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Andy Warhol a Milano: la mostra a Palazzo Reale

Grande mostra di Andy Warhol al Palazzo Reale di Milano: fino al 9 marzo, la Pop Art più pop che c’è, tra le lattine di Campbell’s Soup, le Marilyn e i Mao, i Fiori, i Disastri e le Sedie elettriche.

Ai primi posti nella classifica delle mostre più visitate negli ultimi tempi, quella di Warhol a Milano sta riscontrando un meritato successo. In un mirabile allestimento, circa 160 lavori del genio pop sono esposti a Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014, quando si muoveranno verso il LACMA di Los Angeles per la seconda tappa della mostra.

 

Peter Brant davanti a Self Portrait

 

Esposizione monografica ampia e ricca, racconta la straordinaria figura del maggior rappresentante della Pop Art americana, attraverso un nucleo significativo di opere che coprono tutto l’arco della produzione warholiana, dagli anni ’50 agli anni ’80. Particolarità ed eccezionalità di questa mostra, tutti i lavori provengono dalla raccolta privata di Peter Brant, appassionato collezionista, fondatore del Brant Foundation Art Study Center e soprattutto amico stretto di Andy Warhol, del quale collezionò tantissimi lavori a partire già dal 1967, quando acquistò un disegno di lattine di zuppa Campbell – attualmente esposto a Milano.

 

 

 

 

 

Andy Warhol, Silver Coke Bottles, 1967, © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by SIAE 2013

 

A Palazzo Reale in questi mesi c’è la Pop Art che vorreste vedere, quella che ci si aspetta: le lattine di Campbell’s Soup, le bottiglie di Coca-Cola argentate, le scatole di Kellogg’s Corn Flakes o di Ketchup Heinz; le serigrafie di Mao, quelle di Liz Taylor, quelle di Marilyn (compresa la Shot Light Blue Marilyn, che in mezzo alle sopracciglia conserva il segno del proiettile sparato da una certa Dorothy Podber); ci sono le 30 Gioconde dell’opera Thirty are better than one, la serigrafia dipinta dei 192 biglietti da un dollaro, quella delle Dodici sedie elettriche e ancora molti lavori delle coloratissime serie dei Flowers e degli Skulls, oltre ai Disasters, ai grandi dipinti delle macchie di Rorschach e alle diverse versioni pop dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

 

 

 

 

 

Andy Warhol, Flowers, 1964 – veduta della mostra

 

Peter Brant, che cura l’esposizione con il contributo di Francesco Bonami, porta a Palazzo Reale una mostra potente ed esauriente, dove è possibile conoscere il Warhol passato alla storia ma anche un Andy più intimo: dagli autoritratti in fototessera, in polaroid o serigrafati, in bianco e nero o colorati, in versione consueta o da drag queen, a molti disegni, acquerelli o collage in foglia d’oro con rappresentazioni di vario genere. Del tutto inedita in Europa una consistente serie di polaroid con i ritratti improvvisati di coloro che facevano parte dell’entourage di Andy, personaggi famosi del cinema, della musica, dell’arte, della politica, della moda: Stallone, Schwarzenegger, Liza Minnelli, Mick Jagger, Basquiat, Jimmy Carter, Yves Saint‐Laurent, per citarne solo alcuni.

 

Ogni presunta incomprensibilità dell’arte contemporanea si disfa quando arriva Andy Warhol, così chiaro, così immediato, così familiare: è la Pop Art, un’arte democratica, che tutti possono fare e tutti possono capire; una provocazione non tanto per il pubblico, quanto per il mondo dell’arte stesso, abituato all’idea romantica dell’artista maledetto, eroico e solitario. Andy è invece l’artista della mondanità e dei mass media, completamente immerso nel sistema della società in cui vive, espressione e profeta della contemporaneità. E se c’è ancora qualcuno che mette in dubbio, per esempio, l’artisticità dei dipinti con le scatolette di zuppa Campbell o con le bottiglie di Coca-Cola, viene da chiedere: perché non si riesce a concepire quei quadri come nature morte contemporanee? Un tempo sulle tavole degli europei c’erano ceste di frutta; negli anni ’60 sulle tavole degli americani c’era la Coca-Cola. C’era e c’è ancora, ed è diventata, a partire da quell’epoca, un simbolo della società.

 

Artista produttore di icone, immerso nel suo presente, Andy Warhol ha predetto il futuro, ovvero la nostra società ‘malata di celebrità’: ha ragionato sulle ossessioni, i bisogni e i desideri dell’America, ha giocato con i concetti di riconoscibilità, notorietà e idolatria, ha sperimentato che la ripetizione di un’immagine trasforma quest’ultima in icona o, in altre parole, che la familiarità può trasformarsi in fama. Un semplice prodotto di basso consumo (la zuppa Campbell), un oggetto quotidiano (il biglietto da un dollaro), una persona (Marilyn Monroe), una notizia (l’incidente stradale), un’opera d’arte (la Gioconda), a furia di essere visti e ammirati, diventano miti nella percezione collettiva, oggetti di desiderio sfrenato.

Dietro la Pop Art non c’è che la realtà. Dietro la sua apparente e disarmante superficialità, c’è una riflessione, un pensiero semplice che è diventato profetico. Dietro le scelte di Andy Warhol e dietro la sua mondanità c’era probabilmente il desiderio di vivere appieno il proprio presente: così facendo, lui stesso è diventato un mito pop e la sua immagine icona senza tempo.

Immagine principale: Andy Warhol, Blue Shot Marilyn, 1964, Collezione Brant Foundation, © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by SIAE 2013

Fonte: Fanpage.it

 

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