Articolo di: Gabriele Vinciguerra
C’è una confusione che attraversa il nostro tempo come un’ombra silenziosa: l’idea che psicologia e PNL siano intercambiabili. Non lo sono. Non potranno mai esserlo. La psicologia nasce per comprendere la mente umana nella sua complessità, la PNL nasce per influenzarla rapidamente. Due logiche diverse, due etiche diverse, due responsabilità diverse.
Chi fa PNL non è automaticamente un manipolatore, ma spesso utilizza parole che non gli appartengono. Parole come trauma, credenza, blocco emotivo, identità, schema mentale. Parole che nella psicologia hanno un peso clinico, una storia, un corpo. Nella PNL diventano metafore. Si alleggeriscono. Perdono sostanza. Diventano strumenti retorici e non strumenti terapeutici.
Il problema non è la PNL come tecnica.
Il problema è quando chi la utilizza prende in prestito il linguaggio della psicologia per darsi un’autorevolezza che non deriva dallo studio, né dall’etica, né dalla responsabilità verso chi soffre.
La psicologia non promette miracoli. Non offre soluzioni immediate, non ti dice che tutto si risolve con un mindset diverso. La psicologia ti dice la verità: che la sofferenza mentale è una materia viva, profonda, fragile. Che nessuna tecnica può sostituire il lavoro clinico, che ogni persona è un mondo a sé, che due ferite simili possono chiedere strade completamente diverse.
E qui nasce il punto più delicato.
In un mondo affamato di risposte veloci, la PNL è seducente.
Promette velocità, energia, trasformazione immediata. Ti fa sentire forte, centrato, risolto, come se bastassero due ore in un palazzetto con un guru per rimettere insieme pezzi che a volte richiedono anni di ascolto, di silenzio, di terapia profonda.
Vorrei farti una domanda semplice.
Se una persona arriva con un dolore vero, uno di quelli che non ti fa dormire, uno di quelli che ti cambia il respiro, come si può pensare che un evento da 5.000 persone possa sostituire la cura?
Come si può credere che una frase detta dal palco possa risolvere ciò che la clinica affronta con cautela, con anamnesi, con responsabilità?
Se fosse così semplice, la psicologia non esisterebbe più.
Basterebbe riempire uno stadio, dire le parole giuste e rimandare tutti a casa guariti.
Ma non funziona così. Non può funzionare così.
Perché il dolore umano non è uno spettacolo collettivo.
È intimo, è specifico, è personale.
Ogni individuo vive il proprio disturbo in modo unico. Anche due persone con la stessa diagnosi hanno storie interiori diverse, resilienze diverse, ferite diverse. E la terapia serve per questo: per vedere l’individuo, non la massa.
La psicologia entra dove lo show non può entrare.
Lì dove l’esperienza è troppo fragile per essere esposta.
Lì dove non serve motivazione, ma cura.
Lì dove non serve un mantra, ma uno spazio sicuro in cui la mente può finalmente parlare senza essere guidata, spinta, orientata.
Usare la parola psicologia senza aver attraversato il percorso, gli anni di studio, l’etica professionale, non è solo una leggerezza. È una falsificazione simbolica. È una scorciatoia che fa male a chi è più vulnerabile. Perché la sofferenza non è un mercato. Non può essere trattata come un brand.
La psicologia non viene a dirti che puoi cambiare in un attimo.
Viene a dirti che puoi cambiare davvero.
E il cambiamento reale non si fa in folla.
Si fa in relazione.
Si fa nella profondità di un incontro uno a uno, dove nessuno ti applaude, ma finalmente qualcuno ti ascolta.
La PNL motiva.
La psicologia comprende.
La PNL ti accende.
La psicologia ti accompagna.
La PNL semplifica.
La psicologia approfondisce.
La verità è semplice.
Chi cerca soluzioni immediate resterà affascinato dalla PNL.
Chi cerca guarigione sa già che deve attraversare altro.











