Circa un mese fa accadeva il peggio per il popolo sardo. L’acqua ha doppio potere: dà la vita ma la toglie inesorabilmente.

Il cuore dei sardi stenta a scongelarsi repentinamente, proprio per non celare troppo di sé in modo istantaneo e trasmettere le migliori emozioni in un misto tra eleganza e desiderio di riscatto successivamente. Riscatto da un mondo che ci tiene lontani, ma proprio perché detentori di una cultura e da delle tradizioni millenarie si è sempre saputi trarre quella forza che ci rendesse protagonisti, e in una qualche maniera differenti.

La Sardegna vanta una posizione geografica straordinaria, al centro di quel Mare Nostrum dei Latini e vicina a tantissime culture con il quale nel tempo è entrata in contatto prendendo la fama di una terra dal carattere fiero, orgoglioso e cosmopolita.

Proprio questo rende possibile che il suo popolo difficilmente si scoraggia per qualcosa che non vada incontro le sue reali aspettative. Combatte, fino allo stremo delle forze senza ricercare glorie e ambizioni senza senso. La solidarietà è prodotta, in questo senso, dall’essere fieri di “appartenere”.

La musica in casi come quello di ieri ad Iglesias ha il potere di comunicare in un certo qual senso un dissenso, un’emozione, uno stato d’animo che vengono concepiti in qualcosa di assolutamente straordinario per quanto interessante ne sia la sua utilità.

Artisti Sardi Uniti hanno suonato, cantato, emozionato per una giusta causa: una raccolta fondi per le vittime dell’alluvione che ha colpito la Sardegna il 18 e il 19 novembre scorso.

Protagonisti indiscussi sono stati un saxofonista che ci ha riportato ai ritmi del blues di New Orleans, maestri della chitarra e della voce e gruppi emergenti dal talento chiaro e definito.

Tra questi, la vera impronta internazionale l’hanno data i The Cambless, quartetto emergente di Carbonia che per stile, eccentricità, carisma e sound ci riporta alla musica di quegli anni sessanta che ci hanno regalato infinite emozioni, fissate al muro del tempo. Perché se negli anni 60 si costruivano muri per dividere, questi sono rimasti nella percezione culturale ai giorni nostri come un simbolo che nella vera realtà dei fatti ha dato vita a sub culture e ha realmente unito persone differenti con un unico ideale.

The Cambless nasce da una scommessa: ridare vigore ai testi, alla musica dei componenti del gruppo e credere pienamente che possa essere considerato un pretesto per continuare a sperare, credere in un mondo nuovo, come i Beatles avevano sognato, o come John aveva creduto.

I loro sono dei ritmi pop/rock addolciti dal tempo, con dei richiami metafisici che allietano. Una perfezione stilistica che ci riporta ad occhi chiusi ai ritmi del passato, da un punto di vista prettamente moderno. È un gusto retrò ricercato che piace sostanzialmente alle orecchie più fini, e dal punto di vista sensoriale accade qualcosa di inaspettato. Acuti che penetrano come lame affilate nel più profondo del cuore. Una musica che solletica qualcosa di nuovo, sogni e nostalgie infinite.

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Stefano Fiori. Questo è il nome. Di solito non mi piace scrivere di me, la trovo pura esibizione di se stessi, ma è anche un modo per farmi conoscere ai lettori di ALPI FASHION MAGAZINE. Non mi reputo un ragazzo come tanti, e fin da piccolo ho coltivato l’idea che trascorrere del tempo con se stessi, con la propria individualità fosse un fatto affascinante, e da cui ne sto traendo qualche frutto. Scopri cose di te stesso, che probabilmente mai nessuno saprà mai. Impari che persino il silenzio ti entusiasma, ma non quanto il rumore, che insieme hanno la particolarità di avvolgere la sensibilità che ti sei creato nel tempo. I libri sono sempre stati il mio nutrimento, la mia più grande ispirazione. Mondi nel quale rifugiarsi e vivere quando non sopporti più l’idea di vivere in silenzi immensi. I libri sono colore, uno per ogni stato d’animo. Il sorriso la mia caratteristica. Non c’è una fotografia, un vecchio filmato nel quale io non sorrida. Sono sempre stato un bambino sereno, nel senso che la mia eleganza consisteva, fin da piccolo nel procedere a passi felpati, per paura di disturbare, persino a casa mia, quello che poi sarebbe diventato il più grande regno degli amori, più che di semplici affetti. Col tempo scrivere è diventato quel modo di colmare quei vuoti, nei quali dominava l’inconsistenza più assurda. Un modo per emozionarmi, e talvolta emozionare. Scrivere mi aiuta ad amplificare il dislivello tra l’essere e l’apparire. Ciò che mi definisce, almeno fino a questo punto è una sensibilità maturata col tempo, ed un amore per la bellezza, per l’arte, per i sorrisi. Mi piace pensare che queste tre cose siano collegate e possano in qualche modo rendere più autentiche in quanto più consapevoli le persone, che muovono il mondo e gli danno dinamicità e pregio, gli danno vita. www.newstilepublications.com

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