coppia innamorati

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Articolo di: Gabriele Vinciguerra

C’è una fame che non si vede, ma si sente.
Profonda, insaziabile. Non si placa con il tempo, non si spegne con le distrazioni. È il bisogno d’amore.

Lo neghiamo, lo mascheriamo con l’orgoglio, con il cinismo, con la finta indipendenza di chi dice: “Non ho bisogno di nessuno“. Ma è una bugia.

Anche i più duri, anche quelli che si sono chiusi dietro muri altissimi, anche chi ha smesso di crederci… lo sanno. Lo sentono. Non c’è corazza abbastanza spessa da soffocare la verità: senza amore, qualcosa dentro si spegne.

Eppure, ci insegnano il contrario. Ci dicono di essere forti, autonomi, autosufficienti. Di non dipendere da nessuno. Ma chi ci ha mai insegnato ad amare?
Si parla tanto di educazione, di successo, di competenze. Ma chi ci ha detto che l’amore non è sacrificarsi fino a svuotarsi?
 Chi ci ha spiegato che amare non è possedere?
 Chi ci ha insegnato che rispettare significa lasciare liberi?

L’amore non è qualcosa che si trova, non è un colpo di fortuna, non è un miracolo che capita a chi è abbastanza bello, abbastanza intelligente, abbastanza speciale. L’amore è qualcosa che si impara.
E si inizia da piccoli.

Un bambino che viene abbracciato senza motivo, che viene visto, che viene ascoltato anche quando non ha niente di straordinario da dire, crescerà sapendo che l’amore non si deve conquistare. Che non si deve lottare per essere degni di affetto.

Ma se gli diciamo che l’amore va meritato, che per essere amato deve essere bravo, obbediente, all’altezza, allora diventerà un adulto che cercherà sempre qualcuno che gli dica “tu vali“, perché dentro di sé sentirà di non valere mai abbastanza.

E così, troppo spesso, l’amore si trasforma in qualcos’altro. In paura. In bisogno. In potere.
C’è chi ama perché ha paura di restare solo.
 C’è chi ama perché non sa stare senza un’ancora.
C’è chi ama per riempire un vuoto.

C’è chi ama e, senza accorgersene, controlla, trattiene, stringe troppo forte. Perché nessuno gli ha mai detto che amare non significa essere indispensabili.
Nessuno gli ha insegnato che se l’amore diventa dipendenza, allora non è più amore.

Ma l’amore non è potere. Non è controllo, non è possesso, non è l’idea che senza di noi l’altro sia perso. L’amore è riconoscimento, è rispetto, è libertà.
Se amare significa obbligare, non è amore.


Se amare significa far sentire in colpa, non è amore.
 Se amare significa minacciare, trattenere, sottomettere, non è amore.

L’amore vero dice:
“Se vuoi restare, resta. Se vuoi andare, vai. Ti scelgo ogni giorno, ma non ti stringo fino a soffocarti.”
Chi ama davvero non ha paura della libertà dell’altro.
 Chi ama davvero non ha bisogno di rendersi necessario per esistere.

Ma se nessuno ci insegna questo, se fin da piccoli impariamo che l’amore è un affare di scambi, di promesse, di compromessi che ci consumano, allora cresceremo con una fame infinita, cercando sempre qualcuno che ci completi.

Ma l’amore non è completarsi. È incontrarsi, riconoscersi, camminare insieme, senza perdersi nel viaggio.
Viviamo in un’epoca in cui l’amore fa paura. Meglio non aspettarsi nulla, meglio tenere una distanza di sicurezza, meglio non fidarsi troppo.

Meglio non soffrire.
Ma che senso ha proteggersi da tutto, se il prezzo è non sentire più niente?
Perché finché continueremo a confondere l’amore con il bisogno, la paura con la passione, il possesso con l’affetto, continueremo a tradire la nostra stessa natura.

Ma possiamo cambiare. Possiamo insegnarlo, possiamo viverlo, possiamo imparare a farlo meglio. Possiamo fare pace con l’idea che l’amore non è una gabbia, è uno spazio aperto.

E allora sì, potremo dire di aver capito davvero cosa significa amare.
E tu? Sei pronto a lasciare andare la paura? Sei pronto a smettere di scappare?

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Gabriele Vinciguerra
Gabriele Vinciguerra (Laurea in psicologia), lavora sul confine tra visione e coscienza. È artista visivo e psicologico, ma prima ancora è un osservatore radicale dell’essere umano. Il suo sguardo non cerca l’effetto, cerca il punto in cui qualcosa accade davvero. Dove una persona smette di mostrarsi e inizia, anche solo per un istante, a rivelarsi. La moda è uno dei linguaggi che attraversa da anni. Non come superficie, ma come spazio identitario, luogo simbolico in cui corpo, storia e appartenenza si incontrano. Per lui l’estetica non è ornamento, è posizione. È una presa di responsabilità sul modo in cui scegliamo di apparire, e quindi di esistere. La formazione in Psicologia, con un’attenzione particolare alla dimensione sociale e ai processi evolutivi dell’individuo, non è un capitolo a parte. È la lente che orienta tutto il suo lavoro. Influenza il modo in cui guarda, ascolta, costruisce senso. Ogni progetto nasce da lì, dal tentativo di restituire complessità senza semplificazioni, profondità senza compiacimento. Accanto alle immagini ci sono le parole. Non come didascalia, ma come strumento di scavo. Le usa con precisione, perché sa che il linguaggio può fare danni o aprire spazi. Quando immagine e parola si incontrano, per lui, non devono spiegare. Devono risuonare. Il suo lavoro, come Direttore di Alpi Fashion Magazine, è questo: tenere aperto uno spazio editoriale in cui cultura, moda e psicologia non si sovrappongono, ma dialogano. Un luogo che non rassicura, ma accompagna. Un invito a guardare meglio, e forse anche a guardarsi. Non per tutti. Ma per chi è disposto a restare.

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