diritto di non essere sempre al massimo.
Di stare nel buio, senza fretta di uscirne.
Di dire “sto male”, senza ricevere subito un consiglio non richiesto.

Perché non c’è niente di più tossico di un mondo che ti vieta di essere vero.