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Di tutto quello che Vincenzo mi racconta, mi rimane soprattutto un autoritratto che non ha ancora dipinto. Ha cercato nei volti degli altri la tristezza, l’amarezza, il rimpianto. Ha provato a restituire qualcosa delle loro vite attraverso uno sguardo, un’espressione. Quando gli chiedo di rivolgere su di sé quella stessa attenzione, mi risponde che forse non è pronto. “Non ho il coraggio di guardarmi in questa maniera”.

Mi colpisce la semplicità con cui lo ammette. Davanti a una domanda così personale potrebbe trovare una spiegazione, parlare di tecnica, spostare il discorso. Si ferma invece su una difficoltà che riconosce e che, per il momento, lascia aperta. È lì che sento di essermi avvicinato a lui.

Prima di cominciare l’intervista abbiamo parlato a lungo del mare. Mi ha raccontato delle prime onde, della mano appoggiata alla parete d’acqua, di un’emozione che non riusciva a spiegare e che tentava di trasferire nei disegni. Ancora oggi, quando sa che il giorno dopo potrà surfare, dorme a metà. Prepara la tavola, pensa all’alba. Poi torna in studio stanco, sereno, con nuove idee alle quali dedicarsi. Mi commuove pensare che qualcosa possa continuare a chiamarci con questa forza, anche dopo tanti anni.

Intorno a quella passione, però, c’è una vita intera. Ci sono i lavori necessari per mantenere la famiglia, le aspettative, i progetti riusciti e quelli che costringono a rivedere i conti. Ci sono Maria, al suo fianco da trentatré anni, e un figlio che guarda il suo percorso da una posizione inevitabilmente diversa. C’è anche la fatica di accorgersi che una parte del proprio lavoro, quella attraverso cui gli altri hanno imparato a riconoscerci, non basta più.

Vincenzo lo dice senza nasconderlo: dipingere il surf d’azione ha cominciato ad annoiarlo. Sente l’urgenza di tornare alle forme pensate da ragazzo, alla scultura, a qualcosa che per molto tempo è rimasto in attesa. Ascoltandolo, penso a quanto sia difficile concedersi di cambiare quando si è già diventati qualcuno agli occhi degli altri.

Gli ricordo una sedia in mezzo a un campo, della quale aveva parlato in un’intervista del 2010. Mi risponde che c’è ancora. Alla fine della giornata si siede lì, ripensa a quello che ha fatto, agli errori, a ciò che può migliorare. Quella sedia continua a tornarmi in mente mentre parliamo. Vorrei capire qualcosa di più dell’uomo che vi si siede, quando il lavoro della giornata è finito e rimangono le domande.

Vincenzo, essere riconosciuto per la tua arte significa anche essere riconosciuto come persona? Che cosa di te continua a non vedere chi ammira i tuoi quadri?

Probabilmente i quadri sono soltanto la superficie del personaggio che molti hanno costruito in questi anni. Fin da quando avevo vent’anni ho utilizzato il surf come pretesto per sviluppare la mia creatività a tutti i livelli: la pittura, la scultura, il disegno, l’illustrazione.

Mi sono concentrato sulle storie, sul presente. Anche in questa mostra a Milano racconto piccoli tasselli di progetti, storie di ragazzi appassionati che hanno lasciato un segno e continuano a lasciarlo. Certamente sono stati anche grandi atleti, ma ciò che mi interessa è il significato umano che hanno avuto, quello che possono rappresentare come esempio per le nuove generazioni.

In un’intervista del 2010 raccontavi di una sedia in mezzo a un campo, dove ti sedevi a pensare alla tua vita. Che cosa riuscivi ad ammettere a te stesso, lì, che davanti agli altri non riuscivi a dire?

Quella sedia c’è ancora ed è nel mio parco sculture. Alla fine di ogni giornata mi siedo per autovalutarmi, per cercare di capire quali miglioramenti posso mettere in atto e quali errori dovrei evitare di ripetere.

Anche se, poi, tutta una sequenza di errori mi aiuta a migliorare. Per questo credo che siano indispensabili.

Hai raccontato di aver lavorato nella decorazione d’interni anche per sostenere la famiglia. In quel periodo, come misuravi il tuo valore quando ciò che desideravi fare e ciò che era necessario fare non coincidevano?

Ci sono sempre delle priorità. Dedicarmi alla decorazione era fondamentale perché rappresentava una fonte di reddito per mantenere la famiglia. Ma guadagnare attraverso quel mestiere mi permetteva anche di ritagliare del tempo per progettare nuove idee, nuovi programmi, e questo mi aiutava a trovare una pace.

Ho fatto lo scenografo per diversi anni, ho decorato ville e appartamenti. Continuo a farlo, devo dire la verità, ma in maniera molto più selettiva. Sono migliorato dal punto di vista tecnico e ci sono state anche innovazioni tecnologiche che mi consentono di affrontare progetti diversi.

Di recente, per esempio, ho realizzato un quadro ad angolo per un cliente: era una cosa che avevo sempre desiderato fare. Oppure penso a un’opera scultorea sospesa con delle lenze. Cerco di aumentare il livello di difficoltà, di mettere l’asticella un po’ più in alto, per cimentarmi in cose più coinvolgenti e interessanti. La surf art rimane quel filone che, come il flusso dell’acqua, mi porta dove deve portarmi.

Il pubblico ti riconosce per il tuo linguaggio, i tuoi colori, il tuo mare. Ti è mai capitato di sentirti prigioniero proprio di ciò che ti ha fatto riconoscere? Quanto sei disposto a perdere per permetterti di cambiare?

È una cosa che sto vivendo, non lo nascondo. Dopo venticinque o trent’anni penso di aver quasi esaurito le opere che riguardano il surf d’azione. Un punto d’arrivo non c’è mai, però ne ho fatte talmente tante che sono arrivato a dirmi: basta, mi sto annoiando, non mi stimolano più.

Sta venendo fuori la parte più intima: le sculture, i monumenti, tutte quelle forme plastiche che avevo pensato da ragazzo e che non avevo mai avuto la possibilità di realizzare. Anche perché fare scultura è molto più costoso che dipingere. Si tratta di acquistare ferro, acciaio, saldare, lavorare con il cemento. È un processo creativo più impegnativo, ma molto gratificante.

Le cose si stanno incastrando: mollo l’acceleratore sul surf d’azione e lo premo su quella parte che è sempre rimasta nascosta. Sento che è arrivato il tempo di fare il parco sculture. È un’urgenza.

In mare accetti che qualcosa sia più forte di te. Nella tua vita, invece, che cosa continui a voler controllare anche quando sai che dovresti lasciare andare?

Proprio stamattina mio figlio mi ha detto: «Papà, questa mostra è un totale fallimento». In parte ha ragione, se la osservi soltanto dal punto di vista economico. Ma se guardi le cose da altre prospettive, c’è sempre una parte positiva, un aspetto del quale bisogna riuscire a cogliere il valore.

Ci sono elementi che non avevo tenuto in considerazione. Io mi occupo di pensare, realizzare e portare a termine un progetto. Tutto quello che riguarda l’organizzazione, dalla location all’affluenza, alla pubblicità, è molto più complesso. Alcune parti non posso assolutamente controllarle io.

Credo sia normale che a volte ci siano delle falle. Da ogni piccolo errore c’è comunque un modo per potersi rimettere in gioco.

Qual è stata la scelta più libera della tua vita? E chi, oltre a te, ne ha pagato il prezzo?

La libertà è un termine molto complesso. Può essere, paradossalmente, anche una prigione. Mi sono messo in gioco da quando avevo vent’anni: oggi questa è la mia libertà creativa e spirituale, ma è anche la mia stessa gabbia, perché ne ho fatto una motivazione di vita.

Se guardo dall’interno verso l’esterno, come mi succede di fare adesso, vedo le sbarre. Se penso a come mi osservano gli altri, invece, vedo un personaggio nella sua zona di conforto, con le sue opere e i suoi quadri. Lo identificano con quello.

Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito veramente libero. Altri in cui, facendo ciò che pensavo significasse essere libero, non lo ero affatto.

Per il prezzo pagato dagli altri bisognerebbe fare questa domanda a Maria. È la mia sentinella fin da quando avevamo vent’anni. Siamo insieme da trentatré anni e forse, più di chiunque altro, ha subito questo mio impeto, le mie scelte.

Nostro figlio è il frutto di queste scelte. Nel bene e nel male, loro fanno parte di questa crescita, di questa evoluzione, dei cambiamenti, ma anche delle delusioni e delle parti negative che ci sono state in tutto questo tempo.

Hai dipinto i volti delle leggende del surf. Se dovessi ritrarti con la stessa attenzione, quale aspetto di te saresti tentato di correggere per renderti più accettabile a chi guarda?

Pensa che non ho mai fatto un autoritratto. Anzi, forse uno da ragazzino, a undici o dodici anni, a matita. Non so neanche più che fine abbia fatto, in mezzo ai vari traslochi.

Me lo hanno chiesto in tanti: «Vincenzo, perché non ti fai un autoritratto?». Non lo so. Forse non sono ancora pronto, non è arrivato quel momento. Non ho il coraggio di guardarmi in questa maniera.

Magari arriverà un momento in cui sarò pronto. Speriamo, perché anche quella è una bella prova.

Ti è mai successo che qualcuno comprendesse un tuo quadro così profondamente da farti sentire esposto? Che cosa aveva visto che tu non avevi intenzione di raccontare?

Ancora non è successo. Ci sono persone che, guardando alcune sculture, mi hanno detto di vedere qualcosa anche dove la forma non era definita. Ma quello dipende molto dalla fantasia di ognuno.

Nelle opere pittoriche, almeno per quanto mi è capitato, nessuno ha letto messaggi che io non avessi pensato. Nei ritratti ci sono, naturalmente: ogni figura, ogni personaggio è oggetto di uno studio a un livello quasi spirituale.

Sono messaggi piuttosto celati. In pochi riescono a cogliere la tristezza, l’amarezza o il rimpianto di alcuni di questi personaggi per aver fatto, non aver fatto o non aver completato qualcosa.

Se tuo figlio raccontasse la tua storia, in quale punto pensi che la sua versione sarebbe più difficile da ascoltare della tua?

Sarei proprio curioso di sentirlo. A volte, quando siamo entrambi a un evento come questa mostra di Milano, un’esposizione quasi antologica, è lui a raccontarmi.

Ha delle idee sul percorso che abbiamo fatto io e sua madre, ma credo che conosca soprattutto il punto di vista esterno: sa che cosa pensano gli amici, le persone, i conoscenti della mia figura di artista e delle mie opere. Un suo pensiero, invece, credo non sia ancora del tutto sviluppato.

Forse dovrei mancare. Forse, con la mia assenza, prenderebbe coscienza, non subito ma dopo un po’ di tempo, di quello che è stato Vincenzo Ganadu come artista, oltre che come suo padre.

Se per un momento non potessi parlare dei tuoi quadri, delle mostre e dei luoghi in cui sei stato, che cosa vorresti che sapessimo di Vincenzo per sentirti davvero conosciuto?

Sono sempre stato una persona che va a bussare con umiltà. Entro nelle gallerie, nei luoghi, mi presento in punta di piedi. Quando riesco a entrare in contatto con le persone, però, mi apro. Sono generoso, lo dicono anche gli altri, ma sono fatto così. Tendo a essere discorsivo, sincero. Non riesco a nascondere le emozioni o le preoccupazioni.

Non so quanto gli altri abbiano un’idea completa di me. Vedono la superficie, le opere, i risultati, i grandi murales. Vedono un po’ quel vestito che mi hanno cucito e che mi sono cucito addosso. Alcuni conoscono aspetti più personali: il rapporto con i miei allievi, con gli amici più stretti.

Ci sono genitori che vengono ai colloqui e mi ringraziano perché sono riuscito a trasmettere ai figli una passione che li ha distolti dal cellulare. Colgono un’empatia forte, al di là della figura dell’artista e dell’insegnante.

Questa apertura nasce anche grazie a Pinuccio Sciola. Quando avevo diciotto o diciannove anni mi metteva nella condizione di interagire con ragazzi della mia età, in strada. Dovevo insegnare loro a osservare le facciate, le case di un piccolo paese della Sardegna, e progettare murales che dopo ventiquattr’ore dovevano già cominciare a essere dipinti. Tutti quegli anni di emozioni e progetti condivisi mi hanno aiutato a entrare in connessione con le persone in maniera semplice e diretta.

Sarei la stessa persona anche seduto su una roccia a guardare un paesaggio. Ti parlerei nella stessa maniera, con la stessa enfasi. Il contesto può dare o togliere valore alle cose, ma guardarsi negli occhi e dirsi qualcosa sinceramente non cambia.

Oggi il mio scopo è occupare il tempo che mi rimane condividendo momenti creativi che sono il frutto di decenni di esperienza. A volte non pensiamo di avere una data di scadenza. Vorrei usare al meglio ogni minuto, mettere a frutto ciò che sono e condividerlo con le persone giuste. Continuare a imparare da ogni errore e da ogni vittoria, ma anche dare qualcosa attraverso le emozioni, i successi e le sconfitte.

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