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Lifelong learning: in un mondo orientato agli automatismi e AI/AR, continuare a formarsi in età adulta non è più una scelta, ma un dovere verso se stessi

Lifelong learning: da quanto tempo se ne sente parlare, e perché è ancora un concetto così attuale? Già dagli anni Settanta, il concetto di “apprendimento permanente” ha trovato le sue prime attestazioni, con un punto di svolta fondamentale rappresentato dal Rapporto Faure dell’UNESCO del 1972 (“Learning to Be”). Nel 1995, il Libro bianco di Edith Cresson ha poi sancito il passaggio dalla formazione tradizionale all’apprendimento nella società della conoscenza. Fino all’attuale era post-pandemica.

Lifelong learning

Piero Angela. Photo credit: Wikipedia

L’eredità di Piero Angela

Secondo questa visione, sarebbe auspicabile che seguissimo tutti le orme di Piero Angela, grande divulgatore italiano che nel corso della sua vita non smise mai di apprendere e imparare.

Tuttavia, se per tutta la durata della pandemia di Covid-19 ci si è ragionevolmente dimenticati di concetti come questo, cambiando perfino il paradigma dei sistemi di apprendimento tradizionale — la “base” solida su cui poggiano le competenze più specifiche — oggi il lifelong learning ha motivo di esistere per due ragioni fondamentali.

Lifelong learning: alta specializzazione (domanda) e scarsità di lavoro (offerta)

Nel mondo del lavoro, sempre più sono le risorse altamente specializzate e con percorsi formativi di alto profilo che possono aspirare a ruoli apicali. Mansioni che, per loro stessa definizione, essendo apicali, scarseggiano rispetto a quelle che necessitano di minori competenze.

Il risultato? Domanda molto più elevata, con la concorrenza che si muove a un ritmo frenetico, e offerta sempre più ridotta, poiché stiamo ancora subendo gli strascichi della crisi economica del 2018 e dei nuovi (precari) equilibri geopolitici. Questi pesano non solo sul budget delle aziende e sul portafoglio dei lavoratori, ma anche sulla possibilità di spesa di tutti i cittadini — con la Spagna di Pedro Sánchez quale unica eccezione in Europa.

Ecco che, quindi, seguire percorsi post-laurea in gran numero, o addirittura conseguire più lauree come Piero Angela o diventare poliglotti sembrano le uniche strade percorribili per portare l’eccellenza a un livello successivo. E “scalzare” una moltitudine di laureati con il massimo dei voti. Tuttavia, questo non è l’unico fattore che rende il lifelong learning ancora indispensabile.

L’innovazione, la corsa alle nuove competenze e il lifelong learning

Se nel mondo “semi-digitale” e ancora “semi-analogico” era possibile creare delle competenze solide a un ritmo più lento, oggi invece, tra tecnologie AI e AR e un mondo che si muove sempre più veloce, c’è l’urgenza d’imparare sempre di più e sempre più in fretta. Non basta, ad esempio, costruire un curriculum perfetto in materia di data analysis — bisogna farlo in fretta, con voti più alti e più rapidamente degli altri.

Molte PMI sono ancora a digiuno di queste competenze e di queste posizioni aperte, ma presto dovranno fare i conti con le major dei big player. Quindi, non basterà più un corso su Coursera o una qualifica professionale — serviranno pubblicazioni, portfolio di clienti gestiti e risultati ottenuti, magari un master MBA o un dottorato. Una vera e propria “corsa alle nuove competenze”.

In conclusione: quando è il momento di rallentare?

In questa prospettiva, la sensazione di non raggiungere mai la vetta, come un ologramma che si sposti sempre un po’ più in là e non si concretizzi mai, potrebbe diventare un limite. Eppure, non è così: occorre pensare al lifelong learning come mezzo per raggiungere uno scopo.

Una volta raggiunto il primo scopo (es. trovare un primo impiego), si potrebbe individuare il successivo (es. ottenere una paga migliore) e così via. Ogni volta che la “cima” che vogliamo raggiungere ci spinge a battere i nostri record personali, solo allora, occorrerà mettere in campo nuovi strumenti utili a raggiungere gli obiettivi.

Lifelong learning: uno sguardo al futuro

Così l’apprendimento continuo potrebbe diventare più sostenibile, e viceversa essere messo da parte qualora si verifichino condizioni favorevoli in cui le conoscenze possedute risultino già più che sufficienti.

Occhio però: il mondo è pieno di stagisti o aspiranti tali, e chi lo è già stato sa bene quanto la freschezza e l’innovazione siano la benzina che fa muovere le aziende. Ecco perché a volte si potrà fare a meno dell’apprendimento, ma solo a volte, e mai per troppo tempo. Una prospettiva che potrebbe suonare come un campanello d’allarme — ma per molti, ormai, è già la norma.

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Maria Cristina Folino
Laureata in Pubblicistica e Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Salerno, specializzata in programmazione e gestione d'interventi per gli archivi e le biblioteche digitali, dal 2008 collabora con stampa locale e giornali online. Già docente di scrittura creativa ed esperta di comunicazione digitale, lavora come giornalista, social media manager e copywriter. In precedenza ha vinto numerose competizioni artistico-letterarie a livello nazionale. Dopo la raccolta di poesie "Ali di Gabbiano" (Aletti Editore, Roma 2008) e due ebook con Edizioni Il Pavone, nel 2022 ha pubblicato "Tim Burton e il catalogo delle Meraviglie" con Edizioni Dialoghi. Su Instagram ha un account dedicato a libri e moda: seguila su @fashionreadersit

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