Editoriale di: Gabriele Vinciguerra

In Italia, nel 2025, la politica ha perso il suo ruolo originario di servizio pubblico e di rappresentanza collettiva. È diventata un’arena identitaria, un palcoscenico dove il dato empirico conta meno della fedeltà al gruppo. Il risultato è che gli elettori, nonostante l’evidenza, continuano a ripetere gli stessi errori, convinti che ogni critica sia un attacco personale o un tradimento di schieramento.

Gli studi di psicologia cognitiva mostrano con chiarezza che la mente umana non è progettata per cambiare idea sulla base di fatti oggettivi. È programmata per difendere l’appartenenza al gruppo, per proteggere la propria identità politica anche a costo di negare la realtà. Il ragionamento motivato porta a selezionare solo le informazioni che confermano le convinzioni pregresse, scartando tutto ciò che potrebbe incrinarle.

La conseguenza è un dibattito pubblico impoverito. Ogni volta che un dato contraddice la narrativa dominante, viene rigettato. Ogni volta che qualcuno tenta di sollevare dubbi, viene immediatamente classificato come appartenente all’altro fronte. Questo fenomeno non è solo culturale ma psicosociale. È la dinamica della spirale del silenzio: chi teme l’isolamento sociale preferisce tacere piuttosto che esprimere opinioni divergenti.

Le Marche rappresentano un esempio emblematico. La vittoria della destra in regione è stata accolta da molti cittadini come un cambio di passo positivo, un segno di fiducia nella promessa di rinnovamento. Ma i dati ufficiali raccontano un’altra storia. Secondo l’ISTAT, al 31 dicembre 2024 la popolazione marchigiana è in calo rispetto all’anno precedente.

Non è un dettaglio: il saldo naturale è negativo, con più decessi che nascite, e il saldo migratorio interno non compensa questa perdita. Anche sul fronte del lavoro i numeri sono ambivalenti. Nei rapporti regionali si osserva un calo della quota di lavoratori indipendenti e un incremento della precarietà contrattuale, con una disoccupazione giovanile che rimane stabilmente sopra la media nazionale. Non si tratta di opinioni, ma di statistiche ufficiali disponibili nelle rilevazioni ISTAT.

Questi indicatori evidenziano che la situazione economica e sociale è tutt’altro che rassicurante. Eppure una larga parte dell’elettorato continua a percepire la scelta politica come la migliore possibile, ignorando o ridimensionando l’impatto dei numeri. È un classico esempio di giustificazione del sistema: legittimare l’ordine esistente per non incrinare le proprie convinzioni.

La polarizzazione affettiva alimenta ulteriormente il meccanismo. Non si discute più di politiche ma di appartenenze morali. L’altro non è un avversario, è un nemico. Questo clima chiude ogni spazio di confronto e riduce la possibilità di apprendere dagli errori. Se una misura funziona, ma è attribuita al campo opposto, viene comunque rifiutata. Se fallisce, viene giustificata in nome della fedeltà.

A lungo termine questo atteggiamento ha effetti corrosivi. Si riduce la qualità della democrazia deliberativa. Si consolida una cultura del tifo politico che svuota la politica di contenuto. Si indebolisce la fiducia nelle istituzioni. E soprattutto si spegne la possibilità di costruire un pensiero critico super partes, capace di leggere i dati in modo indipendente.

Il cambiamento è possibile solo attraverso pratiche di alfabetizzazione mediatica e di responsabilità cognitiva. Occorre imparare a distinguere il dato dalla narrativa, a valutare gli indicatori indipendentemente dalla fonte, a chiedersi quali siano le conseguenze reali delle scelte politiche sul lungo periodo. Questo richiede coraggio psicologico, perché significa rinunciare alla protezione del gruppo e affrontare il rischio dell’isolamento.

La scienza sociale ci offre strumenti per comprendere, ma la responsabilità ultima resta individuale: saper guardare ai fatti con lucidità, anche quando incrinano la nostra appartenenza. Solo così la politica potrà tornare ad essere ciò che dovrebbe, un campo di scelte consapevoli e non di cieca fedeltà.

Se non impariamo a pensare, non votiamo più: obbediamo….

 

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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