{"id":92297,"date":"2026-08-19T17:17:52","date_gmt":"2026-08-19T15:17:52","guid":{"rendered":"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/?p=92297"},"modified":"2026-08-19T17:17:52","modified_gmt":"2026-08-19T15:17:52","slug":"ritorno-corpo-magro-dopo-body-positivity","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/ritorno-corpo-magro-dopo-body-positivity\/","title":{"rendered":"Il ritorno del corpo magro dopo la body positivity"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/alpifashion.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-90783 size-full\" src=\"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/banner_alpifashion_articolo.webp\" alt=\"alpi fashion, agenzia moda\" width=\"1200\" height=\"400\" \/><\/a><\/p>\n<div class=\"gtranslate_wrapper\" id=\"gt-wrapper-62935047\"><\/div>\n<p>Lavorando da anni tra moda e fotografia, una cosa mi \u00e8 diventata chiara: davanti a un abito non vediamo mai soltanto un abito. Vediamo il corpo scelto per indossarlo e, quasi senza accorgercene, anche tutti quelli che sono rimasti fuori.<\/p>\n<p>Per questo il ritorno del corpo magro non mi sembra una tendenza da sistemare accanto a un colore, a una lunghezza o alla forma di una giacca. C\u2019\u00e8 qualcosa di pi\u00f9 serio. La magrezza \u00e8 una forma fisica e non ha alcuna colpa. Il problema comincia quando le affidiamo di nuovo il compito di rappresentare, quasi da sola, l\u2019eleganza, la disciplina, il desiderio e perfino il successo personale.<\/p>\n<p>Forse, per\u00f2, dovremmo partire da una domanda ancora pi\u00f9 scomoda. Il corpo magro era davvero scomparso?<\/p>\n<p><strong>Direi di no<\/strong>. Aveva perso per qualche tempo il monopolio del racconto, che \u00e8 una cosa diversa. Le campagne avevano iniziato a mostrare corpi pi\u00f9 grandi, donne non giovanissime, persone con disabilit\u00e0, pelli non levigate, smagliature e forme che la moda aveva a lungo tenuto ai margini. Ci eravamo abituati a una scena un po\u2019 pi\u00f9 larga e l\u2019avevamo scambiata per un cambiamento ormai acquisito. I numeri delle ultime passerelle dicono che quella convinzione era prematura.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-92301\" src=\"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/corpo-magro-001.jpg\" alt=\"\" width=\"640\" height=\"733\" \/><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.vogue.com\/business\">Vogue<\/a> Business ha esaminato 7.817 look presentati in 182 sfilate e presentazioni delle collezioni autunno inverno 2026 di New York, Londra, Milano e Parigi. Il 97,6 per cento rientrava nella categoria straight size, che nel sistema statunitense comprende le taglie dalla 0 alla 4. Il 2,1 per cento era mid size. Ai look plus size restava lo 0,3 per cento, in calo dallo 0,9 della stagione precedente e di nuovo al livello pi\u00f9 basso rilevato da quando la testata ha iniziato questo monitoraggio. A Milano la quota plus size \u00e8 stata dello 0,1 per cento. Parigi ha affidato a corpi straight size il 99,5 per cento dei look.<\/p>\n<p>Sono dati sui look, non sul numero di modelle e modelli unici. Non misurano da soli tutto ci\u00f2 che accade nella moda e non permettono di mettere ogni marchio sullo stesso piano. Documentano per\u00f2 una realt\u00e0 difficile da aggirare: l\u2019inclusione delle taglie continua a occupare uno spazio minuscolo e pu\u00f2 arretrare con una facilit\u00e0 impressionante.<\/p>\n<p>Mi chiedo allora che cosa sia rimasto della body positivity. Non lo faccio con nostalgia, perch\u00e9 non \u00e8 mai esistita un\u2019et\u00e0 dell\u2019oro nella quale tutti i corpi avessero davvero lo stesso diritto di stare in scena. Mi interessa capire se quel movimento abbia modificato il nostro sguardo o se ci abbia soltanto insegnato parole nuove.<\/p>\n<p>La <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Body_positivity\">body positivity<\/a> non nasce come invito a sentirsi belli. Le sue radici attraversano l\u2019attivismo contro la discriminazione delle persone grasse, il femminismo, l\u2019esperienza nera e quella <a href=\"http:\/\/queer\">queer<\/a>. All&#8217;inizio la posta in gioco era molto concreta. Riguardava il lavoro, le cure, i vestiti, gli spazi pubblici, la possibilit\u00e0 di essere visibili senza diventare una caricatura. Non si chiedeva al mondo un complimento. Si chiedeva di smettere di trattare una parte delle persone come se il loro corpo fosse una colpa.<\/p>\n<p>Poi quel messaggio \u00e8 arrivato nella pubblicit\u00e0 e sui social. Qualcosa di buono \u00e8 successo, ed \u00e8 giusto riconoscerlo. Per molte donne vedersi finalmente rappresentate ha significato sentire meno vergogna. Alcuni corpi hanno smesso di essere mostrati soltanto nel prima di una dieta, nel servizio sull&#8217;obesit\u00e0 o nella fotografia usata per suscitare piet\u00e0. Sono diventati corpi vestiti, desiderabili, sensuali, normali. La ricerca conferma che questa esposizione pu\u00f2 aiutare. Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2025 ha esaminato 56 studi e ha rilevato miglioramenti a breve termine nella soddisfazione corporea, nell&#8217;apprezzamento del proprio corpo e nell&#8217;umore.<\/p>\n<p>Sarebbe quindi falso dire che la body positivity non sia servita. \u00c8 servita, ma non \u00e8 riuscita a mettere radici abbastanza profonde.<\/p>\n<p>La moda ha accolto il messaggio soprattutto nel punto in cui le riusciva pi\u00f9 facile farlo: l\u2019immagine. Una modella fuori dallo standard dentro una campagna produce attenzione. Allargare i campionari, sviluppare davvero le taglie, rivedere il fitting, il casting, la produzione e gli acquisti richiede un impegno molto meno fotografabile. Cos\u00ec abbiamo visto corpi inclusi nella comunicazione e vestiti che, una volta arrivati in negozio, continuavano a non essere prodotti per loro. La promessa era diventata pi\u00f9 grande. La porta, spesso, aveva ancora la stessa misura.<\/p>\n<p>\u00c8 qui che l\u2019inclusione smette di essere una scelta estetica e mostra la propria verit\u00e0. Se un corpo appare in fotografia ma non pu\u00f2 comprare l\u2019abito che indossa, non \u00e8 entrato davvero nel sistema. Gli \u00e8 stato chiesto di rappresentare un valore che l\u2019organizzazione del marchio non era ancora disposta a sostenere.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 anche un\u2019altra questione che sento vicina al mio modo di guardare le persone. La versione pi\u00f9 commerciale della body positivity ha finito per consegnare a molti un nuovo dovere: amare il proprio corpo. Un\u2019intenzione comprensibile, certo, ma la vita reale non funziona attraverso gli slogan. Ci sono mattine in cui ci piacciamo e altre in cui non succede. Il corpo cambia, si ammala, invecchia, attraversa gravidanze, terapie, incidenti, periodi di stanchezza. A volte lo sentiamo nostro, altre volte facciamo fatica perfino a riconoscerlo. Non riuscire a trovarsi belli ogni giorno non \u00e8 una sconfitta psicologica.<\/p>\n<p>La body positivity ha allargato la bellezza, ma \u00e8 rimasta spesso dentro il suo tribunale. Anche il messaggio pi\u00f9 accogliente continuava a domandare al corpo di presentarsi, farsi guardare e ottenere un\u2019approvazione. In un esperimento pubblicato nel 2019, l\u2019esposizione a post body positive miglior\u00f2 l\u2019umore e la soddisfazione corporea di giovani donne. Nello stesso studio aument\u00f2 per\u00f2 l\u2019auto oggettivazione rispetto ai contenuti neutrali rispetto all&#8217;aspetto. Le partecipanti si sentivano meglio, mentre il corpo restava qualcosa da osservare dall&#8217;esterno.<\/p>\n<p>La distinzione pu\u00f2 sembrare sottile, e invece cambia molto. Una persona pu\u00f2 prendersi cura di s\u00e9 senza essere entusiasta della propria immagine. Pu\u00f2 rispettare il proprio corpo anche quando non lo ama. Pu\u00f2 smettere di usarlo come misura del proprio valore. La body neutrality prova a spostarsi in questa direzione: meno attenzione all&#8217;aspetto, pi\u00f9 spazio a ci\u00f2 che il corpo permette di vivere. La ricerca su questo approccio \u00e8 ancora giovane e non avrebbe senso venderlo come la soluzione successiva. A me sembra, tuttavia, che contenga un pensiero onesto. Non dobbiamo trascorrere la vita intera davanti a uno specchio, neppure quando lo specchio ci restituisce un\u2019immagine positiva.<\/p>\n<p>Nel frattempo il culto della magrezza ha cambiato abito. Oggi parla la lingua del benessere, della prestazione, dell\u2019ottimizzazione, del controllo. La vecchia dieta punitiva si presenta pi\u00f9 volentieri come scelta consapevole. Il giudizio rimane sullo sfondo e lavora in silenzio. Il corpo sottile suggerisce disciplina. Quello pi\u00f9 grande viene ancora interrogato, come se dovesse spiegare che cosa non ha funzionato.<\/p>\n<p>In questo clima sono arrivati anche i farmaci agonisti del recettore GLP-1. Su questo punto voglio essere preciso. Sono medicinali, hanno indicazioni cliniche e possono rappresentare un trattamento appropriato. Attribuire a questi farmaci la riduzione dei corpi plus size in passerella sarebbe scorretto: non ci sono prove che dimostrino un simile rapporto di causa ed effetto.<\/p>\n<p>Esiste, per\u00f2, il modo in cui la cultura se ne \u00e8 appropriata. Una terapia \u00e8 diventata anche una conversazione estetica. Ogni dimagrimento pubblico viene osservato, commentato, ricondotto a un farmaco vero o presunto. Si discute del corpo di attrici, cantanti e persone comuni come se fosse a disposizione di tutti. Il messaggio che passa \u00e8 semplice: ora che dimagrire sembra pi\u00f9 accessibile, restare grassi rischia di essere giudicato ancora meno perdonabile.<\/p>\n<p>Una ricerca del 2025 condotta su 225 studenti universitari statunitensi ha trovato che un maggiore interesse per l\u2019uso dei GLP-1 a scopo di dimagrimento era associato a pi\u00f9 vergogna corporea, sorveglianza dell\u2019aspetto, preoccupazione per il peso, comportamenti alimentari disordinati e pregiudizio verso le persone grasse. Il campione \u00e8 limitato, lo studio \u00e8 trasversale e non dimostra alcuna causalit\u00e0. Sarebbe sbagliato estenderne i risultati a tutti. Ci ricorda, comunque, che la scelta di intervenire sul corpo non nasce sempre in uno spazio libero dal giudizio sociale.<\/p>\n<p>Lo stesso rigore serve quando parliamo delle immagini di moda. Nessuna fotografia, da sola, spiega un disturbo alimentare. La storia personale, la famiglia, il gruppo dei pari, la salute mentale e il contesto culturale hanno un peso che non pu\u00f2 essere cancellato. Neppure possiamo dire che tutti reagiscano allo stesso modo davanti a una modella molto magra. La vulnerabilit\u00e0 cambia da persona a persona.<\/p>\n<p>Possiamo per\u00f2 affermare che le immagini idealizzate partecipano alla costruzione del rapporto con il corpo. Una revisione di 43 studi sperimentali, con 8.637 partecipanti, ha rilevato un aumento dell\u2019insoddisfazione corporea dopo l\u2019esposizione sui social a immagini idealizzate, magre o molto allenate. Il confronto sull&#8217;aspetto \u00e8 risultato uno dei meccanismi pi\u00f9 importanti. Gran parte degli studi disponibili riguarda giovani donne occidentali, quindi la prudenza resta necessaria. Il segnale, per\u00f2, \u00e8 coerente: quando lo sguardo incontra sempre lo stesso ideale, molte persone iniziano a leggere il proprio corpo attraverso la distanza da quell&#8217;ideale.<\/p>\n<p>La moda non obbliga nessuno a odiarsi. Sarebbe una frase facile e anche falsa. Ha per\u00f2 la capacit\u00e0 di rendere familiare un corpo e insoliti tutti gli altri. Sceglie chi pu\u00f2 incarnare il desiderio, chi pu\u00f2 apparire elegante senza spiegazioni, chi invece viene celebrato come coraggioso soltanto per essere presente. Una passerella dura pochi minuti, ma le sue fotografie entrano in un circuito che le ripete per mesi. A forza di vedere, ci\u00f2 che era una scelta di casting assume l\u2019aria di una norma naturale.<\/p>\n<p>In questo punto la questione estetica incontra quella psicologica. Se il valore personale viene legato alla forma fisica, ogni variazione del corpo pu\u00f2 essere vissuta come una perdita di identit\u00e0. Non cambia soltanto il modo in cui pensiamo di apparire. Cambia il modo in cui immaginiamo di essere guardati dagli altri. Il giudizio esterno finisce per diventare una voce interna e non ha pi\u00f9 bisogno di essere pronunciato.<\/p>\n<p>Lo stigma sul peso non aiuta neppure la salute, anche se spesso viene giustificato proprio in suo nome. Una revisione pubblicata nel 2024 ha esaminato 242 studi e ha trovato un\u2019associazione costante tra stigma legato al peso e pensieri o comportamenti alimentari disordinati. Parlare di associazione \u00e8 importante, perch\u00e9 non significa che in ogni persona un fattore provochi automaticamente l\u2019altro. Significa per\u00f2 che la vergogna non pu\u00f2 essere presentata come uno strumento educativo o terapeutico.<\/p>\n<p>Accettare una persona non richiede di negare la medicina. Possiamo parlare con seriet\u00e0 dei rischi connessi a una condizione fisica senza trasformare chi la vive in un problema da correggere davanti agli altri. La salute non si legge interamente nella taglia e la dignit\u00e0 non arriva dopo un risultato clinico.<\/p>\n<p>Alla domanda iniziale, allora, non riesco a rispondere con un s\u00ec o con un no. Dalla body positivity abbiamo imparato qualcosa. Abbiamo imparato a riconoscere la grassofobia, a discutere di rappresentazione, a vedere quanto possa essere violento crescere senza incontrare mai un corpo simile al proprio nelle immagini del desiderio. Per molte persone quella stagione ha aperto una possibilit\u00e0 che prima non c\u2019era.<\/p>\n<p>Non abbiamo imparato la continuit\u00e0. L\u2019inclusione \u00e8 rimasta troppo spesso legata alla campagna giusta, alla testimonial giusta, al momento culturale favorevole. Non \u00e8 entrata con la stessa forza nei campionari e nei processi produttivi. Appena l\u2019attenzione si \u00e8 spostata, molti corpi sono scomparsi dalla scena con una rapidit\u00e0 che dice molto pi\u00f9 di qualsiasi dichiarazione aziendale.<\/p>\n<p>Capiremo di avere imparato davvero quando una modella plus size non sar\u00e0 trattata come un messaggio e un corpo magro non dovr\u00e0 pi\u00f9 rappresentare tutte le donne. Quando la scelta di dimagrire non diventer\u00e0 un titolo di merito e quella di non farlo non richieder\u00e0 una difesa. Quando nessuno dovr\u00e0 dichiararsi bello per ottenere il diritto di essere visto.<\/p>\n<p>Il corpo magro non deve lasciare la passerella. Deve soltanto smettere di occuparla quasi per intero.<\/p>\n<p>La moda pu\u00f2 cambiare idea ogni sei mesi. Un essere umano non pu\u00f2 essere trattato come l\u2019errore della stagione.<\/p>\n<p>Articolo di: <a href=\"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/author\/gabriele-vinciguerra\/\">Gabriele Vinciguerra\u00a0<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/alpifashion.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-90754 size-full\" src=\"https:\/\/alpifashionmagazine.com\/journal\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/banner-orizontale-alpi-fashion-2026-728x243-1.png\" alt=\"alpi fashion, agenzia moda\" width=\"728\" height=\"243\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lavorando da anni tra moda e fotografia, una cosa mi \u00e8 diventata chiara: davanti a un abito non vediamo mai soltanto un abito. Vediamo il corpo scelto per indossarlo e, quasi senza accorgercene, anche tutti quelli che sono rimasti fuori. 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